Abu Dhabi è Lewis contro Max, “la Storia” contro “una storia” tra sport, tecnica, politica e tifo

Abu Dhabi decreterà il vincitore del mondiale 2021, ma non è solo una battaglia in pista

Ebbene, siamo arrivati al dunque. A quello che, alla fine, la Formula 1 voleva: il titolo deciso all’ultima gara. Un sogno per chi la corsa la organizza, per chi il mondiale lo porta in giro, per gli sponsor, gli investitori, i soci e chi più ne ha più ne metta. Netflix, in queste ore, si starà fregando le mani dopo quanto successo fino ad ora e immaginando cosa potrà succedere nell’ultimo weekend.

Abu Dhabi è Hamilton contro Verstappen, Lewis contro Max, “la Storia” contro “una storia”. Da una parte l’ottavo titolo mondiale, il record ultimo. Dall’altra la rottura, l’impedimento, quasi lo sgarbo a Sir Lewis e a tutto quello che ha costruito specialmente nelle ultime otto stagioni.

Non è solo una sfida ma uno scontro tra generazioni, alimentato dalle battaglie in pista, da quelle politiche e dalle incoerenze e malgestioni che la Formula 1 si porta dietro da tempo.

Lewis è all’appuntamento con la Storia per diventare il più vincente di sempre anche nell’ultimo tassello che resta per completare il quadretto, quello dei titoli mondiali. La coabitazione con Schumacher vuol dire tanto ma non sarebbe comunque abbastanza perché, per quanto abbia sempre detto di non badare troppo ai numeri, diventare il più titolato di sempre è un’occasione troppo ghiotta e troppo importante per come è arrivata e per il momento in cui siamo.

Max è l’impedimento, la storia (in minuscolo) che potrebbe fermare la Storia (in maiuscolo). Sfacciato, aggressivo ai limiti o anche oltre, senza peli sulla lingua e poco politicamente corretto, è il cattivo della situazione. È l’antieroe, il rompiscatole di turno, colui che potrebbe mandare al macero (o nel cestino del pc) centinaia di prodotti editoriali già pronti da mesi per celebrare le otto meraviglie di Hamilton.

Il 2022 è un’incognita enorme e, dopo otto anni di supporto da parte della serie di vetture più forti della storia, non può esserci certezza per Lewis di avere ancora un mezzo che possa competere per il titolo. All’80% almeno questo è un “o la va o la spacca”. E la sensazione che, se dovesse “andare”, Lewis potrebbe anche cogliere la palla al balzo e salutare tutti, nonostante un ipotetico anno di contratto, c’è eccome. Da vincente e con un’età (quasi 37 anni) alla quale il ritiro potrebbe non essere un delitto.

Max ha ancora una vita davanti a sé. A 24 anni, a patto di non stancarsi prima della Formula 1, potrebbe vivere ancora almeno due cicli regolamentari ed avere diverse possibilità di conquistare il titolo. Per lui non è l’ultima occasione ma la prima dopo anni a dimostrare un valore in linea con ciò che si chiede ad un potenziale campione, ma senza il mezzo che lo potesse supportare. Nel 2020, nelle gare in cui è giunto al traguardo, ha mancato il podio solo una volta. Era chiaro che quello che mancava stava alle sue spalle.


Arriviamo ad Abu Dhabi dopo una stagione folle, nella quale almeno un terzo delle gare si sono svolte in condizioni non normali tra bandiere rosse, pioggia, incidenti, Sprint Qualifying e quant’altro che ne hanno inevitabilmente modificato a più riprese lo svolgimento. Un anno che doveva essere di semplice transizione, con un previsto ottavo titolo facile di Hamilton e della Mercedes, si è trasformato in qualcosa di inimmaginabile, con la Red Bull e Verstappen che hanno alzato la posta ergendosi nell’incredulità generale a seri contendenti al titolo. E, quando l’affare è diventato scottante, ecco che sono venute alla luce tutte le inadeguatezze di una direzione gara che, sotto pressione, ha più volte mostrato i suoi limiti, non ponendo un freno ai primi screzi, non gestendo in modo adeguato una lotta che, sul fronte delle polemiche, è diventata sempre più aspra.

Ora, la situazione, è infuocata. Lo è dal punto di vista sportivo, da quello tecnico, da quello politico e da quello del tifo.

Max ha un vantaggio sportivo dato dalla vittoria in più rispetto a Lewis, che molti indicano ovviamente (in parte a ragione, ma qui si tratta di regolamento) come quella abbastanza futile di Spa. D’altro canto i 25 punti di Silverstone guadagnati da Hamilton con il contatto del giro 1 – l’episodio che ha dato il via definitivo alle polemiche, vista la pochezza della sanzione – sono al momento fondamentali. I due sono arrivati ai ferri corti più volte (l’ultima due giorni fa) ed è difficile immaginare che non possa succedere ancora. In questo caso è inutile pretendere che i due si comportino da verginelle in uno sport la cui storia è stata contrassegnata da episodi scottanti e che, la stessa Formula 1, non sta dimenticando di riproporre in questi giorni. D’altronde questo è un prodotto venduto in tutte le salse alle televisioni e le telecamere di Netflix saranno ancora ovunque. Cosa voglio dire? Che commercialmente parlando un finale con un incidente sarebbe ancora più “cool” da fornire alle masse di pseudoappassionati che Liberty sta raccogliendo a flotte per rimpolpare la fanbase della Formula 1, sostituendo così i vecchi old school nostalgici che ormai non servono più. Quindi, per quanto mi riguarda, non mi aspetto molto di diverso da quello che si è visto fino ad ora. Tutti stanno spingendo per questo. Dalla Formula 1 stessa ai media.

