Hamilton e Leclerc ai ferri cortissimi. E, alla fine, il miglior ricordo di Schumi è arrivato prima della gara…
Ricordo di aver scritto un paio di volte, prima che Lewis Hamilton arrivasse a Maranello, che il suo ruolo non sarebbe stato certo quello di fare il paggetto di Leclerc. L’anno scorso, per evidenti motivi, Lewis aveva tenuto abbastanza basse le pretese, sebbene più di una volta si sia fatto scappare che c’erano cose da cambiare, anche “dietro le quinte”. Dopo la vittoria di Barcellona, l’autoconvinzione di poter definitivamente guidare la squadra aveva avuto una spinta decisiva. Dopo Monza, in modo non troppo velato, Lewis fa capire di volere appoggio totale e parla di regole d’ingaggio con Leclerc da chiarire.
Cosa ci si aspettava di diverso da un sette volte iridato affiancato ad uno dei migliori in griglia come Charles? Una convivenza felice? Impossibile, a meno di mettergli di fianco Kovalainen o Bottas. E quindi eccoci qui, con l’ennesima domenica nella quale la Ferrari disillude dopo aver illuso, in un weekend che doveva essere di omaggio e che termina giusto con un po’ di merchandising venduto in più, mentre il vero ricordo è avvenuto prima della corsa da parte di un Vettel in versione commossa e commovente.
Leclerc – Hamilton era una coppia destinata a scoppiare dal suo annuncio. Per un intero anno non c’è stato nemmeno motivo per pensarci, date le differenze in pista. Ora che i valori – anche grazie a questo regolamento – sono tornati normali, ecco che Lewis sgomita mentre Charles cerca di difendere il fortino trainato per tanti (forse troppi?) anni senza soddisfazioni.
È indubbio che il monegasco stia vivendo una stagione sotto le sue potenzialità, condizionata da troppi errori come quello di oggi. È altrettanto indubbio e normale che Lewis stia approfittando della situazione per portare la squadra dalla sua parte e far sentire la sua voce, a mio modo di vedere sempre troppo se ci riferiamo alla sfera pubblica. Essere uomo squadra è ben diverso dal criticare apertamente il proprio team davanti ai microfoni come sta facendo lui da tempo, ma anche questa non è una novità. Mi stupisce, semmai, chi continua a considerarlo un team player, evidentemente in mancanza di esempi di cosa questo significhi e di memoria per la sua lunga carriera.
L’episodio della prima curva a Monza è lampante. Uno cerca di entrare di forza dentro il compagno dove il posto è risicato, l’altro restituisce il favore allargando. Uno finisce a muro per la foga di rimontare, l’altro si lamenta tutta la gara – e anche dopo – per tutto quello per cui ci si può lamentare. Andando avanti, sarà sempre peggio ed è inevitabile che sia così. Piuttosto (e avevo detto anche questo) mai capirò come Leclerc abbia potuto rinnovare senza immaginare una situazione del genere, forse anche mal consigliato da chi gli sta attorno. Va bene l’amore per la Ferrari, ma nel regolamento non sono previsti punti per i sentimenti.
Ora la palla passa a Vasseur, che dovrà capire come gestire un duo che ha iniziato a stuzzicarsi da inizio anno e adesso sta alzando il livello di guardia. Le belle parole di circostanza, quelle da comunicato stampa smielato, servono sempre fino ad un certo punto.
Per il resto, forse un giorno si imparerà che a parlare è sempre e solo la pista e, soprattutto, lo fa quando conta. Le esaltazioni per le prove libere, per gli aggiornamenti del motore, per una qualifica decente vengono puntualmente spente alla domenica. Poi, paradossalmente, quando non ci si aspetta nulla, arrivano gare come Barcellona e Silverstone.
Nel frattempo, ci si avvia verso la fine del 18° anno senza un mondiale piloti, con il record di 21 all’interno di questo ciclo tecnico e, soprattutto, con il rischio concreto di vedere un italiano arrivarci prima. E non sarebbe uno sgarbo da poco.
Immagine di copertina: Media F1
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