Ces petites choses qui n’ont au clair

Piccole cose non chiare, grandi dubbi, un motociclismo a due velocità di informazione

Spendere due parole in più per il brillante dodicesimo posto di Darryn Binder, o per la prestazione incoraggiante di Remy Gardner, giuntogli appena davanti sotto la bandiera a scacchi. Approfondire con tatto ed interesse la difficoltosa situazione sportiva in cui vertono Franco Morbidelli ed Andrea Dovizioso; porre un accento sulla solidità di risultati di Brad Binder. Tutte queste sono cose a cui la moltitudine di chi è deputato a far sì che le parole divengano le più fedeli e creative alleate di ciò che accade in pista, ci bada poco, preferendo orientare il proprio mirino su ciò che scalda l’interesse, gli animi, la popolarità.

È così che tutte quelle piccole cose che non sono chiare continuano a permanere in quel limbo esistenziale, ove per l’appunto esistono ma non meritano indagine, considerazione, interesse: troppo sforzo da impiegare, poca resa da racimolare. Fiumi di caratteri, quindi, per lo straordinario stato di forma di Quartararo; per la goffa gaffe di Espargaró ad un giro dal termine della gara; per Nakagami e la sua scellerata staccata, poi divenuta carambola. Non è buffo pensare, però, che questi temi così popolari abbiano un substrato pregno di piccole cose che non sono chiare – le stesse che fanno plausibilmente desistere dal trattare con più copertura quegli argomenti meno immediati –, le quali contribuiscono implicitamente, con il loro alone di inevitabile mistero, alla risonanza di suddetti temi?

Fabio Quartararo, ad esempio, prosegue indisturbato nel rendersi protagonista di weekend di indubbio spessore. Essendo il talento arduamente quantificabile in termini numerici, si resta incagliati, con fascinazione, nel cercare di far quadrare i dati di una Yamaha verosimilmente inferiore alla concorrenza con il primo posto in campionato. Continua a latitare – da una visione che cerca di rifuggire dal superficiale e che si aggancia a quel che può – un passaggio logico, lo stesso del binomio Márquez-Honda che ha fatto, fa e farà scervellare – così come quello tra il francese e la casa di Iwata – sul capire se il talento del campione predomini totalmente sulla competitività della moto, o se ci sia un margine di possibilità per cui la moto non sia così male e che le caratteristiche degli altri piloti semplicemente non combacino con quelle del bolide in questione.

Morbidelli e Dovizioso hanno dimostrato, nel corso delle loro carriere, di possedere a pieno titolo la stoffa del pilota, condividendo a più riprese un’impostazione che faceva della razionalità un perno imprescindibile. Vederli barcamenarsi per acciuffare qualche punto, in sella ad una concezione di moto con la quale entrambi hanno ottenuto risultati importanti in passato, fa davvero strano. Se per il forlivese la memoria abbocca all’amo di una decina di anni fa, per il romano gli ultimi momenti salienti sono targati 2020, l’altro ieri, per giunta con a disposizione una moto meno evoluta rispetto ai pari-marca e un titolo di vicecampione in più. Tutto tace, forse per via di un meccanismo protettivo, forse perché l’oblio è una quinta comoda per poter puntare le luci della ribalta sull’attrazione del momento.

Espargaró è l’ultimo di una discreta serie di piloti nella storia del motociclismo ad aver esultato prima che la gara fosse terminata, ormai è acclarato. Quel che passerà più difficilmente alla storia, però, sarà il potenziale quinto podio consecutivo, sesto stagionale, che lo spagnolo stava conquistando con ampio merito. L’unico degno rivale di Quartararo sotto il profilo della costanza, grazie anche ad un’alchimia con la sua Aprilia anch’essa inusuale, interessata da dinamiche poco consone a livello puramente tecnico, ma tremendamente efficace. Un progetto competitivo di cui, nonostante le ultime evoluzioni siano state piuttosto radicali, molto spesso se ne dimenticano le origini: partendo dal ruolo infaticabile di Bautista, passando per l’esperienza di Bradl, i contributi delle seconde guide e, infine, il lavoro a tutto tondo di Espargaró, al netto di un carattere fumantino ma supportato da un talento che alla lunga, forse troppo, sta ricevendo la giusta riconoscenza.

La polarizzazione è una brutta bestia, se la situazione permette di poter attingere ad elementi interessanti da entrambe le sponde. Nakagami ha compiuto uno scatto alla partenza da cineteca, trovandosi meritatamente a lottare per le posizioni di vertice: le argomentazioni contro il giapponese che presentano come deterrente il fatto che da dodicesimo si fosse ritrovato terzo, lasciano il tempo che trovano. Il brusco scarto verso sinistra ed il relativo ambaradan (s’invita, giustappunto, la platea che legge ad informarsi sull’origine di questa parola, nascosta tra le piaghe di un tempo nostalgico e violento) avrebbero, però, dovuto meritare maggiore considerazione di un “semplice incidente di gara”, sia per la dinamica pericolosa, sia per le conseguenze fisiche patite da Rins e, in particolare, dallo stesso Nakagami. La crociata mediatica (e sportiva, vedasi Zarco) contro il pilota LCR è stata ed è ingiusta, nei modi, nei tempi di reazione e, forse, anche nella faziosità; la controparte avrebbe avuto ed ha ancora l’opportunità di essere più organica ed obiettiva, al netto dell’episodio incriminato del Mugello e di altre piccole situazioni passate.

Tante piccole cose continuano a non essere chiare, difficilmente afferrabili, o arduamente ricostruibili, se ci si riferisce a piloti come Brad Binder, Darryn Binder e Remy Gardner che, se non fosse per qualche lampo estero, vivrebbero in un’apatia mediatica che, per il primo, si trasforma in visibilità quando l’universo KTM è in pace con sé stesso; per il secondo resta ancorata alla sua non piacevole fama che lo precede dalla Moto3; per il terzo poggia sul fatto che, assieme a Raúl Fernández, per una discreta fetta di pubblico essi forse militino ancora in Moto2. Quelle piccole cose, forse, devono non essere chiare: quelle che, pur tra evitabili dimenticanze, portano ad interrogarsi, a discutere, a volte ad arrendersi. Il novantatré è uscito?

Immagine: Media Yamaha

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