A tre decenni dalla prima del Kaiser in rosso
Domenica 2 giugno 1996 l’Italia festeggiava il cinquantesimo anniversario della Repubblica. Trent’anni dopo, per i ferraristi e non solo, questa giornata significa anche altro. Barcellona, Ferrari e Schumacher sono le tre parole chiave di un Gran Premio, quello di Spagna, che in un mondo tanto lontano da quello odierno regalava al Cavallino la prima, attesissima vittoria del nuovo corso voluto da Luca di Montezemolo e Jean Todt per rilanciare il Rosso come colore dominante della F1.
Nel mezzo di un nubifragio di quelli che, oggi, impedirebbero ad una corsa iridata di partire, si consumò dopo tre anni da Donington 1993, la perla di Ayrton Senna, un’altra prestazione da archiviare negli annali. Una supremazia umana più che tecnica, una dimostrazione di forza che avrebbe svoltato la stagione e le prospettive future.
Le aspettative per il binomio Schumacher-Ferrari erano altissime ma, dopo poche gare, si era capito chiaramente che l’elemento di congiunzione tra uomo e marchio, la F310, non era all’altezza della situazione. Fragile, fragilissima oltre che generosa nelle sue forme – ribattezzata “Poltrona Frau” – la prima monoposto del tedesco non aveva le armi per combattere, in condizioni normali, contro la Williams – Renault di Damon Hill e Jacques Villeneuve. L’eccezione era data dal piede destro di chi la guidava e, possibilmente, da qualche aiuto dal cielo.
Il morale, a Barcellona, era però giù di tono per quanto successo a Monaco. Dopo una Pole strabiliante (sette decimi recuperati a Hill in mezzo minuto), i sogni di gloria si spensero al Portier nel corso del primo giro. Tra Pole e pioggia battente sembrava tutto apparecchiato per una vittoria, ma bastò un minuto per vedere tutto sfumato contro il guardrail.
Ecco quindi che, incredibilmente, la gara spagnola divenne importantissima per rifarsi subito dopo il tonfo monegasco. E l’avvio della corsa, sotto il diluvio, non fece altro che acuire le preoccupazioni. Dalla terza posizione Schumi si trovò nono alla prima curva dopo una non-partenza, sorpassato a destra e a sinistra dai colleghi. Al contrario di quanto successo due settimane prima, però, il primo giro rappresentò solo uno spavento. Appena presa confidenza con la pista, iniziò non solo un’altra gara, ma tutta la storia Schumacheriana in rosso.
Bastarono 12 giri per riprendere tutti, superare Jean Alesi e Jacques Villeneuve e iniziare una personale sfida contro il tempo, che non contemplava la presenza altrui. Un ritmo indiavolato, con tempi anche di tre secondi più rapidi rispetto agli altri e una F310 che volava sull’acqua tanto quanto faticava sull’asciutto.
Il risultato a fine gara resta inciso nella storia. Con problemi al motore e praticamente un cilindro in meno – dettaglio emerso successivamente – Jean Alesi arrivò al traguardo con 45 secondi di ritardo, seguito a tre secondi da Villeneuve. Frentzen e Hakkinen, quarto e quinto, doppiati. Diniz, sesto e ultimo al traguardo in una gara martoriata dai ritiri, a due passaggi.
Da Barcellona 1996 sarebbe partita definitivamente la rincorsa al titolo, raggiunto faticosamente nel 2000 per poi vincerne altri quattro. A quella vittoria il tedesco, fino al 2006, ne avrebbe aggiunte altre 71 di cui sedici, a cavallo tra 1996 e 1999, con monoposto in rincorsa o quasi rispetto a chi dominava il rispettivo periodo. Furono gli anni degli inseguimenti, dei sogni infranti all’ultimo, degli errori e delle vittorie epiche.
Con quel successo iniziale, in un giorno burrascoso a Barcellona, arrivò l’insegnamento fondamentale per tutto quel percorso. Niente era impossibile, e non lo sarebbe stato.
Immagine di copertina: Media Ansa
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