Segue l’anteprima del team Aston Martin per il mondiale 2026 di F1
È davvero incredibile come si possa, nell’arco di meno di un mese, passare dalla spasmodica attesa alla desolazione più totale. Eppure, è esattamente quanto successo ad Aston Martin dal giorno in cui la AMR26 è scesa per la prima volta in pista a Barcellona alla fine dei test del Bahrain. Un declino per certi versi impronosticabile, soprattutto per le proporzioni della situazione emersa negli ultimi giorni.
L’avevamo definita “all or nothing” e c’erano tutte le ragioni per farlo. Su questo ciclo tecnico Lawrence Stroll si gioca tutto e, per farlo, ha dato sfogo a tutti gli investimenti possibili: ha costruito non tanto una factory, quanto un vero e proprio quartiere a Silverstone, ha strappato alla concorrenza i servizi di Adrian Newey, convinto a suon di quote azionarie a sposare la causa del magnate canadese. Ha riunito il Genio a Honda, con cui ha vinto titoli in Red Bull. Infine, ha sacrificato tutto il 2025 per puntare tutto su questo nuovo regolamento.
Prestagione
Quello che è emerso in Bahrain è, a tratti, disturbante. Ad oggi la situazione della AMR26 ricorda il fiasco della McLaren MP4/18 e, per chi ha a mente quel periodo, questo dovrebbe essere sufficiente a delineare la situazione all’interno del team britannico. La AMR26 non gira: ha percorso appena 1.800 km, 1.400 in meno di Cadillac, il 60% in meno di McLaren. Ma l’aspetto più preoccupante è la resa di Honda, costretta a rilasciare un comunicato per prendersi le responsabilità dei mancati chilometri all’ultimo giorno di test e ad ammettere di non avere più parti di ricambio a disposizione; con un Lance Stroll costretto a compiere appena sei giri prima di chiudere tutto e andare via all’ultimo giorno.
I segnali erano arrivati, in realtà, già a Barcellona. Aston aveva deciso di saltare i primi tre giorni per i ritardi nella preparazione della vettura. Quando la AMR26 è scesa in pista al giovedì sera per i primi passaggi, si è mostrata come la più rivoluzionaria delle monoposto in pista, con soluzioni apparentemente innovative. Il problema è che queste lo diventano solo nel caso in cui portano risultati in pista.
Il calvario è iniziato subito e, giorno dopo giorno, si è scoperto che i problemi sono diversi e gravi. Dapprima il surriscaldamento della Power Unit Honda: poi il cambio, ora prodotto in proprio dopo la collaborazione con Mercedes degli scorsi anni, con le due componenti che faticano ad integrarsi. Infine, affidabilità scarsa generale e una PU che fatica, come dichiarato dallo stesso Newey, persino a ricaricare le batterie.
In queste condizioni, Aston si presenterà ai blocchi di partenza di Melbourne come ultima forza in campo. Senza affidabilità e senza, tanto meno, prestazioni. Perché di queste, fino ad ora, non abbiamo parlato, ma il distacco di quattro secondi e mezzo fisso dai team di testa, mostrato nei (pochi) giri portati a termine in Bahrain, in questo caso sembrano tutto tranne che irrealistici.
A meno di un mese dai suoi primi giri in pista, la AMR26 sembra già ai titoli di coda ed è incredibile anche solo pensarci, considerando tutto il pregresso che ha portato fino a qui. Il team ha cercato di giustificare la forma del Bahrain con la mancanza di chilometri fatti a Barcellona, ma la verità è che nessun altro team ha avuto queste difficoltà, che paiono scendere nelle fondamenta di questa monoposto. Il timore, enorme, è che Honda si trovi nella stessa situazione del 2015 quando si unì a McLaren. Anche allora grandi proclami e grandissime attese per un binomio che ricordava un periodo storico del team di Woking, quello dei fasti di Ayrton Senna ed Alain Prost. Tutto sopito dopo pochissimi chilometri e le enormi difficoltà riscontrate per tre lunghissime e terrificanti stagioni.
Fernando Alonso

E qui veniamo ad un dettaglio che porta il dispiacere ai livelli massimi. Qual era uno dei due piloti della prima esperienza ibrida Honda? Proprio lui, Fernando Alonso. Mettiamoci un attimo, per quanto sia onestamente molto difficile, nei panni del due volte iridato. Lo spagnolo, dopo undici anni, si ritrova ancora una volta con il motorista giapponese e le premesse odierne sono quelle di una stagione che potrebbe ricalcare il disastro del 2015.
Il tutto dopo aver aspettato praticamente una carriera per guidare una monoposto firmata da Adrian Newey, il designer di monoposto che dei titoli glieli hanno portati via, soprattutto ai tempi della Ferrari. Si tratta di una situazione che farebbe letteralmente ammattire chiunque ed è difficile immaginare il contrario. L’esperienza e la saggezza dell’oggi 45enne Fernando lo portano a difendere il fortino a parole, ma le espressioni viste in Bahrain sono quelle di chi sa di dover far fronte ad un poco pronosticabile anno terribile; ancora una volta. È evidente che, se le cose non dovessero migliorare, il 2026 potrebbe davvero essere l’ultima stagione di Fernando. Se dovesse, sarebbe davvero un peccato assurdo chiudere così.
Lance Stroll

Per quanto riguarda Lance Stroll, lasciatecelo dire ma dal suo punto di vista difficilmente può cambiare qualcosa. Non sarà certo questa stagione a definire o meno la sua futura presenza nel team. Solo con un cambio di proprietà potranno variare le sue prospettive in una situazione nella quale, evidentemente, qualsiasi cosa succede si cade sempre in piedi. Il problema è che più volte, soprattutto ultimamente, il canadese ha dato segni di insofferenza: conseguenza anche di sapere che, qualsiasi cosa succeda… non cambierà nulla. A volte, la comodità gioca anche questi scherzi.
E, comunque, la situazione di Lance, oggi, è proprio l’ultima di cui Aston Martin si deve preoccupare. C’è una stagione da raddrizzare già da ora in qualche modo, perché così si rischia un tonfo nell’acqua come pochi se ne sono visti negli ultimi decenni.
Immagine di copertina: Media Aston Martin
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