Con l'impeto di un big bang

PAROLA DI CORSARO
Con l'impeto di un big bang

Il dominio in Australia di Bautista e Ducati non è stato un caso, ma il mondiale non è finito di 19 Marzo 2019, 09:45
Alyoska Costantino

Sarebbe stato molto, forse troppo, facile fare una bloggata a seguito del Gran Premio d’Australia. Non quello di Formula 1, ma quello in cui la Rossa è andata bene, anche se non quella di cui tutti parlano al momento. A svegliare gli italiani dal tepore per essersi alzati dal letto alle 2:00 del mattino ci ha pensato la nuova coppia protagonista in Superbike, capace di infrangere qualsiasi certezza e pronostico nato nell’inverno e a favore di qualunque altro pilota. Dopo i diciassette secondi in media rifilati a tutti gli altri a Phillip Island, Buriram poteva essere una tappa con valori completamente diversi, magari addirittura stravolti...
Macché, altri dieci secondi rifilati sia in gara-1 che in gara-2. Direi che lo possiamo ufficialmente dire: la nuova Ducati Panigale V4 R, con in sella Álvaro Bautista, è davvero mostruosa.

Ci tengo a sottolineare la frase in mezzo alle virgole, perché osservando il resto delle Ducati, la situazione non è molto rose e fiori. I primi confronti si fanno col compagno di squadra Chaz Davies: d’accordo il riavvicinamento del gallese nelle prestazioni al secondo gruppetto a Buriram, d’accordo anche la sfortuna con la rottura in gara-2, ma inutile nascondere la totale discrepanza di prestazioni tra lo spagnolo e il #7. Si parla di un Chaz non ancora al 100%, ma dubito che i circa trenta secondi presi in Australia sarebbero scomparsi del tutto se Davies si fosse presentato nelle migliori condizioni.

Purtroppo per i fan di Chaz (come me), l’articolo di oggi non riguarda il vicecampione del mondo. Perché se questa Ducati vola, i meriti sono anche del pilota che la sta portando in alto dal primo passaggio sul traguardo della prima gara. Bautista, nel giro di un inverno, è passato dall’essere il pesce di media grandezza in mezzo all’oceano a sembrare una balena in mezzo a uno stagno, supportato da questa V4 che, con lui in sella, sembra davvero una MotoGP in mezzo a delle moto stradali. Lo spagnolo l’ha descritta, nella guida, proprio come a un prototipo da 1000cc, ed è forse anche per questo che lui, rimasto nella classe regina per tutto questo tempo, sia l’unico capace di domarla (al momento). Guardarlo in pista adesso sembra di vedere all’opera Márquez, solo con la tuta rossa e il 19 al posto del 93.

Ciò che stupisce, e che probabilmente ha stupito anche molti altri, è il fatto che il protagonista di tutta questa storia sia proprio Bautista. Álvaro lo si potrebbe paragonare a un Hülkenberg delle due ruote: considerato un buon pilota da tanti ma stranamente mai messo sulle moto migliori, passando tra team di media classifica a quelli di rincalzo e più in difficoltà. Sempre come il tedesco in F1, c’è anche da dire che Álvaro i suoi begli errori li ha fatti, vedesi Valencia 2011, Assen 2012 o Qatar 2014. L’unico caso in cui Bautista ha avuto la moto migliore in pista è stato il GP di Phillip Island (un posto speciale per lui forse?) dello scorso anno: l’obiettivo in quella gara era far bene, mettersi in mostra, far capire che prendere uno come lui sarebbe stata un’ottima mossa, e in questo caso lo spagnolo di Toledo è riuscito nell’intento. Alcuni eventi gli hanno dato una mano, tipo l’assenza di Lorenzo (che ha sostituito sulla Ducati) e ritiri illustri durante la gara, ma non di meno c’è riuscito.

Credo che anche la storia di Bautista, la sua gavetta, non sia stata delle più fortunate. Non tanto nei risultati o nei team che l’hanno ospitato, con un mondiale in 125cc e diverse vittorie in 250cc, tutte grazie al supporto di “Aspar” Martínez e dell’Aprilia. Il vero problema dell’attuale ducatista credo sia stata la propria immagine e soprattutto l’essere arrivato forse nel momento più difficile in assoluto dalla 250cc: Bautista è arrivato dalla categoria di mezzo appena dopo un periodo di grande splendore della classe, dalla quale sono passati fenomeni come Stoner, Pedrosa, Lorenzo e Dovizioso, proiettati poi in MotoGP; ancora peggio, Álvaro ha dovuto incrociare le proprie armi con uno dei piloti ricordati con più affetto nella storia recente del Motomondiale, Marco Simoncelli.

Non so se i due, prima della scomparsa dell'italiano, abbiano mai migliorato i loro rapporti, già logori dai tempi della quarto di litro. Come dimenticarsi le loro battaglie, i loro scontri più famosi come Jerez 2008, ma anche quelli fuori dalla pista tra le varie lamentele. Insomma, non si amavano i due, a malapena si parlavano come ha scritto anni dopo Bautista, in memoria del Sic. Tutto questo non ha favorito la figura di Álvaro, specie qui in Italia dove s’intravedeva in Simoncelli il nuovo Valentino Rossi, rendendo così il #19 una sorta di antagonista da battere, per alcuni pure antipatico per la sua nazionalità poiché, in quel periodo, si riaccendeva la battaglia in MotoGP tra Rossi e piloti spagnoli di alto livello come Lorenzo e Pedrosa. Il caso ha voluto che l’ultimo duello di Marco, a Sepang, sia stato proprio con il suo vecchio rivale.

