Da Dupasquier a Castroneves, il motorsport che non si deve fermare

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Per chi racconta il motorsport non c’è cosa peggiore che dover scrivere di un pilota che si spegne sulla via di un sogno. Il tutto assume contorni inspiegabili, inconcepibili quando la carta d’identità non arriva a vent’anni e chi ci lascia potrebbe essere tecnicamente tuo figlio. Inutile immedesimarsi nel dolore che possa provare una famiglia privata così di un affetto, anche solo provarci non ha senso.

Il motorsport, in questo weekend di fine maggio, ci ha consegnato i due volti più opposti che si possano avere nel mondo delle corse. Da una parte la morte, l’affacciarsi del rischio sul balcone di questo sport che non sarà mai sicuro al 100%. La dinamica dell’incidente di Dupasquier lasciava di suo poche speranze, ma quello che mette davvero rabbia è quel volto così giovane e la crudeltà con cui il motorsport, ciclicamente, ci ricorda la sua natura pericolosa nonostante tutti gli sforzi che la sicurezza sta facendo sotto qualsiasi fronte. Morire a questa età è tremendamente ingiusto, soprattutto quando si rincorre il proprio sogno con determinazione ed amore per il proprio mestiere. Purtroppo quello dell’investimento, soprattutto se riguarda la moto, è al momento il problema maggiore in un incidente insieme all’esposizione del collo. Difficile pensare ad una soluzione, sicuramente ci si lavorerà anche in memoria del pilota svizzero.

L’altro volto della medaglia è l’emozione della vittoria, e che vittoria. Quella di Hélio Castroneves alla 500 Miglia di Indianapolis è una storia meravigliosa, il raggiungimento dell’apice e dell’estasi a 46 anni in una carriera che di soddisfazioni ne aveva già regalate. In pochi avrebbero scommesso sul brasiliano e sulla possibilità che raggiungesse il record di 4 vittorie alla Indy 500, appartenente fino a ieri sera a tre americani: A.J. Foyt, Al Unser Sr. e Rick Mears. Eppure, proprio per questo, il trionfo è stato ancora più bello. A sottolinearlo è stato tutto quello che è successo dopo la bandiera a scacchi, con i festeggiamenti direttamente in pista, gli abbracci universali ricevuti da chiunque, colleghi compresi. Una vittoria trasformata in una festa collettiva per chi diventa definitivamente leggenda, a dodici anni dall’ultimo successo sul catino di Indianapolis.

Tra i due volti della medaglia si insinuano le polemiche e le domande che, in occasione di ogni evento tragico, vengono riproposte sulla necessità di rischiare così e sul “senso” generale di sport pericolosi come il motorsport. Domande poste, per lo più, da personaggi che colgono l’occasione per dire la loro senza seguire la categoria in questione; un po’ come per i telegiornali ed i media generalisti, che approfittano dell’incidente di turno per mostrare immagini spettacolari in servizi di 30 secondi che dicono tutto e niente e, spesso, non rispettano la memoria dei personaggi riportati.

Mostrare ripetutamente l’incidente di Dupasquier al rallentatore alle 8 di sera, riportare fake news per tutto il giorno, fare i pappagalli dei social dove rimbalza qualsiasi indiscrezione incontrollata non è fare informazione ma sciacallaggio a favore degli algoritmi di analisi del traffico, senza rispetto alcuno per il protagonista di quelle immagini e di chi gli sta vicino. Ma lo sappiamo, funziona così. E, se funziona così, non è solo per colpa di chi propone ma anche di chi fruisce.

Quello che non è concepibile è la polemica trita e ritrita sul motorsport in sé fatta da chi il motorsport non sa cosa sia, sulla necessità di fermare le corse perché i piloti rischiano troppo, come se si giocasse al massacro e come se in altri sport non succedesse. Ecco, forse bisognerebbe chiedersi chi rischia di più tra i piloti su un circuito o le persone normali su una strada pubblica, dove gli automobilisti fanno le videocall su Whatsapp con il cellulare agganciato alla corona del volante e l’esasperata follia collettiva del car-bike-scooter-monopattino sharing porta , nella maggior parte dei casi, gente incosciente ed ignorante del codice della strada a creare pericoli continui per tutti.

Fermare il motorsport richiederebbe, per coerenza ideologica, la necessità di non far uscire più di casa nessuno, perché si può morire anche attraversando la strada per colpa di un incosciente. È una richiesta che fa capire lontano un miglio la non conoscenza da parte di chi la pone e la necessità di agganciarsi al treno dell’evento del giorno per cercare visibilità, in un vortice che porta nell’arco di poche settimane a diventare virologi, scienziati, astronauti, allenatori, team principal, piloti, esperti insomma di qualsiasi cosa senza esserlo in realtà di nulla.

Il motorsport è tutto quello che abbiamo vissuto in questo weekend. Gli investimenti sulla sicurezza negli ultimi tre decenni l’hanno portato ad essere uno sport molto più sicuro ma non infallibile. Il rischio che un pilota possa morire non verrà mai eliminato del tutto e ci sarà sempre l’occasione non calcolata, l’evento non preventivato a ricordarcelo, dolorosamente come successo al Mugello. Su questo filo invisibile si gioca l’avventura di chi, a trecento all’ora o anche oltre, cerca la gloria eterna per dimostrare di essere il più veloce a se stesso e agli altri. Una gloria che poche ore fa Hélio Castroneves ha conosciuto per l’ennesima volta e che per Jason Dupasquier, purtroppo, si è rivelata troppo presto irraggiungibile.

Non per questo, però, bisogna fermarsi. Dopo lo sgomento, il ricordo e l’emozione, si deve ricominciare. In onore del giovane svizzero e di tutti gli altri piloti che, per regalare una gioia ai loro tifosi e a tutti gli appassionati, hanno perso la vita. Continuare è un dovere, una forma di rispetto, una carezza alla memoria di chi non c’è più. Non capirlo smaschera chi non fa parte di questo mondo, né da addetto ai lavori né da appassionato e dovrebbe, pertanto, sperimentare una forma di comunicazione attualmente in disuso ma perfetta per queste situazioni. Il silenzio.

Immagine: Media Indycar

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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