Blog | A 9.000 km da Pyongyang (e dal Colorado), dove vendere il falso è ancora considerato poco etico

Di: Alessandro Secchi
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Pubblicato il 25 Aprile 2026 - 11:30
Tempo di lettura: 5 minuti
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Blog | A 9.000 km da Pyongyang (e dal Colorado), dove vendere il falso è ancora considerato poco etico

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Una spiegazione un po’ più di cuore degli ultimi mesi e delle ultime decisioni

La decisione degli ultimi giorni di ridurre la copertura della F1 arriva, in realtà, da molto lontano. Sebbene le ultime dichiarazioni di Domenicali abbiano fatto tracimare il vaso, il vaso stesso negli ultimi tempi era stato allargato sempre più per contenere un po’ più di acqua. È da tempo che, umanamente e solo dopo eticamente, siamo contrari alla direzione presa da chi guida la F1, ma abbiamo sempre cercato di resistere seppur sostenendo sempre e comunque la nostre tesi.

Per diverso tempo ho pensato che ridurre ancora di più la copertura avrebbe rappresentato una sorta di sconfitta personale. “Come posso parlare sempre meno di F1 in un posto nato per la F1?”. La domanda che mi sono posto per diverso tempo è stata questa. Ma è anche vero che P300.it, il vecchio Passione a 300 all’ora, è sì nato con la F1 ma poi abbiamo fatto anche tante altre cose. Mentre la maggioranza delle altre categorie ha mantenuto bene o male la propria identità, è proprio la F1 la vittima della più grande trasformazione negativa nell’ambito del Motorsport. Mentre alcune sono state eliminate o sono rinate sotto altra natura, la F1 ha vissuto sin dal 2018 un costante sfregio sportivo che l’ha ridotta a quello che è adesso.

Negare l’evidenza, perché questo è quello che fa Domenicali (o Liberty Media, sapete che io non personalizzo di solito la critica), è solo e soltanto un’altra prova di quello che la F1 è per chi la comanda oggi: una gallina dalle uova d’oro da sfruttare finché rende, per poi venderla al miglior offerente. Che poteva essere di origine araba, si diceva, ma gli eventi degli ultimi mesi credo abbiano bloccato per un bel po’ questa ipotesi.

Nessuno può mettere in dubbio i risultati economici di chi è alla guida dall’ex categoria regina del motorsport. Ma questo non c’entra assolutamente nulla con i risultati sportivi e con il costante insulto alla storia e alla natura di questo sport. Bene ha detto il mio amico Stefano Ollanu in un articolo di ieri sera su Formula Passion, che vi invito a leggere. “Capire meno per divertirsi di più” è esattamente la ricetta con la quale LM ha impostato la strategia aziendale sul suo asset: via i vecchi appassionati, non spremibili e non propensi a diventare clienti, dentro un’intera nuova generazione di pseudoappassionati, rintracciati con i contorni: serie TV, Film, partner commerciali, concerti, experience e via dicendo. Obiettivo: ingrassare a dismisura i numeri di chi segue indistintamente per aumentare il valore commerciale.

Però questa non è Formula 1 e questi non sono i suoi tifosi. Non lo sono quelli che seguono i piloti perché fanno i modelli, non lo sono quelli che dicono di seguire le gare e poi guardano solo gli highlights, non lo sono quelli che arrivano in pista e non sanno distinguere le macchine o gli stessi piloti. Non capisco, tra l’altro, come queste persone non si sentano prese in giro e considerate intellettualmente inferiori da chi fa discorsi come “Un sorpasso è un sorpasso” e “La gente vuole azione”, frase che autorizza dinamiche stile Avengers in pista che stiamo, tra l’altro, vedendo in questo 2026.

Tornando a noi: se, dal punto di vista umano e passionale della questione, trovo vergognoso quello che è stato fatto alla F1 (e sarà tra l’altro la storia a ricordare negli anni l’impresa di questo fondo) dal punto di vista etico la condanna è sostanzialmente identica. Giornalisticamente parlando non sono più disposto a riportare la verità di Liberty Media che è la sua e soltanto la sua. Sentir dire che, per Domenicali, la F1 non ha alcun problema e che questo deve addirittura “essere chiaro a tutti”, come in un regime dittatoriale, non fa al caso mio. Perché la sua verità si scontra con le reazioni del pubblico dall’inizio dell’anno, si scontra con i suoi stessi social media manager che cancellano centinaia di commenti da Melbourne, con le condanne unanimi che arrivano da più parti di aver ammazzato uno sport, con le prese in giro delle altre categorie, con la sensazione condivisa da parte degli appassionati VERI che si sia superato ogni limite di decenza nel voler lucrare sulle macerie di 76 anni di storia.

Pertanto, non siamo più a disposizione per riportare dichiarazioni palesemente di facciata e a dare visibilità non essenziale a ciò che resta della gloriosa categoria che fu. Non siamo più disposti a riportare frasi deliranti e fare i pappagalli di quella che sembra una vera e propria propaganda. Tra l’altro, il Colorado è distante 9.000 km dall’Italia, come Pyongyang. Sarà un caso. Tutto questo non è corretto né nei confronti della F1, né nei confronti dei nostri lettori, che meritano di seguirla per ciò che succede in pista e non per tutto il disastroso contorno che la sta caratterizzando. La categoria non resterà scoperta, ma sarà seguita per come merita di esserlo al giorno d’oggi: al minimo sindacale.

Credetemi, non è stata una decisione facile e arrivarci ha richiesto mesi di riflessioni. Devo però dire una cosa. In questi giorni sono stato contattato da amici o lettori, anche in privato: tutti profondamente disgustati per ciò che sta succedendo e assolutamente in accordo con questa scelta. Quando dico che saranno i libri di storia a raccontare le colpe di questa gestione, intendo proprio questo.

Fuori dagli uffici della propaganda e da quelli di chi ha particolari interessi nella questione, c’è un sacco di gente che vive malissimo questo periodo, perché si sente in qualche modo derubata di una passione decennale o addirittura ultradecennale. Altri mi hanno scritto dopo diverso tempo per dirmi che ormai non seguono più da almeno uno o due anni. Non ce l’hanno fatta a resistere. Non c’è cosa peggiore che perdere questo pubblico e, di questo, Liberty se ne accorgerà quando perderà anche quello giovane, agganciato prima o poi da qualche altro sport con le grafiche social più cool.

Io credo che questi signori non si siano accorti che il loro più grande vanto, la sostituzione del pubblico, sarà prima o poi il loro più grande problema. Perché, proprio come dicono loro, non stanno generando appassionati, ma “clienti”. E i clienti, prima o poi, cambiano marca e abitudini. Quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi: soprattutto se la loro reazione alle prime critiche è quella di cancellare i commenti e negare l’evidenza.

Mi spiace molto, questo sì. Sebbene trovarmi a pubblicare anche 40/50 articoli in un weekend sia sfiancante, l’ho fatto per diverso tempo con piacere. Ma è da un po’ che la fiaccola si è abbassata di intensità e le ultime dichiarazioni, unite a tante altre dinamiche folli di questo mondo, mi hanno fatto capire definitivamente che c’era da cambiare qualcosa. Fortunatamente questa sensazione di sconforto è condivisa e, in qualche modo, questo rappresenta un sostegno. Anche se porta una discreta amarezza.

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