Mai si era vista una difesa così strenua di un prodotto che annienta l’essenza dello sport
Mentre la F1 è impegnata a nascondere commenti non graditi sui social, con la stessa velocità nel chiudere le falle dell’idraulico nello spot dei rubinetti Zucchetti – si parla di anni ’80 e qui vi voglio, cari giovini – la settimana post Australia (e fino al sabato di Shanghai) ci racconta di un comparto mediatico fondamentalmente unito nel cercare di difendere, come nelle migliori soap opera nord coreane, un regolamento 2026 prodotto da un qualche fanatico dei migliori horror di Dario Argento.
Mi spiace dover rincarare la dose, ma questa non è altro che una necessità interiore utile a contrastare l’effettiva voglia di mollare tutto e dedicarmi a ben altro, dopo 35 anni di ossequiosa prostrazione nei confronti di una passione che, mai come ora, è ai minimi storici e non per colpa sua, ma di chi la sta prendendo a calci sui reni da quasi due lustri.
La parola d’ordine di tutto questo è connivenza: riportando la Treccani, “Tacito consenso o tolleranza di azione scorretta o colpevole”. Non potrebbe esserci termine migliore per definire chi ha il coraggio di difendere a spada tratta un regolamento che annulla qualsiasi caratteristica degna di un pilota, relegandolo a semplice conduttore di veicoli che si autoregolano nell’utilizzo della componente elettrica; costretti, contro logica imparata per decenni, a fare i conduttori da gare di regolarità.
In questi ultimi giorni si sono fronteggiati chiaramente due schieramenti. Coloro i quali si arrampicano sugli specchi per cercare di convincere della bontà di tutto questo, su basi di amicizie, convenienze, evoluzione e tecnologia tutte da dimostrare, e coloro i quali hanno capito, sulla base di decenni di passione, che siamo arrivati al punto di non ritorno per il ruolo del pilota.
Aver passato una settimana a cancellare i commenti di chi non ne può più di questa mistificazione della realtà rende bene l’idea di quanto, ai piani alti della F1, ci siano difficoltà di gestione del pubblico unite all’imperante necessità di mostrare, anche quando non è vero, che è tutto meraviglioso. Ma se, da un certo lato, posso comprendere un giovane che si è affacciato da poco al Circus e si fa andare bene questa gestione da tassisti, perché non ha ancora avuto modo di relazionarsi con la storia, quello che davvero fa spavento è vedere la figura del professionista trentennale, quarantennale, cinquantennale impegnata nel trovare anche un solo aspetto positivo al totale svilimento del ruolo che più ci ha fatti innamorare della F1, quello essenziale.
Una volta, in un tempo nel quale la priorità per chi scendeva in pista era quella di non morire, venivano chiamati cavalieri del rischio. Con questo regolamento il ruolo del pilota non esiste più. Non è più possibile fare la differenza nel momento in cui la macchina decide per te quanto caricare la batteria e quanto scaricarla, col rischio di ritrovarti a secco se sbagli una frenata. I sorpassi sono diventati scambi di posizione nulli dal punto di vista emozionale, derivanti dal “chi scarica dove la batteria”.
Non puoi difenderti, perché il delta di velocità con chi ti arriva alle spalle a batteria piena è così alto da rischiare di finire come Webber a Valencia. Non puoi più frenare tre metri dopo i tuoi avversari perché altrimenti carichi poco e, anzi, devi fare lift and coast 50 metri prima. Non puoi entrare in curva al limite che ti permette la monoposto ma devi veleggiare per andare in ricarica. Scordatevi le grafiche dei G laterali. Il “pilota” più bravo di oggi è quello che sopravvive: se Niki Lauda, 25 anni fa, diceva che quelle F1 potevano essere guidate anche dalle scimmie, chissà cosa penserebbe di queste, sulle quali si potrebbe mettere in abitacolo praticamente un qualsiasi pilota professionista. A frenare 5 metri dopo il limite ci vogliono le palle, a fare lift 50 o più metri prima sono bravi tutti.
Le vetture più costose del panorama motoristico mondiale sono, quindi, diventate schiave di se stesse, imbavagliate da un sistema contorto che non permette loro di andare al vero limite ed essere, anzi, costrette a perdere 50 all’ora sul dritto; 30 in Cina, ci dicono pista “amica” della batteria. Tra l’altro, complimenti alla regia che adesso, per non farci vedere quanto rallentano, stacca dagli onboard a batteria appena svuotata.
Connivenza è la parola perfetta per descrivere la sudditanza, la compiacenza nei confronti del sistema e l’assenza totale di volontà critica. Ci dicono che tra qualche gara sarà tutto risolto: certo, cambiando un regolamento in corsa, allungando la durata della batteria a discapito di accelerazione e velocità massima, per monoposto ancora più lente sul giro rispetto all’anno scorso. La toppa sarà utile ma non cancellerà il disastro portato a compimento.
E se tutte queste critiche vi sembrano noiose beh, lo sono e non lo nego di certo. Io per primo avrei voluto vedere qualcosa di diverso anche perché queste macchine, esteticamente, sono tutt’altra cosa rispetto a quanto visto negli ultimi 17 anni. Finalmente proporzionate, compatte, godibili per gli occhi. Sarebbe bastato poco per renderle anche dei gioiellini alla guida. Evidentemente non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Il fastidio regolamentare è tanto quanto il fastidio mediatico. Perché se il primo è un errore, il secondo è volontà. E non so cosa sia effettivamente peggio.
Immagine di copertina: Media Red Bull
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