E pensare che, un tempo, giocare al PC era da asociali…

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Gli Esport sono esplosi definitivamente grazie al Coronavirus e, quando un fenomeno esplode, diventa fondamentalmente una moda. La corsa alla postazione figa, al super PC, ai maggiori concentrati di tecnologia per ribaltarsi in parcheggio sono ormai questione quotidiana.

Calciatori, giocatori di cricket, ciclisti, youtuber, dromedari e scimmiette (cit.) e chi più ne ha più ne metta.

I consigli degli esperti, gli assetti copiati dai PRO, il gergo tecnico improvvisato di cui non si capisce niente: tutta roba che sta spopolando in queste settimane e che fa sorridere. Perché si capisce perfettamente chi si sta buttando nella mischia perché lo vuole davvero e chi perché non ha altro da fare.

Venti, trent’anni fa dovevi volerlo. Perché non c’era dietro un business in impennata elevata a potenza, non c’era il ritorno mediatico di Internet, non c’era esposizione. E, soprattutto, perché il bamboccio che passava i pomeriggi in casa a smanettare con assetti e telemetrie invece che uscire con gli amici era visto come un povero nerd pirla, asociale ed anche un po’ sfigato; a tratti, addirittura, problematico.

Gli assetti non si chiedevano a nessun PRO, te li dovevi costruire capendo da te a che gioco stavi giocando, se col solitario o con le macchine. Il volante era solo quello vero, dell’auto di papà. Tastiera e via andare, a consumare i tendini imparando quasi a sentire la macchina ad ogni giro con benzina in meno e gomme più consumate, come se volante e pedali ce li avessi davvero tra mani e piedi. E, quando battevi un record della pista, non c’erano i follower a farti gli applausi e mandarti le donazioni, o i video da postare ovunque. C’era solo la tua soddisfazione personale ed era quello l’obiettivo principale, dire “ci sono riuscito”. Per te stesso, non per tirartela.

Passare tutto il giorno a giocare al PC, tanto tempo fa, era visto da parecchi come un problema. C’era anche chi si lamentava dei giochi violenti, si aveva paura dello spirito di emulazione. Trascorrere pomeriggi o notti a disegnare le macchinine e correre contro un PC era, per alcuni, segno di un disagio, non un personale modo di crescere e sviluppare la propria personalità. Ora sembra diventato un obbligo: se non hai la postazione, il visore, guanti e scarpe sei scarso a prescindere. Poi giri nelle stanze online e, nella maggior parte dei giochi, trovi solo gente pronta a prenderti a sportellate e giocare sporco. Ecco il risultato.

Quello che sta succedendo in queste settimane ha due risvolti contrastanti. Da un lato è una rivincita per i vecchi che, un tempo, venivano presi per i fondelli e che, ora, vedono elevato a modello da seguire ciò per cui loro venivano derisi. Dall’altro è la dimostrazione che, per passare da un eccesso all’altro, basta davvero un attimo. Anche in questi casi la moda la fa da padrone: e, come spesso capita, fa danni.


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E pensare che, un tempo, giocare al PC era da asociali... 2
Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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