Due anni dopo: stessa storia, stesso posto, ma una Virtual Safety Car

FP2 del GP del Giappone, sono passati 40 minuti dall’inizio della sessione.

Le telecamere inquadrano la Haas di Gutierrez che si ferma a bordo pista, sull’erba: sembra quasi una scena di vent’anni fa, quando non c’era asfalto ovunque.

Esteban scende dalla monoposto, con il turbo andato. La grafica informa che è stata inserita la Virtual Safety Car. Gli altri piloti rallentano. In prospettiva i commissari iniziano a muoversi verso la Haas da recuperare: sullo sfondo, dalla via di servizio, compare lentamente una gru che si avvicina alla monoposto.

Siamo a Suzuka. Il punto in cui la Haas ha lasciato a piedi Gutierrez non è uno qualsiasi. È proprio quello, solo un centinaio di metri più avanti. La via di servizio è lei, quella dove si è fermata per sempre la vita di Jules, insieme alla sua Marussia. Quella gru che si avvicina è identica alla maledetta. Sembra uno scherzo, ma la scena è sostanzialmente, cinicamente, tragicamente la stessa: la gru solleva la Haas così come la maledetta aveva sollevato la Sauber di Sutil, di cui proprio Gutierrez era compagno di squadra. I commissari fanno da contrappeso con i cavi per tenere basso l’anteriore, esattamente come i loro colleghi due anni fa. È nuvoloso ma non piove, è più presto. Ma, soprattutto, c’è una Virtual Safety Car. Non può succedere nulla.

La Haas sembra essersi fermata lì apposta, per mostrarci come sono cambiate le cose in un paio d’anni. Anzi, più che a noi, forse per mostrare a Jules che il suo sacrificio, a qualcosa, fortunatamente è servito. Ma rivedere quella sequenza, quell’inquadratura, in quel punto, due anni dopo e con tutto quello che c’è stato in mezzo è un ceffone fortissimo che, seppur alle 7.40 del mattino, ti sveglia anche dopo una notte insonne.

Si impara sempre, maledettamente, troppo tardi.

 

MONOPOSTO by SAURO

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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