Blog | F1, così è davvero difficile continuare

Di: Alessandro Secchi
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Pubblicato il 8 Marzo 2026 - 22:15
Tempo di lettura: 7 minuti
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Il debutto delle regole 2026 è un pugno nello stomaco dal quale sarà difficile riprendersi

Sono passate diverse ore dalla fine della gara di Melbourne e, onestamente, fatico a credere a quello che ho visto. È stato tutto così strano, quasi irreale, che mancano persino le parole. In questa giornata ho letto le reazioni dei piloti e quelle dei tifosi. Ho visto anche come la Formula 1 abbia esaltato il numero di sorpassi della gara, vantandosi sostanzialmente di aver triplicato questo dato rispetto all’anno scorso; come se contassero soltanto i numeri e non la qualità. Ma questo è un discorso che, ormai, conosciamo molto bene.

In trentacinque anni che seguo questo sport mi sono reso conto, questa mattina, di una cosa che non mi era mai capitata: non avevo quella solita sensazione che provo quando si aspetta per settimane o mesi l’inizio del mondiale. Il salire dei battiti, il guardare con estrema attenzione i semafori fino alla loro completa accensione, “giocare” a toccare la scrivania col dito appena si spengono per provare i riflessi.

Di solito la prima gara è quella del ritorno a quella che ho sempre percepito come una normalità. Per me la normalità è vedere la stagione di F1 che parte. C’è poi anche una coincidenza personale: il mio compleanno cade quasi sempre a ridosso della domenica in cui inizia il campionato, poco prima o poco dopo. È come se, simbolicamente, partisse tutto insieme, un nuovo anno e una nuova stagione di F1.

Mi sono accorto di aver guardato questa gara in modo quasi apatico, come se stessi seguendo un telegiornale e non un Gran Premio. Da tempo avevo capito, ne avevo parlato anche qui, che questo regolamento avrebbe tolto ancora qualcosa in più rispetto a quanto già fatto dai precedenti. E, purtroppo, i primi dieci giri mi hanno fatto provare un qualcosa di molto chiaro: rassegnazione.

Quello che ho visto stamattina è così distante dal concetto stesso di F1 che diventa perfino difficile trovare la misura corretta per descriverlo. Come spesso accade, passerò per il bastian contrario che ha sempre qualcosa da ridire contro questo sport e chi lo governa. E sapete anche che mi interessa zero. Però la domanda c’è: come si fa ad essere favorevoli a quello che abbiamo visto?

Mi è stato insegnato, e ho sempre pensato, che la Formula 1 dovrebbe rappresentare l’apice del motorsport. L’apice delle prestazioni, della velocità, del coraggio dei piloti che entrano in curva cinque chilometri orari più veloci o frenano cinque metri più tardi rispetto agli avversari per guadagnare qualche millesimo.

Tutto questo, ora, non esiste più. Da oggi non esiste più neanche una frenata degna di una Formula 1 e, di fatto, non esistono più nemmeno i sorpassi come li abbiamo sempre intesi. Questo regolamento è riuscito persino a superare il disastro introdotto con il DRS nel 2011. Se il DRS aveva gonfiato artificialmente il numero dei sorpassi — rendendoli spesso finti — lasciava comunque al pilota l’onere di completare la manovra. Il regolamento attuale ha ucciso definitivamente l’arte del sorpasso, sostituendola con una gestione dell’energia elettrica che non si vede nemmeno nel WEC, capace di favorire tre o quattro sorpassi al giro tra due macchine, in pieno stile Mario Kart come già altri hanno sottolineato.

Fatico a concepire una Formula 1 in cui l’unica preoccupazione sia gestire, e non più spingere. Per carità, è una tendenza che esiste da anni. Soprattutto con le gomme abbiamo già visto situazioni simili. Ma qui si è davvero superato un limite che non doveva essere oltrepassato. Non parliamo più di un campionato del mondo piloti e di una competizione di velocità: sembra piuttosto una gara di regolarità con dei semplici conduttori al volante.

A questo punto mi pongo — e vi pongo — una domanda molto semplice: come facciamo, da oggi in poi, a capire chi è il pilota più forte?

Perché anche questo concetto è svanito. Il pilota non ha più una reale possibilità di fare la differenza rispetto al mezzo: diventa passeggero di macchine ultra complesse che gestiscono l’energia secondo logiche rigidissime e che, da un momento all’altro, possono lasciarlo senza batteria proprio mentre sta difendendo una posizione o tentando un sorpasso. E in quel momento non può fare assolutamente nulla se non subire passivamente quello che la monoposto decide per lui. Vi sembra normale?

Parliamo di vetture che, in qualifica, su un rettilineo medio-lungo, perdono anche cinquanta chilometri orari perché la batteria si esaurisce. Fino a quando si gira da soli il rischio è limitato, ma in gruppo basta un rallentamento improvviso per innescare un disastro. Il fatto che la maggior parte dei piloti — con l’eccezione di Russell, che ovviamente ha vinto e ha tutto l’interesse a difendere il sistema — si stia lamentando di questa situazione dovrebbe far riflettere. E qui stiamo parlando soltanto dell’aspetto sportivo.

