Blog | Team radio sì, Team radio no: ma chi deve dare il buon esempio?

Di: Alessandro Secchi
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Pubblicato il 11 Febbraio 2025 - 19:00
Tempo di lettura: 2 minuti
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La FIA pensa a bloccare forse l’unico strumento rimasto per carpire qualcosa di non artefatto nel comportamento dei piloti

La pantomima sulle parolacce in F1 si tinge di un nuovo colore. È quello blu della FIA che, nei giorni scorsi, ha fatto sapere che sta valutando se bloccare i team radio per non far sentire improperi di qualsiasi tipo durante fasi più o meno concitate del weekend.

Che il politically correct abbia sontuosamente frantumato ogni barriera di accettabilità lo diciamo da tempo, ma qui si sta arrivando davvero al ridicolo. I team radio – la cui trasmissione è stata voluta dalla stessa F1 (ancora pre Liberty Media) per aumentare il “drama” – sono ormai rimasti l’unico dettaglio che ci permette di capire qualcosa di autentico sulla personalità dei piloti, sempre più imbalsamati in un’etichetta di santarelli che fa tenerezza.

Eliminarli significherebbe toglierci anche l’ultimo baluardo di originalità non filtrata. Con questo non voglio dire a prescindere che sia giusto o sbagliato, perché se sentissimo cosa dicono altri atleti non microfonati (i calciatori su tutti) probabilmente ci metteremmo le mani nei capelli. Ma, essendo ormai limitatissimi nelle dichiarazioni, almeno dalle comunicazioni radio si può cogliere ancora qualche sfumatura caratteriale senza alcun controllo dall’alto, a meno di censure volontarie.

Fa anche sorridere che, sulle spalle di atleti che vivono sul filo dei 300 km/h, sia caricata la responsabilità di essere modelli caratteriali per i giovani, cosa che porta un “fuck” a comportare lavori utili e un giro di formazione non autorizzato a 5.000€ di multa. L’educazione e la comprensione delle situazioni e della vita in generale dovrebbero partire dai genitori – troppo spesso impegnati, per quelli delle ultime generazioni, ad ingigantire il proprio ego – non tanto ad uno sport pericoloso ed adrenalinico come la Formula 1.

Capisco anche che la F1 punti solo e soltanto su una fascia d’età giovanissima, ma data la natura dello sport di cui si parla non è possibile pretendere di avere in pista dei frati; così come fa altrettanto sorridere il voler raccontare storie di piloti tutti amici tra loro salvo scoprire (strano ma vero…) che così non è quando si giocano qualcosa di grosso in pista. Vedasi Verstappen – Norris nel 2024 o, andando più indietro, Hamilton – Rosberg soprattutto nel 2016.

L’ipocrisia, insomma, scorre ancora a fiumi: parte di un disegno per il quale la F1 deve essere non più uno sport adrenalinico, per piloti affamati di vittoria e pronti a tutti per arrivare primi ma un giro in giostra; una gita scolastica in giro per il mondo accessibile a tutti dove l’apparenza e tutto ciò che si fa fuori dall’abitacolo conta quasi più di quello che succede in pista. Quindi le parolacce non vanno bene, non sono friendly, vanno censurate.

Certo, e poi gli asini volano.

Immagine di copertina: Media Red Bull

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