Dovizioso: normale, ma speciale

Alyoska Costantino - 2 Settembre 2022 - 21:38

La carriera di Andrea Dovizioso sta per volgere al termine. Non sarà ricordata per essere la più vincente o stupefacente, ma nel suo piccolo ha saputo emozionare pur senza esagerazioni.


Valentino Rossi, Daniel Pedrosa, Jorge Lorenzo. Gli ultimi cinque anni di MotoGP hanno visto i ritiri di alcuni dei più grandi motociclisti dell’era moderna e contemporanea, dei veri fenomeni che hanno plasmato il Motomondiale con le loro rivalità e i loro duelli epocali, soprattutto a cavallo tra la fine degli anni 2000 e l’inizio del decennio successivo. Domenica un nuovo nome di peso si aggiungerà a questa lista. 

Andrea Dovizioso, tuttavia, non rientra in questa cerchia di campioni e di piloti fenomenali, capaci di fare così tanto la differenza e per così a lungo. Anzi, “Dovi” è stato probabilmente tra coloro che più hanno sofferto la concorrenza dei tre piloti menzionati, a cui possiamo aggiungere anche Casey Stoner prima e Marc Márquez poi. Quando si parla di Dovizioso, si parla di un pilota che si piazza perfettamente nella media. 

Per anni ciò è stato il suo più grande handicap, specie durante il suo periodo nel team Honda Repsol HRC. Essere nella squadra regina delle corse a due ruote e vincervi una sola gara in carriera, Donington 2009, non ha sicuramente giocato a favore del forlivese, ma anzi l’ha marchiato probabilmente in maniera perenne staccandolo dalla cerchia di coloro che si sarebbero giocati i titoli iridati e le prime pagine dei giornali. 

Tuttavia, negli anni successivi al periodo Honda quello è diventato forse il suo aspetto migliore: la normalità. In un periodo in cui lui e Ducati, la Casa in cui si era accasato, necessitavano di meno pressioni possibili per una risalita che nel 2013 sembrava impossibile, il motto del “testa bassa e lavorare” ha funzionato alla grande. Non penso dunque di essere in errore nel pensare che la moto che quest’oggi, nelle libere di Misano, ha occupato le prime quattro posizioni della combinata con quattro piloti abbia ancora molto del lavoro compiuto da “(Desmo)Dovi”. 

Riportare in alto la Desmosedici non è stata paragonabile alla costruzione di un’opera d’arte da zero per mano di un genio architettonico, quanto più un lavoro passo dopo passo, mattone dopo mattone, per ricostruire ciò che anni di errori, addii ed anche egocentrismo tutto italiano avevano demolito. Tutto questo anche grazie al lavoro dell’ingegner Dall’Igna, inutile negarlo. 

Che Andrea e Luigi non si siano mai piaciuti è assodato e anche la separazione a fine 2020 è stata figlia di questo scontro di idee (e anche di un po’ di presunzione di entrambe le parti). Eppure, quando la collaborazione c’è stata, i frutti del lavoro si sono visti, specie in quel triennio 2017-2019 dove Dovizioso non ha solo risollevato moto e squadra, ma l’ha addirittura portata a contendere la vittoria al riferimento assoluto della MotoGP di allora (e per alcuni ancora di oggi): Marc Márquez. 

Tra tutti i piloti con cui il “Cabroncito” avrebbe dovuto giocarsi il titolo, penso che Dovizioso fosse il più inaspettato di tutti. Non solo per la differenza innegabile di talento, ma anche per la presenza di Jorge Lorenzo in squadra in quel biennio, preso proprio per riportare il titolo a Borgo Panigale. Ed invece, su quelle colline del Red Bull Ring a metà agosto 2017, ad incrociare la traiettoria all’ultima curva di Márquez non c’era la Ducati #99, bensì la #04. Quel tizio assolutamente normale ma che in quel frangente è riuscito a far stare “in piedi sul divano” tutti quanti. 

