La 12h di Bathurst dimostra come molti media siano ancora Rossi-centrici, dimenticando il ruolo che si dovrebbe avere nel fare informazione
Nel weekend appena trascorso è andata in scena la 12h di Bathurst, gara classica australiana che vede vetture GT di varie classi sfidarsi sull’ostico circuito di Mount Panorama, un frullatore di saliscendi dall’alto tasso di adrenalina. Molti appassionati, da questa parte del mondo, lo conoscono anche grazie alla sua presenza su Gran Turismo, uno dei videogiochi più famosi per console.
Per la seconda volta la gara australiana ha visto la presenza di Valentino Rossi a bordo della BMW M4 GT3. L’anno scorso in equipaggio con Raffaele Marciello e Maxime Martin, questa volta sempre con il pilota svizzero e con il belga Charles Weerts.
Ebbene, l’occasione dalle nostre parti è diventata ghiotta, viene da dire come al solito, per una celebrazione bislacca ai danni della competizione stessa. Come se a correre ci fosse solo Valentino, come se contasse solo il suo risultato in barba a tutti gli altri colleghi. È inutile parlare di tizio o caio nello specifico: basta fare una ricerca per rendersi conto di come l’informazione sia ruotata solo e soltanto attorno a quello che ha fatto Valentino.
Ora: non c’è niente di male a parlare di Rossi e del fatto che, dopo aver fatto la storia nel motomondiale, ha deciso di cimentarsi nelle quattro ruote invece di godersi in panciolle la meritatissima pensione da campione. Il punto è che l’esagerazione è tagliabile con il coltello: come sempre, come se nel 2025 ci sia ancora bisogno di essere appesi al Vale nazionale per fare audience. “Rossi secondo a Bathurst” (Correva da solo?!), “impresa storica” (???) sono solo due tra i titoli saltati fuori dopo la gara e viene, onestamente, da sorridere. Perché un conto è parlare di fans club, che hanno tutto il diritto di celebrare in pompa magna quello che comunque è un ottimo risultato, un conto far passare a livello generale la manifestazione come Rossi-centrica.
La gara è durata 12 ore, è vissuta di incidenti, interruzioni, Safety Car e ha avuto dei vincitori legittimi nei colleghi con la vettura gemella, la BMW #32 guidata da Augusto Farfus e dai fratelli van der Linde. Il secondo posto dell’equipaggio in cui ha corso Rossi è stato propiziato, soprattutto, dall’impresa finale di Marciello, autore di uno stint a dir poco clamoroso per recuperare terreno perso da… Valentino. Già perché nei titoli, il Drive Through rimediato dal #46 per aver superato un’altra vettura in regime di Safety Car non è stato menzionato, pensando più a far passare il secondo posto (del solo Valentino) come un qualcosa di addirittura storico. In soldoni, senza DT forse la #46 avrebbe potuto anche ambire alla vittoria, ma guai a dirlo.
Di storico, quindi, c’è proprio poco. C’è sicuramente un buon risultato e questo articolo non serve a recitare il ruolo di contestatori del Valentino a quattro ruote, anzi. Pur non avendo, per ovvie ragioni, l’esperienza di chi ha sempre corso in macchina e l’età alla quale alcuni hanno già appeso il casco al chiodo, Valentino fa il suo ed è comunque ammirabile per la sua voglia di competere ancora. Fa invece sorridere come ogni sua azione debba essere, ancora nel 2025, esaltata oltre misura, ad un punto in cui tutto questo diventa controproducente per Valentino stesso.
Perché se è vero che, da un lato, i suoi tifosi lo appoggeranno sempre e comunque (com’è giusto che sia), dall’altro c’è anche chi la stortura la nota. Così come non è difficile notare come campionati e gare alle quali partecipa, da quando si è chiuso in abitacolo, diventino anche oggetto di acquisto dei diritti e non di certo – opinione questa del sottoscritto – per parlare esclusivamente della competizione ma per fare informazione centrata in larga parte solo sulla sua figura.
In buona sostanza, così si rischia solo di far diventare Valentino antipatico ai neutrali o a chi, certe competizioni, le segue da tempo. E dire che basterebbe essere meno Rossi-centrici per fare un’informazione più corretta. Ma sembra davvero difficile riuscirci.
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