Buon viaggio, Sir Frank. Voce dolce e lenta in un mondo ultraveloce

Per chi come me ha iniziato a seguire con una certa coscienza la Formula 1 all’inizio degli anni ’90 (diciamo dai 7/8 anni in poi), il nome Williams simboleggiava fondamentalmente la perfezione.

Il team da battere, il rullo compressore, era tutto giallo-blu ed arrivava dall’Inghilterra, con il prestigio delle vittorie del decennio precedente e la consapevolezza di avere un vantaggio tecnico sulla concorrenza praticamente incolmabile, grazie anche al binomio perfetto con Renault.

Una vera e propria corazzata, capace di portare a casa quattro titoli piloti in sei anni tra ’92 e ’97, con il solo stop del biennio Benetton tra ’94 e ’95. Un punto di riferimento, insomma. Williams rappresentava il benchmark contro cui tutti dovevano confrontarsi per ritenersi all’altezza.

Quello che ai tempi mi straniva, perché ero ancora troppo giovane per capire, era che l’uomo dietro questa corazzata trasmetteva tutto tranne che l’ansia e la frenesia del mondo in cui era impegnato. Frank Williams era questo, diverso. La sua figura, in primis, lo era. Non tanto per il cinismo della sorte, che lo volle in sedia a rotelle diversi anni prima per un incidente stradale; uno smacco per chi ama e vive i motori ogni giorno della vita. Sir Frank era diverso per il suo modo di essere se stesso. Una voce dolce, lenta, flebile negli ultimi tempi, in un mondo che fa della ricerca del millesimo di secondo il suo core business. Una contrapposizione tra lento e veloce che affascinava.

Partito dal basso, ha costruito un successo invidiabile per chiunque, con 16 titoli tra piloti e costruttori a renderlo il terzo più vincente, insieme a Mercedes (per ora), dietro Ferrari e McLaren. Mostrando una determinazione inavvicinabile anche nei momenti più difficili, a tratti disastrosi; attaccandosi a quella passione che l’aveva avvolto per tutta la vita per tenere in piedi la sua creatura, sorretto dalla figlia Claire.

Un uomo pacato, sempre disponibile, gentile, educato anche in momenti magari non esattamente facili. Una figura riconoscibile, distinguibile da tutti gli altri, non solo visivamente ma nei modi. Fatico onestamente a ricordare un’intervista in cui si è mostrato scortese o anche con la minima “non voglia” di essere davanti ad una telecamera per rispondere ad una domanda. L’attenzione era tutta per lui, la sua signorilità, la sua pacatezza nel parlare (in un italiano perfetto, quando serviva), come se si fosse di fronte ad un vero Lord.

Sir Frank era un po’ un papà della Formula 1, un personaggio storico, stimato e ben voluto da tutti. Con la sua scomparsa si chiude un altro capitolo di questo sport: questa data ci allontana ancora un po’ di più dal Circus dei vecchi tempi, soprattutto in un periodo nel quale le novità anti-tradizione si susseguono a profusione. Dopo oltre 27 anni potrà finalmente riabbracciare Ayrton. Un dolore portato con sé per tutto questo tempo e che ora, finalmente, potrà colmare.

Buon viaggio, Sir Frank, e grazie. Per aver fatto parte di quel mondo magico che, ormai 30 anni fa, mi ha catturato per non lasciarmi più.

Immagine: ANSA

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