Che Sachsenring è stato senza il suo Re?

Lo Stato libero della Sassonia, fino alla rivoluzione tedesca del 1916, visse sotto la monarchia parlamentare e il suo ultimo Re fu Federico Augusto III. Affrontando un parallelismo sportivo col regime politico di poco più di un secolo fa, si può affermare come il Sachsenring abbia avuto due fattori dominanti nel recente passato, le cui strade si sono successivamente incrociate formando uno dei binomi più straripanti non solo del land teutonico, ma del motociclismo su strada.

Marc Márquez ha inciso il proprio nome nell’albo d’oro del Gran Premio di Germania nel 2010 nell’ottavo di litro in sella alla Derbi RSA 125 di Ajo Motorsport e, contemporaneamente, Honda Racing Corporation tornava al successo con Daniel Pedrosa dopo due anni, il 2008 e il 2009, in cui Casey Stoner e Valentino Rossi avevano alzato il trofeo del vincitore di quel GP per l’ultima volta nelle loro rispettive carriere.

Accennavo giusto prima all’incrocio di due rette parallele: Honda ha proseguito la sua striscia di trionfi col due volte Campione del Mondo 250 tra 2011 e 2012, mentre Márquez mostrava al mondo la sua incredibile confidenza con la Suter di Monlau Competición, struttura del suo manager Emilio Alzamora; nel 2013, poi, il corso degli eventi scritto con la promozione diretta dell’iberico nella squadra ufficiale di Tokyo, il successo in Sassonia e l’iride da debuttante.

La prima posizione del “Cabroncito” è diventata una costante che ha accompagnato le giornate di addetti ai lavori, tifosi, rivali e di qualsiasi forma vivente e non presente sulla Terra. La storia, d’altronde, viene formata dai numeri e i cancelli dell’olimpo si aprono al più valoroso dei campioni, a quell’individuo che obbliga chi osserva a uno sforzo mandibolare per lo stupore; in questo senso, alla mia memoria tornano prepotentemente le immagini del 2016, di come un errore possa rivelarsi chiave di lettura della circostanza e opportunità per sfruttare il proprio intelletto. Una visione che permise a Márquez di sugellare la vittoria con quasi 10 secondi sul compagno di marca Cal Crutchlow e che seppellì definitivamente le speranze iridate di Valentino Rossi.

In ambito filosofico, la concezione del tempo del tedesco Friedrich Nietzsche afferma che ogni attimo è destinato a ripetersi ciclicamente in eterno. Così è stato nel Motomondiale in Germania: un pronostico che si scriveva da solo già dal venerdì e che poneva il punto interrogativo solamente su chi sarebbe arrivato secondo e se qualcuno mai avrebbe tentato di opporre resistenza con un golpe sportivo; chiedere a Pedrosa, Oliveira, Crutchlow e Folger, gli unici timidi avversari dell’asso di Cervera in alcune, seppur poche, edizioni del Sachsenring. E se nessun pilota è mai riuscito a fermarlo, è stato Márquez stesso ad abdicare forzatamente senza colpo ferire da parte degli avversari.

Il calvario iniziato a Jerez de la Frontera nel 2020 è ormai noto e intriso di dettagli, dichiarazioni e, purtroppo, di interventi chirurgici: il terzo, apparentemente risolutore, aveva riconsegnato il mestiere di alfiere a Márquez e, nonostante la debilitazione, la conquista della cima del podio al Sachsenring è arrivata in modo inesorabile, lasciando poi spazio alla commozione di un’apparente ritrovamento della retta via, a posteriori rivelatosi solamente un altro sentiero tortuoso. Solo adesso posso affermare come il termine “Illusione” sia il modo più corretto per descrivere qualsiasi sensazione provata dopo il successo al Ring, a maggior ragione dopo le vittorie negli States e a Misano. La diplopia, in seguito, ha riportato tutti con i piedi per terra, risvegliando incubi che lo sport desiderava sopiti.

