Storie di incompetenza e non conoscenza che fanno, però, numeri cari a chi gestisce il tutto
Non è un mistero che, alle spalle del mondo degli influencer, ci sia tutta una serie di dinamiche legate ad agenzie di comunicazione, marketing e chi più ne ha più ne metta. Quando, però, viene a mancare chiaramente la competenza, qualche domanda è inevitabile farsela. È quello che è successo durante il Gran Premio d’Australia nell’hospitality della Williams. L’episodio è stato raccontato su LinkedIn da una corrispondente internazionale, Tania Drummond, e ci spiega chiaramente come spesso non sia tutto oro quello che luccica.

È accaduto infatti che un influencer con regolare invito — come succede per tutti i team in tutti gli eventi — una volta trovandosi di fronte Carlos Sainz gli abbia chiesto… chi fosse. Ora: immaginate la faccia di Sainz, che ho cercato di riassumere nell’immagine di copertina, nel sentirsi porre una domanda del genere da una persona all’interno dell’hospitality del suo team.
Questo piccolo episodio ci racconta che, senza fare ovviamente di tutta l’erba un fascio, spesso e volentieri l’influencer in sé, in quanto ruolo, non è assolutamente garanzia né di competenza né di meritocrazia. Immagino che ci siano un sacco di persone che pagherebbero oro per trovarsi di fronte Sainz, come qualsiasi altro pilota, e potergli porre delle domande sulla base di una conoscenza approfondita del mondo della Formula 1 e di centinaia di gare seguite alla televisione.
Purtroppo (perdonate il termine negativo) il mondo digitale ha contribuito alla nascita di figure e dinamiche che hanno portato la meritocrazia forse a uno dei livelli più bassi mai visti negli ultimi tempi. A fronte di personaggi che hanno davvero le conoscenze — e questo si capisce chiaramente dai contenuti che propongono — purtroppo esiste anche tutta una serie di influencer che nascono dal nulla e che, per usare una citazione, letteralmente “escono dalle fottute pareti”, piuttosto che essere spinti da mamma e papà quando ancora non dovrebbero avere un telefono in mano.
Non è neanche difficile, tra l’altro, individuare questi personaggi. Basta fare un giro sui loro profili social, navigare nel loro storico per capire che fino a pochi mesi prima parlavano di tutt’altro e che hanno evidentemente trovato nella Formula 1 — insieme ad agenzie e quant’altro — il palcoscenico ideale per crearsi una visibilità quasi gratuita, alle spese di conoscenza e competenza. E questa è una cosa che, onestamente, non sopporto.
Quando ho iniziato a scrivere, ormai parecchi anni fa, ricordo di essermi scontrato con alcuni esperti del settore della Formula 1, che si lamentavano del fatto che quelli che allora venivano chiamati semplici blogger — come me o altri che hanno iniziato lo stesso percorso nello stesso periodo — senza aver fatto un minimo di gavetta o nulla prima nella vita, si imbarcassero nell’aprire siti per parlare di questo o quell’argomento. Cercando di abbassare aspirazioni dall’alto dell’esperienza o di bloccare sogni sin dall’inizio.
Personalmente la cosa mi dava abbastanza fastidio, perché ritenevo di poter essere abbastanza preparato per parlare di Formula 1: al tempo la seguivo ormai già da quasi vent’anni. Con il passare degli anni questa mia grave colpa di aver iniziato in modo “diverso” mi è costata anche un marcato ostruzionismo interno presso una nota rivista. Il che dice molto di chi l’ostruzionismo l’ha messo in atto.
Mi fa sorridere, oggi, vedere alcune di queste persone avere a che fare con influencer che davvero non hanno alcuna competenza e che, fino a poco tempo fa, non sapevano riconoscere non solo Sainz, ma quasi nessun pilota di Formula 1. Gente che, nella maggior parte dei casi, non era davanti alla televisione nemmeno dieci anni fa, quando Nico Rosberg vinceva il suo titolo mondiale. Forse è anche il karma, chi lo sa.
È evidente che, in tutto questo, la colpa dell’influencer in sé è minore rispetto alla responsabilità dell’agenzia o del manager che seleziona il “talent” (altro termine ridicolo, scusatemi) per svolgere la tale attività. Ma qui torniamo al famoso discorso con il quale vi ho tediato per anni: quello dei numeri. Evidentemente a Liberty Media, alla Formula 1 e a tutto il sistema conviene molto di più avere influencer all’interno del paddock, perché questi hanno follower, portano interazioni e aiutano ad aumentare la fanbase di cui poi Liberty stessa si vanta quando va a sciorinare tutte le sue statistiche. Tutto questo, ovviamente, a dispetto di tradizione, storia, qualità e competenza.
Io credo — anche se ci vorrà tempo — che prima o poi questa bolla esploderà. Non si può andare avanti così e non si può vivere soltanto di numeri. E mi dispiace vedere la Formula 1 spremuta come una spugna solo per questo genere di dinamiche, che fanno bene soltanto al portafoglio di pochi e fanno invece molto poco bene alla storia stessa della sport che io e tanti altri amiamo.
Immagine di copertina: Media Williams
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