Diventare immortali a 34 anni

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Il giorno in cui Ayrton è mancato avevo 11 anni. Ero un bambino, molto più di quanto lo siano gli undicenni oggi.

A quell’età vedi un trentaquattrenne come una persona molto più grande di te. Potrebbe quasi essere un padre. Per anni ho convissuto con questa differenza di età pensando a come mi sarei sentito quando sarei giunto anch’io a quel numero sulla carta d’identità. Un passo alla volta mi ci sono avvicinato, un passo alla volta mi sono reso conto di quanto se ne sia andato troppo presto e di quanto, prima della sua scomparsa, sia stato capace. Diventare l’eroe di un paese, oltre che un campione di sport.

Ora che di anni ne ho 34, come lui quel giorno maledetto, non riesco ancora a vedere Ayrton come un mio pari età. Perché mi sembra sempre e comunque più grande: come se, pur essendo scomparso, la sua figura sia comunque cresciuta negli anni, così come il suo mito. Ora che posso anagraficamente capire cosa significhi avere quell’età, resto basito nel dover ammettere quanto sia stato inutile aspettare tutto questo tempo. Perché continuo ancora a sentirmi piccolo rispetto a lui, come se i miei undici anni siano rimasti gli stessi al cospetto dei suoi trentaquattro.

Ed ora? Gli anni continueranno a passare: ne avrò cinque, dieci, quindici​ più di lui prima di andarsene, ma rimarrà sempre e comunque più grande, su un altro livello. È la magia dell’immortalità, quel dono che colpisce chi è stato troppo grande nel vivere una vita finita troppo presto. Talmente grande da continuare a vivere anche se non è più qui tra noi.

L’età può fermarsi, la grandezza è per sempre.

Immagine: internet (per segnalare copyright info@passionea300allora.it)

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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