Blog | La retorica del “personaggio”

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Tempo di lettura: 4 minuti
di Alessandro Secchi @alexsecchi83
20 Giugno 2024 - 12:40
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Nel 2024 sembra non poter esistere un pilota di F1 che non sia anche personaggio. Ce n’è davvero bisogno?

Da quando Liberty Media è entrata al timone di comando della F1, aprendo la via ai social media precedentemente blindata dalla gestione Ecclestone, il Circus si è fatto avvolgere da una patina di soap opera poi completamente sdoganata dal lancio di Drive To Survive. Storie già raccontate, trite e ritrite su come il pubblico mondiale della F1 si sia modificato – sotto una grande e volontaria spinta – nell’ultimo lustro.

Se da un lato il vecchio Bernie non aveva compreso quali potessero essere le potenzialità del web, lasciando chiusi i rubinetti in modo completamente anacronistico, dall’altro LM ha sbracato completamente trasformando mediaticamente la F1, sacrificandola sull’altare dello spettacolo nell’accezione peggiore che si possa dare a questo termine.

In questo rientra anche la retorica del pilota “personaggio”, il quale interessa quasi più per il suo mostrarsi nel paddock e fuori dalla pista che per le prestazioni in abitacolo. Jacques Villeneuve, a suo modo, ha parlato in questi termini di Ricciardo, sentenziando come l’australiano si trovi ancora in F1 per la sua immagine più che per le sue prestazioni degli ultimi anni.

Se le dichiarazioni dell’iridato ’97 possono sembrare esagerate, questa storia del pilota di F1 che deve essere anche personaggio una volta tolto il casco è molto attinente alla realtà. I piloti odierni, oltre ad essere coinvolti in un sacco di attività extra pista, tramite i social entrano nelle case (o per meglio dire sugli smartphone) della gente anche con la loro vita personale.

Il circolo vizioso – probabilmente voluto – che si è venuto a creare è quello per cui un pilota, nel 2024, non viene identificato, seguito, idolatrato, solo per quanto fa al volante ma anche – in modo cospicuo – per il suo vivere fuori pista. Più alta è l’esposizione, più alto è l’engagement sui social, più alti sono i numeri da spacciare per vendere popolarità, in una confusione tra qualità e quantità che continua ad essere portata avanti.

In tutto questo ci si dimentica di un particolare. Il campionato del mondo di F1, ad oggi ancora uno sport, viene vinto da chi ottiene più punti guidando in pista. Alla fine dell’anno non contano mode, cani, surf, calendari, ma quello che si è fatto in quello che è il succo di questa disciplina.

C’è quindi una distorsione dell’immagine vera del pilota: avviene nel momento in cui quello che viene mostrato sui social diventa paradossalmente più importante di ciò che viene fatto in abitacolo al fine del giudizio globale e della considerazione del pilota stesso. Da qui la polarizzazione a prescindere nei confronti della persona più che dell’atleta, che porta a vere e proprie discussioni e shitstorm (specialmente in ambienti ormai allo sbando come “X”) alla faccia del politically correct e di tutte le belle parole – rinnegate costantemente dai fatti – contro l’odio online. Vedasi le ultime polemiche su Ocon o, per andare più indietro, le minacce a Latifi.

A tutto questo si aggiunge un velo di ipocrisia dato da pura e semplice simpatia o antipatia nei confronti di questo o quel pilota. Lo si percepisce chiaramente nel momento in cui due piloti come Kimi Raikkonen e Max Verstappen, che hanno condiviso / condividono lo stesso modo di vivere questo mondo (arrivo in pista, corro, me ne torno alla mia vita) sono stati e sono raccontati in modo diametralmente opposto. Il primo, il finlandese, portato in palmo di mano quale simbolo dell’essere anti-personaggio e, per questo, più personaggio di tutti, figo, intoccabile. Il secondo, poco incline alle sviolinate, definito poco interessante, non buono per l’attuale causa della F1: esattamente per gli stessi motivi.

La realtà vorrebbe che un pilota odierno venisse considerato per quelli che sono i suoi risultati prima di tutto. Succede in tantissime categorie mentre in F1, quella che viene definita “the pinnacle of Motorsport”, sembra che funzioni tutto al contrario, con personaggi prima che piloti e reel più importanti di vittorie e campionati.

Insomma, un’altra masterclass di cui avremmo fatto a meno sotto tutti i punti di vista.

Immagine di copertina: Media Red Bull

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