Blog | Come Sepang ha salvato la F1 dopo un’ora di imbarazzo

Di: Alessandro Secchi
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Pubblicato il 4 Ottobre 2026 - 23:50
Tempo di lettura: 4 minuti
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Blog | Come Sepang ha salvato la F1 dopo un’ora di imbarazzo
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Software che impazziscono, monoposto che si piantano, update in diretta nei box. Poi, ci ha pensato Sepang.

Durante la lunga interruzione di questa mattina a Sepang mi sono chiesto più volte cosa si sarebbe detto se, per un motivo o per l’altro, non fosse stato possibile riprendere la gara dopo il primo acquazzone e il meraviglioso spettacolo offerto dalla gestione del software, che ha mandato in panne mezza griglia durante il giro di ricognizione. Un eventuale nuovo scroscio avrebbe davvero rischiato di far fare a questa gara la stessa fine di quella di Spa nel 2021, considerato l’orario e il fatto che già, così, si è finito al tramonto con il sole in faccia negli ultimi giri.

Ci ho ragionato e mi sono detto che sarebbe stato un dispiacere per tutti gli spettatori presenti in pista, già costretti a sopportare una mezza tempesta d’acqua. E ho pensato anche a tutte le persone che lavorano nei team e, più in generale, agli addetti ai lavori, che non meritavano che la gara non si svolgesse. Loro non c’entrano nulla, o quasi, con lo spettacolo offerto nella prima ora e mezza.

Qualcuno avrebbe, invece, meritato che il karma facesse il suo corso. Tante cose si possono comprare nella vita, ma non tutte: la forzatura di voler correre ad ogni costo il Gran Premio del Bahrain sotto mentite spoglie, dopo tutto quello che è successo quest’anno, forse un piccolo sgarbo se lo sarebbe meritato. Sepang poi è conosciuta: per una settimana è stata annunciata la pioggia, venerdì e sabato nemmeno una goccia e poi è arrivato tutto insieme alla domenica. Classico da queste parti. Alla fine, comunque, sono stati ampiamente sufficienti i 45 minuti di imbarazzo che abbiamo vissuto per confermare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’inutilità e l’approssimazione del regolamento tecnico di quello che era, o dovrebbe essere, il pinnacolo del motorsport.

Vedere metà delle macchine ammutolirsi perché un software decide così è davvero il culmine della mala gestione e dell’estirpazione delle radici di quello che dovrebbe essere questo sport. E, se io sono esagerato (può essere, ma preferisco essere sincero), allora basta leggere o risentire le dichiarazioni dei piloti a fine gara per capire che tutti sono stanchi di queste dinamiche. Il tutto senza dimenticare che una settimana fa, a Baku, Bottas (non un big, per quello non se ne parla) è finito a muro fondamentalmente perché il software che gestisce la sua batteria ha scelto il posto sbagliato dove erogare potenza.

Chissà se ora è chiaro che, da queste pagine, non ci si lamentava solo perché ci piace fare i bastian contrari.

Sepang, alla fine, ha salvato la faccia alla F1 con una gara e, in generale, un weekend che si può definire d’altri tempi. Prima di tutto, credo sia inutile sottolineare il sospiro di sollievo nel vedere le F1 correre su una pista vera dopo tanti, troppi eventi artificiali in tutti i sensi. Anche se le differenze sul giro rispetto al passato sono lampanti. La Pole di Verstappen è stata più lenta di due secondi rispetto a quella del 2004…

Quello malese, comunque, resta un pistone e lo è sempre stato sin dalla prima edizione. Forse, la prima pista progettata dall’architetto Tilke per la F1, è la migliore di tutte quelle che ha realizzato. Mi piacerebbe sapere che un giorno questo tracciato potrà tornare in calendario con la propria identità e non per fare da tappabuchi, così come Imola. Ce ne sono di posti che non meriterebbero un posto in calendario: ad esempio, quasi tutti quelli introdotti negli ultimi otto anni e già rinnovati fino a quando il sottoscritto sarà pronto per una RSA.

Parlando di quello che conta, l’assenza della Malesia per nove anni ha fatto sì che questo weekend sia stato molto più normale rispetto al solito. Tralasciando per un momento il fatto che, non essendoci riferimenti recenti, non si sono notate — a parte per chi ha un buon orecchio — tutte le varie limitazioni dovute alla gestione dell’energia (e non parliamo della quasi totale assenza di grafiche), in questo fine settimana le simulazioni pre weekend sono state molto meno utili rispetto al solito. Di conseguenza, le tre prove libere sono state importantissime, fondamentali per preparare le monoposto alle qualifiche e alla gara.

I team hanno dovuto gestire progressivamente il weekend, studiando sessione dopo sessione, senza i classici punti di riferimento su cui basarsi per preparare la monoposto; tranne quelli provenienti dalla pista e da un asfalto non rifatto, non lucidato, non spolverato e non preparato a puntino per l’arrivo della F1 come succede ormai ovunque. Asfalto che, poi, ha tratto in inganno sul consumo gomme. Sembrava dovesse mangiarle ma in gara, con 30 gradi in meno rispetto al previsto, abbiamo visto delle soft durare decine di giri. Insomma, se in questo weekend fosse stata introdotta anche la Sprint sarebbe stato un autentico disastro. Invece, fortunatamente, si è corso con il formato normale e si è tornati un po’ indietro nel tempo.

Il risultato è stato un fine settimana più umano (forse un’eccezione alla regola del campionato) nel quale è emerso chi ha lavorato meglio in pista più che a casa. Red Bull ha portato a termine un weekend capolavoro sin dal venerdì e lo stesso vale per Verstappen. Era stato l’ultimo a vincere qui nel 2017, l’ha fatto anche nel 2026 portandosi a casa un record per due vittorie consecutive sullo stesso tracciato con così tanta distanza temporale.

Brava Sepang, quindi. Pista vera, tosta, con tante incognite. Con la speranza, almeno la mia, che non sia stata soltanto una malinconica una tantum.

Immagine di copertina: Media Red Bull

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