Mandando avanti il nastro della cassetta della stagione 2022 ci ritroviamo ancora in Germania con un Márquez operato ancora una volta, un Bradl tornato nuovamente in sella al posto del 93, una Honda che non ha raccolto punti durante la gara e un Quartararo che spezza il ciclo, imponendo una concezione lineare del tempo e rappresentando lo stop dell’egemonia spagnola. Fabio aveva già raggiunto la piazza d’onore nell’edizione dell’anno passato, ma era lontano dal duello a distanza che si era tenuto in cima alla classifica. Il successo del campione in carica, maturato al termine di un dominio di stampo Marquezziano, rappresenta il segnale che, forse, Quartararo ha bisogno di Márquez così come quest’ultimo ha bisogno della punta di diamante di Yamaha. Il dubbio che si pone spesso sull’attenzione mediatica attorno ai piloti odierni converge sempre sul peso delle loro personalità. Con il ritiro del catalizzatore di masse per eccellenza Valentino Rossi, il prodotto televisivo della MotoGP si è sempre scontrato con ragazzi eccezionali nel muovere la moto e meno la lingua, ma forse sotto un certo aspetto è anche meglio così. Quell’illusione citata in precedenza fungeva da incipit del testo della futura rivalità tra Márquez e Quartararo, che tutti avrebbero pronosticato nel 2022 anche grazie a un progetto nuovo, rivoluzionario portato in pista da Honda in grado di aiutare il suo fenomeno. Ma perché entrambi hanno bisogno di rivaleggiare? Un dualismo a ventiquattro carati consegnerebbe a Fabio un avversario che potrebbe proiettarlo nel ciclone mediatico, regalando al paddock e ai vertici Dorna un nuovo personaggio su cui riportare l’attenzione delle masse generaliste e dei tifosi più casual, e avrebbe consentito a Marc di percepire la competitività che il corpo gli avrebbe permesso di esprimere. Sono consapevole che il desiderio di vedere questo scontro dovrà essere necessariamente riposto in un cassetto, sperando sempre che l’attesa non si riveli alla fine un altro “What if”.

Tornando alla domanda del titolo: il Sachsenring ha assistito all’ascesa al trono di un nuovo Re, oppure alla fine della monarchia con stabilizzazione di un governo provvisorio. Il 20 ha fatto la figura del 93, anche se per caratteristiche le similitudini tra i due stanno a zero. La soluzione completa del quesito è da scrivere in un futuro libro (magari firmato proprio da me quando avrò qualche capello bianco) pubblicato da una casa editrice, oppure in un copione di un film come già fatto in Formula 1 per Rush.

È stato un Gran Premio normale come tanti, una corsa iniziata con un semaforo verde e chiusa con una bandiera a scacchi. La visione semplicistica dell’evento mi ha concesso questa frase apatica, priva di qualsiasi tipo di emozione. Ma quell’assenza in pista è pesata. La regia non ha perso attimo nel mostrare immagini social del “Sachsen-king” seduto sul divano di casa ad assistere a quella che è sempre stata la sua gara, a un passaggio di consegne mai avvenuto formalmente in pista, a un duello a distanza che, nella mia testa e in questo momento nelle mie mani sulla tastiera, sta contribuendo alla fame agonistica tipica di Márquez e che l’ha portato a essere tanto bravo quanto controverso.

Guardare dal televisore una Yamaha vincere, con un pilota che potrebbe fungere da seme per una nuova potenziale era del motociclismo su strada, magari avrà concesso a Marc di compiere un tuffo nel passato, ritornando al 2013 e al suo debutto, a quando era lui la nuova generazione e il suo massimo rappresentante; ed ecco dove nascono i primi indizi che la Sassonia ha disseminato domenica con lo sventolare della bandiera a scacchi: è stato un GP che ha intensificato ancora di più il volere di chi non vuole diventare il passato e di chi, invece, si sta affermando come il presente e prossimo riferimento del futuro.

Immagine di copertina: Honda Media Site

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