Blog | Indignazione per Max, lacrime e fiumi di parole per Gilles e Ayrton, coerenza in cantina. L’ipocrisia (a comando) che rovina il motorsport

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Tempo di lettura: 5 minuti
di Alessandro Secchi @alexsecchi83
1 Luglio 2024 - 19:15
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Mettere su piani diversi piloti che hanno fatto della ferocia sportiva la propria impronta su pista significa solo una cosa: malafede

Siamo praticamente arrivati al punto di non ritorno. Il lunedì post Austria è francamente illeggibile e anche grave sotto alcuni punti di vista. Oggi è il 1° luglio e questa giornata, per chi è appassionato di Motorsport, significa Digione: una battaglia di 45 anni fa che, oggi, varrebbe la squalifica per Gilles Villeneuve e René Arnoux.

Per quasi due mesi il mondo del motorsport tutto ha ricordato in ogni dove, in ogni modo, in ogni situazione, il trentennale della scomparsa di Ayrton Senna. Dalla sua morte sono passati appunto 30 anni, da quella di Gilles ne sono passati 42. Vengono ancora pianti, rimpianti, idolatrati anche da chi non c’era quando sono scomparsi, eretti a modelli di pilota disposti a tutto pur di vincere. Degli eroi, dei miti. Inarrivabili.

Su di loro vengono pubblicati ciclicamente libri, enciclopedie, filmati: a loro sono dedicati eventi, memoriali, tutto al fine di tenere viva la memoria di due mostri sacri della Formula 1.

In pista erano due stronzi, nell’accezione più sportivamente aggressiva dal termine. Non lo dico io, lo dice la storia e, se qualcuno vuole, anche Youtube. Avrebbero fatto di tutto per vincere in un periodo in cui quel “tutto” comportava anche rischi. Non guardavano in faccia nessuno e, se qualcuno faceva loro uno sgarbo, cercavano vendetta. Gilles è morto anche per questo, Ayrton la sua l’ha consumata nel 1990. Sono e saranno sempre amati anche per questo.

Premettendo che lo stesso principio si può applicare anche ad altri (Mansell, Schumacher, chi volete), è proprio per questo che la rassegna stampa post Spielberg puzza di ipocrisia a chilometri di distanza.

Perché non è possibile ascoltare o leggere chi gode ancora retroattivamente per gli anni ’80 condannare il cattivo Verstappen, l’antipatico Verstappen, l’antisportivo Verstappen quando, quarant’anni fa e anche meno, si vedeva di tutto e il contrario di tutto. Quando Senna e Prost si lanciavano fuori pista senza complimenti a 250 all’ora, quando Schumi si metteva in diagonale in piazzola prima di partire o sportellava Jacques, quando si usciva a caso in qualifica per disturbare gli altri, quando si rincorreva qualcuno nel box per prenderlo a ceffoni.

Questa ipocrisia deve, semplicemente, finire. Perché, per coerenza, bisognerebbe smetterla con mostre, libri, filmati, pianti. Non si può ricordare Ayrton come se fosse una Cenerentola sorvolando su Suzuka ’90 e poi chiedere squalifiche per la toccata di ieri, tra l’altro evitabile anche da Norris. E che dietro tutto questo ci sia della malafede si capisce quando si contesta il contatto di ieri e non ci si rende conto che Verstappen la vera porcata l’ha fatta mettendo sull’erba Norris DOPO, quando erano rimasti tutti e due su tre ruote. Lì sì che meritava una penalità. E ancora: si chiedono le lotte in pista, ci si lamenta se le gare sono noiose e se il numero di sorpassi resta sotto i cinquanta e poi si finisce per chiedere penalità a grappolo quando succede qualcosa? Anche qui, coerenza nascosta dietro l’angolo.

Certo, spostando l’attenzione su Verstappen si copre un’altra gara dove la Ferrari sarebbe finita in quinta posizione senza l’incidente. Certo, l’anno prossimo arriva Hamilton a Maranello: come fai a parlare bene di Max in Italia dal 2025 che per Lewis è come la luce per Dracula? Però anche meno, suvvia, perché l’esagerazione poi diventa ossessione.

Siamo tutti d’accordo che Verstappen sia un tostissimo figlio di buona donna al limite del maniacale, ma queste sono le caratteristiche che accomunano tutti quelli che hanno scritto la storia di questo sport. È sempre stato così, sarà sempre così. Negarlo significa negare la storia: negarlo per un solo pilota significa essere scorretti. Piangere Senna e Gilles e condannare Max è ridicolo.

I problemi principali di Verstappen, l’abbiamo detto più volte, sono la narrazione che ha accompagnato l’olandese sin dal suo arrivo in F1 (che dopo anni porta i suoi effetti), gli scontri con la Ferrari nei primi anni, che l’ha reso indigesto soprattutto in Italia (immaginate il dietrofront se un giorno dovesse vestirsi di rosso) e il fatto che ormai, oggi, la F1 è pensata (per colpa dell’indirizzo preso all’ultimo cambio di proprietà) come uno sport per gentleman in giacca e cravatta, dove tutti sono amici e si vogliono bene. Se poi sono un po’ paraculo, meglio ancora.

Spiace, ma non è così e probabilmente Norris se ne sarà reso finalmente conto. I team radio sono la forma di comunicazione più sincera che ad oggi rimasta da parte di un pilota, perché non è filtrata o controllata da un ufficio stampa. Altro che adrenalina: da quelli si capisce che, in fondo, la F1 è ancora competizione e voglia di primeggiare a tutti i costi, alla faccia del politically correct imposto davanti al microfono.

In ogni caso, il lunedì post Austria resta una macchia abbastanza importante nel modo di raccontare questo sport in cui le esagerazioni, le incoerenze e le antipatie sono emerse fragorosamente. Non dovrebbe funzionare così ma è abbastanza chiaro che questo mondo abbia preso una piega del tutto particolare, così come quello dell’informazione in generale; un ambiente nel quale creare attriti è la tattica più redditizia, alla faccia delle battaglie sull’odio online.

Non posso dire altro che “prepariamoci”: perché la situazione non può fare altro che peggiorare.

Immagine di copertina: Media Red Bull

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