Blog | Qatar e compagnia: quando il dollaro conta più del rischiare la pelle

Di: Alessandro Secchi
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Pubblicato il 31 Ottobre 2026 - 15:00
Tempo di lettura: 3 minuti
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Blog | Qatar e compagnia: quando il dollaro conta più del rischiare la pelle
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Tra F1 e MotoGP, il susseguirsi delle notizie sullo svolgimento delle ultime gare chiarisce una volta per tutte le priorità di chi comanda, ora come in passato

Sto seguendo con privatissimo sdegno le notizie delle ultime settimane sui futuri scenari di calendario tra MotoGP e F1. Come dicevo un paio di settimane fa, per quanto mi riguarda, lato F1 il mondiale dovrebbe già essere chiuso. La MotoGP è, invece, arrivata ormai vicina alla resa dei conti sullo svolgimento della gara del Qatar tra una settimana, con un alternarsi di soffiate e indiscrezioni da far spavento.

L’attuale situazione ha origini che arrivano anche da lontano, ovvero da quando si è deciso di aprire le frontiere del motorsport a paesi dai grandi capitali – e dalle grandi fee d’ingresso, doppie rispetto alle gare europee – diventandone progressivamente succubi. Prima il Bahrain, poi Abu Dhabi, più recentemente Arabia Saudita e Qatar per quanto riguarda la F1. Quattro appuntamenti nel deserto portano i soldi di almeno otto gare corse in luoghi sacri.

Da qui il tentativo a tutti i costi, rischi sull’incolumità compresi, di portare a casa questi appuntamenti. Persa la gara (e i soldi) in Arabia Saudita, la F1 si è inventata il GP del Bahrain a Sepang e, ad oggi, sostiene che Qatar e Abu Dhabi si svolgeranno regolarmente. Non conosco contratti e accordi: può essere che la rinuncia dopo una certa data, per cause di forza maggiore, porti comunque ad incassare una parte degli introiti. Oppure può essere che tutto sia stato già deciso e che si attenda solo la matematica conquista del titolo da parte di Antonelli per salutare tutti dopo Las Vegas. Lo scopriremo già da lunedì.

Le notizie che arrivano dalla MotoGP sono ancora più tristi. I piloti del motomondiale non sono ancora ammaestrati come quelli della F1 e, coraggiosamente, hanno parlato autonomamente tra loro. Il malcontento per la sensazione di dover “per forza” andare in Qatar si odora a migliaia di chilometri di distanza e spuntano ipotesi di minacce nel caso in cui qualcuno decidesse – e vorrei ben vedere – di astenersi dal presentarsi in pista. Il mondiale si sta interfacciando nel modo più brusco con la nuova proprietà che, probabilmente, crede di aver acquisito semplicemente un asset con due ruote in meno della F1 quando le cose non stanno propriamente così.

Ragionando onestamente, non si può non dire che il business non sia mai stato parte di questi mondi. La F1, nel 2001, è andata a correre ad Indianapolis due settimane dopo gli attentati alle Torri Gemelle, mentre il GP del Bahrain del 2011 è stato rinviato tre settimane prima del suo svolgimento per i tumulti interni al paese, per poi essere definitivamente cancellato a giugno. Ho però la sensazione che, come al solito, chi comanda ora il giochino abbia alzato il livello dell’ossessione per l’incasso ad un livello mai raggiunto prima.

Un’anteprima l’avevamo vissuta nel 2022 quando, a Jeddah, cadevano missili a 10 km dalla pista e tutto fu fatto passare come degli spari durante la caccia alla volpe. La sensazione che ho sempre avuto con questa proprietà è che creda che il pubblico – tutto – sia disponibile a credere a prescindere, passivamente, a ciò che viene divulgato senza porsi domande. La sicurezza e la faccia tosta con la quale si è portata avanti fino ad ora una narrazione positiva sull’andamento di questi eventi parla da sé.

Indipendentemente da come le situazioni si risolveranno, almeno ai miei occhi, è sempre più palese la piramide delle priorità attuali ai posti di comando di F1 e MotoGP. Non è una novità visto il passato, ma il piede sull’acceleratore del guadagno a tutti i costi ora è a tavoletta, quasi fuori dalla scocca e molto più di quanto succedeva in precedenza.

La speranza è che non ci si debba, un giorno, pentire di determinate scelte, ma lo spessore morale di questa gestione resterà nella storia: non certo per grandi meriti, oltre a quelli di puro interesse aziendale.

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