L’antidoto allo sconforto per una Formula al risparmio è italiano, si chiama Andrea Kimi e sta scrivendo una storia a cui non eravamo abituati
Quando, tra molti anni, mi chiederanno conto del 2026 della Formula 1, ora so come potrò affrontare il discorso. Non partirò raccontando del fegato amaro provato per il peggior regolamento della storia, per il progressivo svilimento dello sport in favore dell’intrattenimento. Partirò, invece, da un nome e un cognome: Kimi Antonelli. Non so come se la passino all’estero in una stagione così, ma da italiano quello a cui stiamo assistendo è forse l’unica ragione sportiva che può tenerci appesi al filo prima di cadere nel baratro del ritiro dal tifo e dalla passione.
Non penso di esagerare. Troppa è la mia apatia in questo 2026, sia per le questioni pistaiole che per le ripercussioni che hanno, personalmente, all’esterno. Eppure, quello che stiamo vivendo quest’anno è totalmente nuovo, inesplorato in termini di sensazioni. In pochi erano capaci di intendere e volere quando l’ultimo italiano vinse a Monza prima di Kimi (Scarfiotti nel 1966), in pochissimi lo erano nel 1953 quando Ascari vinse il titolo piloti. In questa giornata siamo stati testimoni della riscrittura del primo record e di un tassello importante per il secondo; inimmaginabile ad inizio anno quando, praticamente tutti, vedevamo già la corona sulla testa di Russell.
Per carità, non bisogna esagerare anche all’opposto: sapevamo tutti che, con questa Mercedes, una vittoria sarebbe arrivata. Ma che, dopo il GP d’Italia, Antonelli avrebbe lasciato Monza vittorioso e con 66 punti di vantaggio sul suo compagno, sfido chiunque a dire che lo avrebbe messo nero su bianco.
Va benissimo così. Perché, nella pochezza di una stagione tecnicamente imbarazzante e di una dirigenza che la sta vendendo come entusiasmante, serviva come il pane una storia sincera e che permettesse di tirare un sospiro di sollievo. Per tanti, troppi anni, siamo stati abituati a doverci accontentare. L’ultimo italiano vicino al mondiale è datato 1985, il compianto Michele Alboreto. Riccardo Patrese ha condiviso la super Williams con Nigel Mansell nel 1991 e 1992, Giancarlo Fisichella si è trovato a fianco un certo Fernando Alonso nel 2005 e 2006. Abbiamo goduto di successi di tappa sporadici proprio fino al 2006, per poi sospirare, aspettare e, ad un certo punto, rassegnarci al resto del mondo.
Un italiano vincitore di un mondiale in F1, ad un certo punto, non era giustificabile nemmeno come sogno ma avrebbe riscosso una grande ilarità al solo accennarlo. Incredibilmente, quella fumosa idea ora è diventata una possibilità concreta. Domenica dopo domenica, prende sempre più corpo l’ipotesi di poter assistere ad un evento totalmente nuovo per le nuove generazioni del nostro paese, storico per il nostro sport così come sta succedendo nel tennis con Sinner.
Mi sono chiesto, nelle ultime settimane, se la pochezza di queste regole possa rappresentare in qualche modo un segno negativo nell’importanza di questo mondiale, indipendentemente dal suo vincitore. Forse, inconsciamente, sono convinto che sia così, perché quello che stiamo vedendo è un guidare che non c’entra quasi nulla con il concetto di F1 e non sono solo io a dirlo, ma anche persone ben più qualificate di me.
Ad un certo punto bisogna trovare un appiglio per continuare a seguire, anche quando le energie sembrano venire a mancare. In questo caso, le riserve sono alla guida della Mercedes numero 12, con sopra un ragazzo che ci sta regalando una ventata di novità. L’Italia, negli ultimi decenni, si è dovuta appigliare solo alla Ferrari e da quasi vent’anni la Rossa fatica, zoppica, illude e subito dopo riporta alla dura realtà; esattamente come oggi.
Vedere le tribune di Monza vestite di rosso tifare un italiano su un’altra monoposto, dopo la delusione della Ferrari, è anch’essa una novità e fa parte di un’atmosfera per noi a lungo ignota. Personalmente ho visto trionfare inglesi, brasiliani, tedeschi, finlandesi, spagnoli. Nemmeno mi chiedevo più come sarebbe stato vedere un mio connazionale nella posizione di poter fare il colpaccio iridato. Ora c’è ed è una bella sensazione.
Antonelli, almeno per me, rappresenta la salvezza in un mondiale disastrato. Un campionato che con estrema difficoltà sarei riuscito a seguire se ci fosse un altro pilota a comandare la classifica. Non nego che ho avuto paura che si bruciasse in fretta, buttato lì nella mischia al posto di Hamilton, in un team di livello come Mercedes e assediato dai nostri media.
Non mi dilungo sull’argomento: dico solo che sono contento che Toto Wolff abbia avuto ragione. Dopo aver visto vincere il resto del mondo, chissà che sia arrivata finalmente la nostra ora…
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