Blog | Imola ’94, un ricordo vivo che stride con la pochezza di oggi

Di: Alessandro Secchi
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Pubblicato il 1 Maggio 2026 - 14:00
Tempo di lettura: 3 minuti
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Blog | Imola ’94, un ricordo vivo che stride con la pochezza di oggi

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Ogni anno arriva il periodo maledetto che, per ognuno di noi, significa qualcosa ed è contrapposto al senso di vuoto odierno

Ogni volta si arriva a questo punto dell’anno e quello che si legge o dice è, più o meno, sempre lo stesso. La nostalgia aumenta, le iniziative anche. Il sentore che quel weekend di Imola abbia cambiato di netto, senza appello, la storia della F1 diventa sempre più una certezza. Ognuno di noi – parlo per chi c’era, dal vivo o in TV – ha il suo personale tassello del puzzle della memoria dedicato a Imola 1994. E nel mio caso, sebbene fossi appena undicenne, resta una parte limpidissima a 32 anni di distanza.

Imola ’94, nella sua tragicità, nelle sue storie nella storia, rappresenta paradossalmente tutto quello che era ed è, idealisticamente, la Formula 1. Barrichello, Ratzenberger, Senna. Tre nomi che hanno scandito il weekend con i loro incidenti, un giorno dopo l’altro. Dapprima il giovane brasiliano, ferito al cospetto dell’idolo, accorso al suo capezzale, dopo il volo alla Variante Bassa. Poi l’austriaco, l’ultimo arrivato nel Circus (ma non ultimo nel mondo del motorsport, un falso storico), coetaneo di Ayrton, sfortunata vittima di un destino identificato in un’aletta saltata via troppo presto o troppo tardi. Questione di metri, a volte di centimetri. Infine lui, Ayrton. Sempre centimetri, quelli di un braccetto che poco più su o poco più sotto non avrebbe scalfito un uomo, una vita, un’era, uno sport. E poi tutto il resto. Il botto del primo via con Lehto e Lamy, le ruote volate oltre le recinzioni, quella ruota persa dal compianto Alboreto in corsia box.

Ricordo quei momenti con una lucidità incredibile. È tutto scolpito nella mente: dov’ero, con chi ero, cosa ho fatto, cosa ho detto. Non succede lo stesso non solo con la stragrande maggioranza dei GP visti in 35 anni, ma anche per quelli più vicini alla nostra epoca. Imola ’94 resta un tarlo, il modo tragico e personale della F1 di dirmi, al tempo, “Questo non è solo uno sport, per chi è in quegli abitacoli è una ragione di vita”. Era ed è probabilmente ancora così, anche se sono cambiate tante cose.

Il ricordo limpido di quei giorni, di quella sequenza di disastri che nemmeno un regista avrebbe potuto mettere in piedi così, con quella escalation, stride in modo brutale con la sensazione di vuoto che provo per quello che succede oggi. Il mese di fermo della F1 è trascorso senza colpo ferire, quasi come se fosse il benvenuto dopo un inizio di stagione che ha fatto passare la voglia non solo a me ma anche a tanta gente: quella che sa, ricorda, capisce cosa sta succedendo al nostro amato sport. Quella che, in questo periodo, preferisce riguardarsi qualcosa del passato, per ricordare e ricordarsi perché per tantissimi anni è stata appassionata di uno sport capace anche di uccidere, come in quel weekend disgraziato.

Questa volta sono 32: ogni volta sempre di più, sempre con lo stesso sgomento e con quelle terribili, maledette istantanee indelebili nel cervello. Un casco bianco che ciondola inerme ai lati dell’abitacolo, un altro che accenna un movimento illusorio ripreso dall’alto. Medici, uomini, con le loro divise, avvinghiati su Piloti, uomini come loro, uniti da un destino infame. Vite, quelle di Roland ed Ayrton, che se ne stavano andando in mondovisione, attimo dopo attimo. E non era un film.

A pensarci adesso, nel ricordare il me stesso davanti a quel 14″, viene ancora il groppo un gola. Sarà sempre così, c’è poco da fare.

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