Dal punto di vista economico, perde qualunque senso avere monoposto così costose se, poi, non possono essere portate al limite. Analisi dei costi, budget cap e via dicendo perdono qualsiasi significato così come gli sviluppi. A cosa serve lavorare sulle prestazioni se poi si vive di lift and coast, di alzare il piede 50 metri prima di ogni frenata perché bisogna ricaricare le pile?

Poi c’è il tema della sicurezza: che, onestamente, mi lascia ancora più perplesso. La partenza che abbiamo visto questa mattina è qualcosa che non vorrei più vedere. Già al primo via dell’anno siamo stati letteralmente miracolati: se Franco Colapinto non avesse avuto i riflessi per scartare all’ultimo momento la vettura di Lawson, oggi probabilmente staremmo parlando di due piloti feriti e di un regolamento finito sotto accusa totale. Il tema è stato sottovalutato ed è grave per uno sport che fa della sicurezza una priorità. Ho visto troppe monoposto scartare improvvisamente per evitare piloti in difficoltà con la batteria o situazioni simili. E basta davvero un attimo per passare dal rischio al disastro.

Chi, come me, ha una certa età, ricorda bene cosa è successo nel 1994 e nel 2014. L’arroganza nel voler imporre certi regolamenti e la convinzione che il pericolo sia un problema superato possono portare a conseguenze molto pesanti se si lavora con superficialità. Spero sinceramente che non succeda nulla, perché l’ultima cosa che voglio è vedere qualcuno farsi male. Ma con queste regole il rischio esiste, molto più che in passato. Se lo dicono i piloti, sarebbe utile ascoltarli prima che sia troppo tardi.

Questo tipo di Formula 1 può piacere soltanto a un numero molto ristretto di persone: a chi la gestisce, ad alcuni addetti ai lavori, agli sponsor e a chi trae un beneficio economico diretto da questo sport. Un appassionato vero, che segue da tanti anni, non può essere soddisfatto di ciò è andato in scena. Perché qui parliamo di negazione della Formula 1, la conclusione di una trasformazione che ha portato questo sport a diventare qualcosa di completamente diverso rispetto alla sua storia e alla sua tradizione, tutto in nome del profitto.

Posso anche non sorprendermi se qualcuno ha apprezzato lo spettacolo dei primi giri, ma trovo sinceramente sconcertante leggere l’entusiasmo di personaggi che frequentano il paddock da decenni e che sembrano applaudire ciò che hanno visto solo per convenienza personale. Ed è forse questo l’aspetto che mi fa più male: vedere persone che un tempo rispettavo piegarsi completamente alla narrazione di una gestione che, negli ultimi anni, ha smantellato pezzo dopo pezzo ciò che era stato costruito nei decenni precedenti.

Qui sarebbe almeno apprezzabile un minimo di onestà, ovvero ammettere chiaramente che l’obiettivo dell’operazione per Liberty è guadagnare sfruttando il marchio Formula 1, invece di raccontare che tutto questo viene fatto per i fan (o perché “lo chiede la gente”, vero?) e per offrire intrattenimento. Gli appassionati meritano almeno questa sincerità, soprattutto quelli che seguono questo sport da quando, chi oggi lo possiede, non sapeva nemmeno cosa fosse. Anche se, lo sappiamo, i vecchi ormai sono pubblico datato, che non serve più, non spremibile. Da buttare.

Certo, lato tecnico arriveranno dei correttivi e si cercherà di salvare il salvabile. Magari diminuendo la velocità di scarico della batteria per farla durare più a lungo. Ma il principio su cui è stato costruito questo regolamento resta profondamente sbagliato. Qualsiasi modifica futura non farà altro che certificare un passo falso che, oggi, viene invece venduto come grande spettacolo e intrattenimento per i soloni che si fanno andare bene propagande in pieno stile Corea del Nord.

Le continue uscite di Domenicali, presente ovunque per difendere il fortino e contestare chi critica (chissà se arriveremo anche alla censura) confermano che qualche problema c’è eccome. La proprietà attuale potrà anche essere molto scaltra dal punto di vista commerciale: ma aver polverizzato la natura di questo sport, decisione dopo decisione, spallata dopo spallata, resterà a vita una macchia indelebile. E, forse, finalmente ora qualcuno sta iniziando ad aprire gli occhi.

Comunque, c’è poco da fare. Ormai, in questo scempio, ci siamo dentro. Non è neanche una questione di capire cosa succederà gara dopo gara. Il punto è che questo cambiamento ha segnato una linea di separazione netta tra il prima e il dopo. Continuare a raccontare la Formula 1 con lo spirito dell’appassionato vero sarà sempre più difficile per chi la ama davvero, mentre chi è cresciuto sotto l’ala di questa gestione si farà andare bene tutto.

Resterò sempre dell’idea che siano più sincere le critiche di chi è veramente innamorato delle difese di chi è economicamente interessato. E questo, mi spiace, è uno di quei casi che spiegano alla perfezione la situazione.

Immagine di copertina: Media Red Bull

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