La sfida in Austria 2017 non è stata un caso isolato: per i due successivi anni la lotta tra i due c’è stata, anche se alla lunga la differenza di età, velocità e talento si è sempre fatta sentire. Eppure, negli scontri diretti, spesso a prevalere è stato l’italiano sullo spagnolo, in quella che è stata una rivalità a mio modo di vedere appassionante, sana e sempre piacevole, molto più di quanto non lo sia stata, per esempio, la sfida tra Rossi e lo stesso Marc, intrisa di veleni. 

Un duello tra due piloti agli antipodi per generazione, considerazione, propensione al rischio e persino moto e stili di guida, ma comunque sempre rispettoso. E avere l’endorsement come quello che l’otto volte iridato gli ha concesso vale sicuramente molto. 

Nel periodo migliore di Dovizioso molti non hanno esitato a tirare in ballo quante più motivazioni possibili sull’improvvisa crescita del forlivese, bollandole più come scusanti per denigrare le sue grandi prestazioni di quel periodo che possibili ragioni. Il mezzo favorevole, le gomme Michelin vantaggiose, l’abbassamento del livello dei piloti: tutto detto in funzione per rendere meno valevole ciò che Dovizioso stava facendo. 

Che Dovizioso abbia tratto un vantaggio da elementi come la Ducati tornata competitiva o l’uso delle Michelin anziché delle Bridgestone è indubbio. Tuttavia, sul piano delle gomme era in una condizione paritaria per tutti e come ha dovuto fare “Dovi”, tutti quanti hanno dovuto adattarsi al cambiamento; di certo Andrea non disponeva di gomme “speciali” o simili, e come le Bridgestone favorivano i big qualche anno prima, le Michelin hanno fatto lo stesso favorendone altri più bravi ad adattarsi al cambiamento. Una prassi nel mondo delle corse. 

Il pilota stesso era bravo a rigirare sempre questo fattore a suo vantaggio: molte delle gare di gruppo che si sono viste nei primi anni dal ritorno di Michelin vedevano proprio Dovizioso in testa, nel cercare di non spingere mai oltre un certo limite per gran parte della gara per poi dare uno strappo e sgranare il mucchio solo a poche tornate dalla fine. Una strategia, ma anche una necessità vista la miglior abilità di piloti come Márquez a fare ritmo costante. Ma in fondo, una vittoria è pur sempre una vittoria, che sia ottenuta in volata per 0”023 o con un abisso di 12” di vantaggio; vale sempre 25 punti in entrambi i casi. 

Sul piano della moto, invece, vorrei dare uno sguardo a quello che è stato il confronto coi compagni di squadra. Il confronto con Danilo Petrucci, scelto proprio come sua seconda guida, era chiaramente il più alla portata, ma quando si ha contro Jorge Lorenzo o anche un pilota talentuoso come Andrea Iannone (almeno all’epoca), l’esito pare quasi già scontato. Invece, dal 2016 (ovvero da quando Ducati si è riallineata a livello regolamentare con Honda e Yamaha dopo la breve parentesi Open) “Dovi” ha prevalso sempre nei confronti di squadra, specie quelli col “Por Fuera” col 2017 terminato con 261 punti per l’italiano e 137 per il maiorchino (sei vittorie a zero) ed il 2018 che, pur non contando le gare saltate da Lorenzo per infortunio, vedrebbe “Dovi” comunque davanti. 

Questo periodo magico, tuttavia, è già volto al termine da qualche anno. L’epilogo verso cui si avvia questa carriera non è dei più dolci dopo un 2022 deludente, ma almeno terminerà davanti al pubblico di casa, quello di Misano che ha già portato degli striscioni con su scritto “Grazie Dovi”. 

Sarà un esito silenzioso, senza celebrazioni, festoni o folle in visibilio tutte per il #04, ma qualcosa di incredibilmente “normale”; il ritiro ideale per uno come lui ed in linea con ciò che Dovizioso è sempre stato durante il suo percorso. E io non posso fare altro che condividere questo ringraziamento.

Fonte immagine: mediahouse.ducati.com