Cosa insegna Zandvoort? Mai scambiare vera intensità con finta quantità

Il ritorno di Zandvoort nel mondiale è un toccasana che fa riflettere

Quella che si sta aprendo negli ultimi anni è una vera e propria battaglia di pensiero generazionale, tra chi adora la Formula 1 attuale tutta DRS ed aeroporti e chi proviene da un’era diversa, fatta di sorpassi sudati dieci giri (o magari mai arrivati) e piste dove il limite non era dato da un sensore ma dalla natura.

Zandvoort ha dato le risposte che mi aspettavo. Aver riportato la Formula 1 su un tracciato tortuoso, difficile, ristrutturato in modo egregio e mantenuto in linea alla sua tradizione per quanto riguarda le vie di fuga, ha permesso di mostrare la natura della F1 anni ’80 trasportata al giorno d’oggi, con il DRS a dare quel tocco di attualità che, ormai lo sapete se leggete da tempo, per me si può sempre evitare.

Detto questo, ci sono almeno un paio di aspetti che voglio sottolineare sulla gara vista oggi. Il primo, appunto, è quello legato al tracciato. Davvero abbiamo bisogno di Sochi, Abu Dhabi, Bahrain e via discorrendo quando in giro ci sono impianti di questo tipo? Se la Formula 1 fosse cresciuta nei luoghi che ora proliferano nel calendario (Sochi e Abu Dhabi per citarne due) credo che oggi non ci sarebbe più o non avrebbe ancora questo seguito. Ma quello che più conta è il parere dei piloti: i quali, pur indicando la difficoltà di operare i sorpassi, sono rimasti estasiati da questa pista.

Tutti a Zandvoort si sono detti divertiti, sorpresi, felici di correre in un posto simile senza doversi preoccupare dei track limits; perché, come si scrive spesso qui, il vero limite è (o dovrebbe essere) la terra o la ghiaia e non un sensore annegato nell’asfalto. Oltretutto, senza lamentarsi, i piloti hanno anche apprezzato il tornare a convivere per una volta con la sensazione di essere in equilibrio su un filo, con quel centimetro in più o in meno determinante per finire fuori pista, nelle barriere e buttare via un giro o una qualifica, come successo tra venerdì e ieri.

Al di là dei tecnicismi sul tracciato, argomento sul quale vorrei tornare prossimamente a parlare, c’è poi una parola con la quale voglio ampliare il discorso.

INTENSITÀ

Stamattina discutevo con un ragazzo su Twitter sull’utilità o meno del DRS. Lui puntava sul fatto che senza non si supererebbe, io ribattevo che del problema dei sorpassi sento parlare da quando seguo la Formula 1 (trent’anni) e se ne parlava probabilmente anche prima con, più o meno, lo stesso vigore. Di gare definibili noiose, nella concezione attuale del termine “noia”, ce ne sono sempre state, perché il Motorsport puro non dovrebbe prevedere a qualsiasi costo sorpassi e scambi di posizioni. Semmai, fino a due decadi fa, l’incertezza era data dall’affidabilità carente che creava scossoni improvvisi per le classifiche di gara e quelle del mondiale.

Detto questo: chi ha il coraggio di negare, al netto di un numero di sorpassi in pista piuttosto esiguo per la sua natura (ma come detto, i piloti ne sono rimasti enturiasti), l’intensità di una gara, quella di Zandvoort, giocata sul filo dei decimi tra Verstappen e Hamilton per quasi tutta la sua durata?

Io credo che l’attesa, il rincorrere il decimo, giro per giro, lo studiare la strategia per rientrare davanti sul filo del rasoio siano dettagli molto più importanti ed emozionanti dell’asettico conteggio dei sorpassi (in gran parte finti) a fine gara. Vedere Verstappen e Hamilton spingere al limite tutta la gara, sfruttare i doppiati per recuperare due decimi sull’avversario è l’essenza del Motorsport, il motivo per cui milioni di appassionati si sono legati alle corse. Così come, lo dico da tempo, la lotta sudata per il sorpasso vale infinitamente di più di un’ala che ti mette 30 km/h in più del tuo avversario a disposizione. Basta tornare a Budapest e alla difesa monumentale di Fernando Alonso su Lewis Hamilton: un sorpasso che ha richiesto giri e giri per essere consumato, ma che tutti hanno sottolineato per la capacità dello spagnolo di resistere. Non è questo il vero Motorsport?

E, quando il sorpasso non avviene, questo non significa che ci sia da buttare via tutto. La favola secondo cui lo spettacolo è direttamente proporzionale al numero di azioni in pista, indipendentemente dalla loro autenticità, è una delle cause di disaffezione da questo sport. Prendete, tornando ad Alonso, la sua partenza di Zandvoort. Lo scarto per passare Ocon, quello per mettersi davanti a Giovinazzi con il salto sul cordolo: scene del genere valgono 20, 30 sorpassi con il DRS, senza “se” e senza “ma”.

È a questo che dovrebbe puntare la Formula 1: ristabilire la sua stessa autenticità. E il ritorno di piste come Zandvoort, con le sue vie di fuga rigorosamente non asfaltate, gli errori che si pagano davvero, il divertimento nel piede e nella testa, sono uno spot impagabile per tornare a respirare aria di Formula 1, quella vera.

Quando assistiamo ad una gara, anche se non ci sono sorpassi, mettiamoci nei panni di chi lotta, che sia per la prima o la decima posizione. Impariamo a comprendere l’intensità con la quale si rincorre il decimo, la curva presa meglio o peggio. Entreremo in un modo diverso di leggere le gare, capirle. Ne diventeremo parte anche noi. E, di colpo, tutte le lamentele sulla noia, sui sorpassi che mancano, saranno un brutto ricordo.

Immagine: ANSA

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COMMENTA

  1. Sono pienamente d’accordo che lo spettacolo sia dato più dall’intensità che dal numero di sorpassi.
    La cosa strana però della gara olandese è che c’è stata battaglia fondamentalmente solo tra i primi due.
    Probabilmente non è colpa della pista ma delle auto e certamente non lo impariamo oggi. Il primo problema della F1 sono i regolamenti tecnici che favoriscono situazioni per cui 2 macchine danno 1 secondo al giro a tutti.
    In questo senso, mi auguro vivamente che non vengano davvero introdotte le terze auto per i top team, altrimenti “gli altri” lotteranno per un paio di piazzamenti nei punti

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