Allagamenti, voragini, asfalto che schizza in aria e ferisce i piloti. È un Mondiale o la sagra della polpetta in salsa americana?
Ho assistito con un velo di distacco a quanto successo nel corso del weekend di Goiania: fosse successo in F1 mi avreste trovato incatenato da qualche parte, ma dalla mia parte della barricata c’è ancora tutto il mondiale 2026 per azioni estreme. Eppure ho provato compassione, tenerezza e mi sono immedesimato nei colleghi che seguono le due ruote, immaginandomi lo schifo provato in una tre giorni che sa più di sagra della polpetta in salsa americana che di uno dei massimi campionati mondiali.
Senza troppi giri di parole, credo che l’escalation di minchiate che si sono viste in Brasile siano frutto di un’ormai conclamata sottostima dell’argomento sicurezza nel motomondiale; con i rischi che, chi ha memoria storica, conosce molto bene. Quando si danno per scontate certe dinamiche e si pensa di essere intoccabili ci vuole poco a farsi del male.
Il weekend di Goiania è iniziato con allagamenti e polemiche su foto manomesse con l’AI. Si è proseguito col maltempo che ha ritardato sessioni al venerdì e una buca grossa quanto una bara che si è creata sul rettilineo del traguardo dopo le qualifiche della MotoGP. Alla domenica il quadretto è stato completato dall’asfalto che ha iniziato a sgretolarsi, l’acqua che ha iniziato a riemergere dal terreno e la gara della MotoGP ridotta di 8 giri, con comunicazione a 5 minuti dal via.
Ci sarebbe così tanto da dire da riempire interi faldoni ma, in giro, di disquisizioni ce ne sono già state abbastanza. Mi fa sorridere pensare al nuovo corso della MotoGP che si libera di Phillip Island per andare a correre in un posto dove più di qualche pratica in termini di omologazione del circuito non è evidentemente andata come da protocollo. Altrimenti mi risulta impossibile pensare come questo tracciato abbia potuto passare test di validazione atti a garantire la sicurezza degli addetti ai lavori, piloti in primis.
Spesso, quando ci sono weekend con questo livello di imbarazzo, si tenta poi di nascondere il tutto sotto la sabbia. Chi se ne frega, quindi, se i pezzi di asfalto sgretolato sparati dalle moto hanno centrato un dito a Rins, il braccio ad Alex Marquez, il torace al fratello mentre Toprak ha trovato i souvenir dentro gli stivali.
La decisione, per evidente paura, di tagliare otto giri di gara senza dire niente a nessuno fino a cinque minuti dal via è poi la ciliegina sulla torta di una gestione che inizia a mostrare l’influenza della controparte a quattro ruote. Ho riso tantissimo, tra l’altro, quando è stata mostrata la classica (anche qui, ormai) grafica del record (!) di spettatori presenti in circuito durante il weekend. Beh, bello spettacolo, complimenti.
Da ridere ci sarebbe tantissimo, lo ripeto, se non fosse che parliamo di uno sport molto più pericoloso della Formula 1. Cosa sarebbe successo se un pezzo di asfalto avesse colpito una visiera, invece che un braccio? Cosa direbbe Liberty Media se, oggi, ci fosse un pilota in ospedale per le sue responsabilità e per la sua voglia di fornire molto più entertainment che sport?
La superficialità con cui questo evento è stato organizzato e gestito, unita alla totale mancanza di scuse e spiegazioni dopo il weekend da parte di organizzatore ed ente proprietario, mi fa capire chiaramente che tutto questo è stato classificato come semplice incidente di percorso. Le gare si sono corse, nessuno si è fatto male, l’anno prossimo andrà sicuramente meglio, evviva la MotoGP.
Insomma, il limite per provare vergogna sembra non essere ancora certo. Speriamo di non doverlo scoprire in futuro.
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