F1 | 70 anni, sempre più gare ma sempre meno “Gran Premi”

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La rivisitazione dei calendari ha influenzato le carriere dei piloti, le statistiche e la percezione dei Gran Premi da parte del pubblico


La Formula 1 si appresta a celebrare, con il Gran Premio del 70° anniversario, i 70 anni della sua storia partita proprio da Silverstone, il 13 maggio del 1950.

Quello di domenica prossima sarà il Gran Premio numero 1023 con il #1000 che si è corso, come sappiamo, ad aprile 2019 in Cina.

Una storia, quella della Formula 1, che ha portato progressivamente il suo calendario a riempirsi sempre più, con il numero di gare che è andato a salire gradualmente fino ai 21 Gran Premi. Nel 2020 erano previsti 22 appuntamenti, un numero incredibile se confrontato con i sette GP con cui si è svolta proprio la prima edizione del mondiale, nel 1950.

L’emergenza legata al Coronavirus ha spostato in là l’inizio del mondiale 2020 di quattro mesi. Ma, al momento, i GP previsti in calendario sono già 13, con il ritorno di Imola fissato al 1° novembre. In un anno funestato da una pandemia, l’obiettivo della F1 è di arrivare comunque ad almeno 15 appuntamenti, con l’obiettivo di concludere attorno alle 18 gare. Un tour de force incredibile pensando, appunto, che interi campionati iniziati a marzo e conclusi ad ottobre contavano, quindici anni fa, lo stesso numero di eventi.

Le progressive modifiche ai calendari hanno influenzato le carriere dei piloti che hanno corso nel mondiale e, indirettamente, le loro statistiche. Inoltre, la percezione stessa del “Gran Premio” è cambiata nel corso degli anni.

Partiamo dalle statistiche dei piloti. In questa stagione Lewis Hamilton potrebbe raggiungere – raggiungerà – i sette titoli mondiali di Michael Schumacher e superare il tedesco nel numero dei Gran Premi vinti. L’inglese si trova nel corso della sua quattordicesima stagione in Formula 1 e, se il mondiale 2020 dovesse contare 15 gare, arriverebbe a fine anno a quota 265 Gran Premi in carriera.

Considerando il 2005 come quattordicesima stagione completa di Schumacher (nel 1991 corse solo sei gare e ne saltò altrettante nel 1999), il tedesco arrivò alla fine di quell’anno a quota 232 Gran Premi, vale a dire 33 in meno rispetto ai potenziali di Hamilton a fine 2020. L’inglese, al 232° GP della sua carriera, aveva 13 vittorie in meno in bacheca, vale a dire 74.

Ovviamente anche il numero dei GP corsi in carriera risente dei calendari più corposi. Se Hamilton dovesse arrivare a diciotto stagioni complete come Schumacher potrebbe superare i GP del tedesco di almeno una quarantina di unità, se non di più.

Un’altra statistica interessante sull’evoluzione dei calendari riguarda le date tra i vari “centesimi GP”. Per raggiungere il 100° Gran Premio la F1 dovette aspettare undici anni (GP di Germania 1961), con il tempo trascorso tra i 100 GP andato poi sempre più a ridursi. Tra il GP numero 900 (Bahrain 2014) ed il numero 1000 (GP Cina 2019) sono trascorsi cinque anni, meno della metà rispetto agli inizi.

1° GP | Gran Bretagna 1950
100° GP | Germania 1961
200° GP | Monaco 1971
300° GP | Sudafrica 1978
400° GP | Austria 1984
500° GP | Australia 1990
600° GP | Argentina 1997
700° GP | Brasile 2003
800° GP | Singapore 2008
900° GP | Bahrain 2014
1000° GP | Cina 2019

Da questo elenco possiamo notare che il 500° GP, quello d’Australia del 1990, è arrivato 40 anni dopo il primo evento di Silverstone del maggio 1950. Per completare gli altri 500 Gran Premi, invece, ci sono voluti “solo” 29 anni. Questa è la statistica che fa capire meglio di tutte qual è stata l’evoluzione dei calendari e la spinta tra FIA, FOM, Bernie Eccelestone e l’attuale proprietario, Liberty Media, per aumentare la popolarità ed il bacino d’utenza della Formula 1.

Basti pensare anche a quanti Gran Premi hanno debuttato nel calendario iridato nel corso degli ultimi vent’anni. Partendo dal Gran Premio della Malesia, prima creazione dell’architetto Tilke nel 1999, sono arrivate poi il Bahrain e la Cina (2004), la Turchia (2005), Singapore (2008), Abu Dhabi (2009), la Corea del Sud (2010), l’India (2011), la Russia (2014), l’Azerbaijan (2017) ed il Vietnam (ci si deve ancora correre causa Covid).

Questo oltre ai ritorni di Stati Uniti, Messico, Olanda (anche questo bloccato dal Covid), Gran Premi storici che sono poi stati ripescati per riportare la Formula 1 in luoghi dove era già stata protagonista. L’eccezionalità del Coronavirus porterà, in questo 2020, anche il ritorno del GP del Portogallo (a Portimao) e quello di Imola nella veste di GP dell’Emilia Romagna.

L’aumento progressivo dei GP ha portato ad una vera e propria abbuffata che, sotto certi aspetti, ha fatto perdere quell’attesa che si respirava per il Gran Premio successivo. Le gare in sequenza (nel caso del 2020 i triple header) possono portare addirittura lo spettatore ad abituarsi ad una routine più che ad un evento speciale ogni due o tre settimane. Ecco quindi che la percezione dell’evento inteso come “Gran Premio” è andata via via scemando con gli anni. Mentre un tempo c’era da attendere anche tre settimane per il prossimo evento, ora sembra la normalità avere Gran Premi che si susseguono senza sosta.

A perdersi, inoltre, è anche l’incidenza del singolo Gran Premio sul risultato finale del campionato. In un mondiale da 15 gare l’importanza del singolo risultato è maggiore rispetto ad un campionato da 20 o 21 appuntamenti. Questo, inconsciamente, porta a reputare meno importante il singolo GP guardando a lungo termine.

Insomma, se da un lato avere più Gran Premi porta più visibilità, sponsor, introiti, dall’altro si perdono l’unicità del singolo appuntamento e l’attesa di giorni per rivedere i propri beniamini in pista. Un’attesa che, un tempo, non poteva nemmeno essere colmata dai social e dal contatto diretto. Altri tempi, altra Formula 1.

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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