Dal punto di vista tecnico c’è una grande incognita legata alle modifiche fatte al tracciato di Abu Dhabi, che potrebbero essere fondamentali per cambiare faccia ad un tracciato per anni emblema della pochezza. Con queste novità Abu Dhabi guadagna punti e potrebbe favorire un tipo di monoposto diverso, causa eliminazione di due chicane e modifica di tutta la parte sotto l’hotel, resa più scorrevole. Si parla di 10 secondi in meno al giro. Mica poco. Poi abbiamo le monoposto. Mercedes può sfruttare una Power Unit più fresca sulla W12 di Hamilton, Red Bull deve contenersi con Verstappen. Avrebbe potuto avere la chance di cambiare il motore termico in Qatar se la penalità per le bandiere gialle fosse stata comunicata in tempi umani. Così non è stato, sempre per ricordare quanto la gestione della direzione gara sia stata non in linea con la lotta mondiale.

Dal punto di vista politico beh, lo sappiamo. Le polemiche si sprecano già da prima di Silverstone tra ali che si abbassano (dietro), ali che si muovono (davanti), sospensioni sospette e tutto quello che abbiamo vissuto quasi gara dopo gara. Tra Horner e Wolff è mancato giusto un ring nei momenti più concitati tra accuse e scivoloni, ma il top della stagione resterà la precisione chirurgica della comunicazione in diretta ai due del rifiuto dei commissari a rivedere gli eventi del Brasile, durante la conferenza stampa del Qatar. Giusto per sottolineare l’influenza di una serie TV in uno sport.

E poi abbiamo il tifo. C’è quello dei veri e propri tifosi, ovviamente. Divisi completamente tra l’uno e l’altro dei contendenti al titolo a colpi di frecciate. Il tipo di tifo vero, arcigno, sprezzante nei casi più estremisti, quelli che il tuo pilota ha sempre ragione e l’altro sempre torto. Ma non è solo questo il caso di Abu Dhabi, almeno per l’Italia. Sin dai suoi esordi abbiamo raccontato di un Verstappen preso di mira per le sue prime tre stagioni e mezza, nelle quali ha guadagnato l’esperienza che di solito arriva nelle serie minori direttamente in Formula 1. Collezionando errori, incidenti, alternando azioni troppo aggressive ai primi lampi del suo talento. Il problema è che, in un mondiale dominato dalla Mercedes, la maggior parte degli errori e delle polemiche si sono intrecciate con i piloti della Ferrari, gli unici contro i quali la Red Bull si scontrava direttamente.

Alla resa dei conti di Abu Dhabi e dopo gli ultimi avvenimenti la grande maggioranza della scena mediatica italiana ha svelato le carte mostrandosi dichiaratamente (o in modo più discreto, quasi sussurrato) propensa ad accettare maggiormente l’ottavo mondiale di Hamilton che il primo del suo avversario, ricordando le malefatte di un Verstappen scorretto, cattivo, inadeguato; ai limiti, per i più virtuosi, addirittura di squalifiche.

Al di là del fatto che, nei limiti della decenza, ognuno è libero di esprimersi liberamente riguardo qualsiasi argomento, se si vuole fare informazione sarebbe anche corretto ricordare, ai giovani che si avvicinano alla Formula 1 o che la seguono da pochi anni (un terzo della platea, secondo i sondaggi di Liberty Media) che a 24 anni, quelli che ha ora Max Verstappen, Lewis Hamilton aveva passato indenne la Spy Story del 2007 (insieme ad Alonso e De La Rosa) confessando tutto ciò che sapeva sui fattacci della copia dei progetti Ferrari e aveva volutamente mentito ai commissari a Melbourne nel 2009, per un sorpasso “agevolato” a Jarno Trulli, venendo poi squalificato da quel Gran Premio da campione del mondo in carica.

Oltre al fatto che, nel complesso del periodo McLaren – quando c’era da lottare più spesso – anche Lewis era avvezzo agli incidenti quanto e più del suo attuale avversario, dettaglio che oggi si dimentica chissà per quale motivo. Basti ricordare il tamponamento a Raikkonen in Canada nel 2008 o l’incontro di boxe scaglionato su più round del 2011 con Felipe Massa, che potete rivedere qui se siete troppo giovani o semplicemente smemorati, quando Lewis di anni ne aveva 26 e per i quali il brasiliano stava per iniziare a girare con le protezioni dei kart attorno alla F150.

Per concludere: siamo arrivati al gran finale tra due che il piede non hanno nessuna intenzione di alzarlo, come detto giustamente da Hamilton alla fine del GP di Gran Bretagna. Due che appartengono a generazioni diverse, con età diverse e con esperienze diverse che però devono essere ricordate nella loro totalità. Non necessariamente uno è più forte o più stronzo dell’altro: anche qui dovremmo metterci in testa che tutti i piloti sono dei figli di buona donna, senza ergere qualcuno a Santo e qualcuno a Diavolo. Ciò che è fondamentale, almeno per quanto mi riguarda, è raccontarle sempre tutte e non solo quello che conviene, nascondendo la polvere sotto il tappeto.

Buon finale a tutti. Con la speranza di non avere polemiche fino a marzo.

Immagine: ANSA

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