Termino la divagazione sul Sic, e ritorno sui binari del presente. L’impatto di Bautista in Superbike è stato sconcertante, ma vanno dati i giusti meriti anche alla Ducati. Dopo anni di secondi posti, difficoltà iniziali paurose e sconfitte, la Casa di Borgo Panigale è tornata di nuovo a ruggire forte, mettendo in campo il mezzo migliore di tutti. Credo che un dominio del genere, al primo round di campionato, di una nuova moto non si sia mai visto nel campionato Superbike. Forse solo l’attuale ZX-10 R con Rea ma, quando questa moto ha debuttato nel 2016, fece doppietta a Phillip Island per un niente su Chaz Davies prima e van der Mark poi; mi vengono in mente anche la 999 nel 2003, con quattro doppiette nelle prime quattro manche firmate Hodgson-Xaus, e la Honda VTR di Colin Edwards nel 2000 con una doppietta stagionale alla prima gara, ma in entrambi i casi l’impatto non fu a questi livelli, per un motivo o per l’altro. Insomma, era da tempo che una coppia così non faceva un “ingresso” simile a inizio stagione.

Chi si mangia maggiormente le mani è proprio chi aveva il ruolo di dominatore fino a pochi mesi fa, Jonathan Rea. Johnny negli ultimi anni ci ha mostrato diverse cose oltre alle sue straordinarie doti di guida, e una di queste è che non ami per nulla perdere, specie da quando è in Kawasaki. Già da Phillip Island non si è risparmiato nel dire come la battaglia per il primo posto, attualmente, sia a senso unico, pur valorizzando le doti di Bautista. “Ci siamo presentati a una sparatoria con un coltello”, una frase emblematica per far capire la differenza di potenza tra la Panigale V4 e la Kawasaki 2019, nonostante questa sia la miglior Verdona guidata dal nordirlandese.

Un’altra cosa che ci ha dimostrato è la sua testardaggine e la sua cattiveria agonistica quando si trova in una situazione di svantaggio, cose che lo rendono il campione che è. Sempre nell’intervista post-Phillip Island è sembrato arrendevole in previsione del weekend a Buriram, di come anche lì non ci sarebbero state possibilità visti i tre lunghi rettilinei, e invece ecco che in gara-1 non si risparmia per stare davanti a Bautista, anche a costo di entrare cattivo in curva 3, far quasi cadere lo spagnolo e farlo infuriare nel rientro ai box. Certo, altri nove secondi presi in gara-1 e poi undici in gara-2 sono due belle tegole, ma considerando la conformazione della pista era da tenere in conto questo risultato, e la tenacia del quattro volte campione credo sia meritevole di essere ricordata.

C’è chi parla di iride già assegnato, ma per me non c’è nulla di più lontano dal vero. Tralasciando la presenza di possibili imprevisti gravi come infortuni o simili per uno dei due protagonisti, Álvaro per ora ha corso in piste che già lo scorso anno vedevano la vecchia Panigale in grado di giocarsela. La V4 potrebbe avere vita facile giusto ad Aragón ancora, ma prevedo da Assen una rivalsa di Jonathan Rea come non se ne vedono da anni nel campionato. Sono sinceramente emozionato nel vedere questo duello, che per me è solo all’inizio tra questi due grandi piloti. Nella speranza che il BoP non ci metta lo zampino andando a cambiare i valori in campo.

L’ultima riflessione la faccio sugli effetti che questa Ducati potrebbe avere sul campionato in sé. Da una parte questa Panigale ha alzato l’asticella delle prestazioni delle moto a livello vertiginoso, cambiando totalmente dei valori in campo oramai stagnanti da almeno quattro anni, e questo potrebbe portare le attuali case avversarie, ma anche altre, a mettere in commercio nuovi modelli altrettanto impressionanti, magari che sfruttano anche parte della tecnologia delle ali e delle carene sviluppata in MotoGP (non dimentichiamoci che Aprilia, con un nuovo modello della RSV4 uscito nel 2018, aveva già implementato delle appendici nel modello di serie anticipando Ducati). Questo alzerebbe il livello della competizione in SBK su piani che da tempo non si raggiungono, cosa che migliorerebbe il campionato.

L’altra possibilità, e ahimé la più probabile, è che la totale dominanza di questa Ducati rischi di portare all’abbandono delle già poche case presenti. Sarebbe una sconfitta di proporzioni enormi, specie per una categoria che nel 2018 ha già perso Aprilia e MV Agusta, pur risollevatasi quest’inverno riguadagnando in forma ufficiale BMW e Honda.

Nella speranza che tutto vada per il meglio, chiudo qui la bloggata. Ho dei biglietti per Imola da comprare.

Fonte immagine: Twitter / Álvaro Bautista



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