Dakar: 30 anni senza il “Re Sole”, Gilles Lalay

“È stato un meraviglioso compagno di squadra ed un grande professionista, capace di passare con grande facilità dai successi nell’enduro a quelli in terra africana. Quello che apprezzavo più di lui era il suo parlare volentieri di tante cose che non c’entravano nulla con le gare: di golf, della famiglia e delle sue innumerevoli passioni sportive. Prendeva la vita con grande entusiasmo”.

Così è come Cyril Neveu ricorda Gilles Lalay, scomparso durante l’edizione 1992 della Dakar (quell’anno definita Paris-Le Cap) esattamente 30 anni fa. Un’edizione storica perché fu la prima (e anche l’unica) ad attraversare l’Africa equatoriale terminando il suo percorso proprio a Città del Capo. Un’edizione, l’ennesima, divenuta tragica proprio per la scomparsa di Lalay, avvenuta a seguito di un banale incidente stradale.

Durante un trasferimento, una macchina del servizio medico chiamata con il nome in codice Tango11 si scontrò frontalmente con la Yamaha del povero Lalay, che di fatto morì sul colpo nonostante il tentativo di rianimazione del personale medico. Una tragedia che colpì la corsa in generale tramite uno dei suoi principali protagonisti, che sul finire degli anni ’80 aveva contribuito a rendere la Dakar una gara così leggendaria.

Lalay aveva concluso secondo nel 1986 e nel 1991 e terzo nel 1988, uscendo poi vincitore dall’edizione 1989 in sella alla Honda ufficiale. Una vittoria arrivata dopo un confronto memorabile con il nostro Franco Picco, battuto sul finire di una gara condizionata dalle divagazioni (anche extra-stato) dei piloti, dovute principalmente ad un road-book non precisissimo. Quel successo del 1989 divenne ancora di più leggendario perché ottenuto a pochi giorni dalla scadenza del contratto con Honda. Di fatto Lalay vinse la Dakar da pilota “disoccupato”. Riproponiamo le sue parole, uscite nel numero 3 di Motosprint del 1989, rilasciate subito dopo la sua vittoria.

La Parigi-Dakar ha un fascino speciale?
“Lo ha avuto quest’anno perché sono sempre stato in lizza per la vittoria. La scorsa stagione quando mi sono accorto di non essere più in grado di vincere mi sono emozionato molto meno. È una gara da prendere con filosofia, che fa parte di un programma di gare, anche se indubbiamente è la più prestigiosa”.

Ed è così che l’hai affrontata?
“L’ho affrontata esattamente come gli anni scorsi, vivendo alla giornata. Non si possono fare programmi o strategie. Certo è importante essere regolari e non accusare mai troppi ritardi”.

Ed avere un po’ di fortuna…
“So che alludete alla tappa di Tomu-Dirkou, quella neutralizzata. Quel giorno ho avuto problemi al motore e l’annullamento è stato provvidenziale. Comunque non è vero che ero proprio a piedi, sarei arrivato comunque al traguardo anche se attardato. Vero però, sono stato fortunato”.

Come hai trovato la Dakar, cambiata?
“Non è stata più facile dello scorso anno. Il livello di difficoltà è rimasto lo stesso. Piuttosto oggi si guida più veloce di quando venni cinque anni fa per la prima volta. I piloti non sono più gli stessi e il livello è aumentato. Non esistono nemmeno più i maghi della navigazione perché oggi ci sono degli strumenti che permettono a tutti di essere più precisi”.

Sono quattro anni che vince la Honda…
“Le monocilindriche hanno confermato la loro velocità e la Cagiva ha vinto diverse prove speciali”.

Già, la Cagiva, stavi per approdare a Varese…
“Ho parlato con la Cagiva ma non abbiamo trovato l’accordo. La loro moto oggi è troppo grossa e superata. Le prestazioni sono migliorate per tutti e la tendenza ora è quella di fare moto più maneggevoli e anche per questo sono nate le grandi mono. Comunque non c’è una regola per vincere, ci sono sempre piccole cose che possono condizionare la gara”.

Il ricordo più bello di venti giorni di gara?
“L’arrivo ad Agadez, quando ho vinto la prima tappa recuperando una gran parte del mio svantaggio su Picco. E poi l’arrivo sul Lago Rosa, quando ho avuto la certezza della vittoria”.

30 anni senza Gilles Lalay, il “Re Sole”.

Immagine copertina: Pinterest

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