Tra una Ferrari dispersa e una McLaren che scambia il mondiale per una telenovela, l’unica certezza racing resta Verstappen
La cosa che fa sorridere è che a dirlo ora non si rischia più di essere insultati, perché la questione è stata ormai ampiamente sdoganata. Però è giusto rimarcarlo. Se, in questo mondiale, non ci fosse Max Verstappen, vivremmo nella tristezza più assoluta a patto di non essere tifosi integralisti della McLaren, inteso però come team.
Tra una Ferrari che si racconta come se fosse nel Metaverso mentre in pista ha ormai tirato i remi in barca (in vista di un 2026 che porta più preoccupazioni che altro) e una McLaren che continua imperterrita con la ridicola pantomima delle Papaya Rules, l’unica rappresentanza Racing di questo mondiale risponde, guarda caso, al nome di Max Verstappen. Il quale, ad oggi, è l’unico appiglio di interesse per un campionato completamente sedato dalle regole etiche di un team che, rinnegando il suo passato fatto di Senna e Prost, Alonso e Hamilton, ha deciso di applicare regole da studio legale a quella che dovrebbe essere la massima competizione automobilistica.
Come se non bastasse il prosciugamento sportivo indotto da Liberty Media, in quel poco che resta ci troviamo il team già titolato nel Costruttori che persevera nell’anestetizzare qualsiasi tipo di battaglia tra i suoi piloti, citando responsabilità tabellari in base ad ogni minima situazione delicata. Una situazione che non ricordo a memoria e che rappresenta, a mio modesto parere, la negazione di uno sport adrenalinico quale dovrebbe essere la F1.
In tutto questo si infila la figura di Verstappen che, piano piano, sta mettendo pressione al duo Norris-Piastri mentre questi sono intenti a restare almeno a mezzo metro di distanza uno dall’altro, pena l’applicazione delle multine made in Woking. E, in nome dello sport nel suo significato più puro, l’unica speranza per queste 6 gare (+3 Sprint) è che Max continui a spingere come un forsennato soffiando sul collo dell’inglese e dell’australiano; la cui convivenza, prima o poi, Papaya Rules o meno, dovrà arrivare ad un punto di rottura.
Comunque vada a finire, questo verrà ricordato (almeno personalmente) come il mondiale più scialbo che sia stato conteso da due compagni di squadra. A patto che non avvenga un miracolo sportivo e Verstappen riesca, su 174 punti, a recuperarne 64 su Piastri e 42 su Norris. Una condizione ad oggi francamente impossibile a meno di almeno due giri a vuoto per l’australiano e uno dell’inglese.
Dato che siamo in Italia, a risollevare il morale dovrebbe esserci la Ferrari. Invece, la Rossa procede spedita verso l’archivio di una stagione fallimentare (ripeto, fallimentare) viste le grandi parole di inizio anno. Ad un certo punto è anche inutile ripetere concetti già espressi in passato: la gestione del team di Maranello, dentro e fuori la pista, è ampiamente sotto la sufficienza e ho la convinzione che, fino a quando non cambierà qualcosa là dove conta davvero, il futuro continuerà ad essere questo.
Immagine di copertina: Media Red Bull
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