Addio a Maradona: quando il genio batte la sregolatezza. Come Ayrton idolo del suo popolo

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Dopo Kobe Bryant il 2020 porta via allo sport e non solo anche Maradona

Dieci mesi fa il mondo rimase sbigottito all’annuncio improvviso, fulmineo, della scomparsa di Kobe Bryant. Avevo scritto un pezzo che lodava gli immortali, quei personaggi che trascendono lo sport, che tutti conoscono anche se non hanno visto nemmeno un minuto di quello che hanno fatto in carriera.

“È morto Maradona”. Così: un messaggio sul telefono, un altro fulmine. Un’altra uscita di scena improvvisa. Per le sue sorti si temeva. Forse non ora, dopo l’operazione delicata alla testa, ma in questi anni tante volte la sua salute aveva destato preoccupazioni e più volte Diego aveva toccato il fondo per poi risalire la china.

Ho pensato ad un caro amico che, casualità, adora Kobe ed adora Diego. Non ho avuto il coraggio di scrivergli perché non avrei saputo non essere banale. Forse sarebbe bastato un semplice “mi dispiace”, ma ho preferito aspettare. Forse lo leggerà da qui. Non posso immaginare cosa si possa provare ma so cosa vuol dire essere in ansia da quasi sette anni per le sorti del mio idolo. Non è la stessa cosa, è un pensiero ricorrente giorno dopo giorno. Nel giorno di Kobe come in questo di Diego ho pensato a come sarà “quel” giorno, con la speranza che arrivi il più tardi possibile. Non so come reagirò.

Maradona era nato nel 1960, come Senna. Ieri sera ho sentito dire di Diego che pensavano fosse immortale. Lo dicevano anche di Ayrton. Personaggi diametralmente opposti, nelle radici e nel privato. Il primo nato nella povertà e dalla vita piena di eccessi, sportivi e personali. L’altro cresciuto nella ricchezza e dalla vita privata praticamente ineccepibile.

Entrambi erano figli di nazioni che sportivamente si odiano ma legati, oltre che dall’anno di nascita, dalla capacità di trascinare i propri popoli con le loro gesta, sul campo e in pista. Popoli colmi di aree dalla spiccata povertà che, tramite i loro idoli, vivevano la gioia del riscatto. Entrambi avevano a cuore il loro popolo e lo sostenevano, lo aiutavano.

Maradona era cresciuto nella povertà, l’aveva vissuta. Senna aveva avuto l’intelligenza di uscire dal suo mondo di ricchezza: “I ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà”. Era questa la sua frase.

La reazione, lo sgomento, le testimonianze che leggo da ieri sera sono equiparabili a quelle di 26 anni fa, quando i social tra l’altro erano lontani dall’essere anche ideati. Il riversarsi sulle strade, la commozione ed il ricordo collettivo, sono scene che mi ricordano quei giorni di totale incredulità di fronte ad un idolo nazionale, mondiale poi che se ne va.

Potremmo passare ore a disquisire di quanto Maradona abbia tentato di rovinarsi l’esistenza tra eccessi di tutti i tipi, facendo del male prima di tutto a se stesso. Ma non ora. E non è nemmeno detto che, senza “Diego”, “Maradona” sarebbe stato quello che il mondo ha vissuto. Che sia giusto o sbagliato non sta a me, a noi, dirlo.

Con il genio, con la magia sul campo, Maradona è stato qualcosa di ben oltre la sua vita sregolata. E questo fa capire quanto sia stato grande. Ha trascinato una nazione ed una città, Napoli, creando una specie di ponte immaginario a collegare luoghi e culture differenti, unite dall’amore per uno sportivo inarrivabile. Forse adesso, come 26 anni fa, si chiuderà il sipario sulla domanda che attanaglia tutti gli sport da decenni, ovvero chi sia stato il più grande di sempre. Domanda troppo soggettiva per poter avere una risposta che vada bene per tutti.

Lo sport tutto perde uno dei suoi più grandi di sempre. Un’icona. Controversa, come tante. Ingombrante, come tante altre. Unica nel suo essere globale e legata a doppio filo al suo ambiente. Senna era la Formula 1 e dopo di lui tanti hanno abbandonato. Quando nomini Jordan o Bryant sai che si parla di basket. Quando pronunci Federer o Nadal non può che essere il tennis, quando dici Muhammad Ali cosa vuoi che sia, se non il pugilato.

Pelé e Maradona sono sempre stati il calcio. O Rey, da ieri, si sentirà un po’ più solo: come milioni di altri tifosi nel mondo.

AD10S.

Immagine: ANSA

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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