SBK | Intervista esclusiva a Garrett Gerloff: “Non avrei mai immaginato di trovarmi sulla moto di Valentino Rossi quando ho firmato in SBK”

Di: Tommaso Pelizza
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Pubblicato il 18 Giugno 2026 - 19:00
Tempo di lettura: 6 minuti
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SBK | Intervista esclusiva a Garrett Gerloff: “Non avrei mai immaginato di trovarmi sulla moto di Valentino Rossi quando ho firmato in SBK”
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P300.it ha avuto il piacere di intervistare Garrett Gerloff, durante il round Emilia Romagna 2026 del WorldSBK

da Misano Adriatico – Garrett Gerloff è ormai da anni una solida conferma della griglia del mondiale Superbike, ed ha rappresentato un traguardo non da poco per gli States; ovvero essere il secondo pilota a passare direttamente al Mondiale dal campionato MotoAmerica, dopo Ben Spies. Garrett ora corre per il team Kawasaki Puccetti, con cui ha saputo fare ottimi risultati in questi due anni di permanenza che sono stati da poco ricompensati con il rinnovo. Del suo passato e presente abbiamo parlato in questa intervista, svolta durante il Round Emilia Romagna del 2026. Buona lettura.

Ciao Garrett, grande piacere averti qui. Come stai?

Molto bene! Ci avviciniamo al round di casa del team e spero possa essere un ottimo weekend”.

Riavvolgiamo il nastro: come è cominciata la tua carriera?

Parliamo di tanto tanto tempo fa, quando ero molto piccolo. Da bambino ho visto correre mio padre molto spesso; lui correva in motocross. Un giorno, mentre ero in pista con lui, ho visto un altro bambino in sella a una moto ed aveva praticamente la mia età. Così mi sono detto che se lui ce la potesse fare, potevo riuscirci anche io. Ho cominciato a quattro anni con le moto da cross e poi, a dodici, sono passato alla strada”.

E perché questa decisione?

Perché sia mio padre che mio fratello erano curiosi di provarle, ma io volevo restare in Motocross. Non volevo essere la “pecora nera” della famiglia (sorride, ndr.) e poi, visto che ero dodicenne, avrei dovuto avere qualcuno ad accompagnarmi in pista. Visto che lui ci sarebbe andato, quindi, ho fatto questo cambiamento. È stata un’ottima scelta, visto che ora mi trovo qui”.

Qual è stata la tua prima moto da strada?

Era una moto di piccola cilindrata, ma con ruote molto grandi. Si parla comunque di tanti anni fa”.

Parlando invece del Motoamerica: hai vinto il campionato Supersport in back to back, conquistando un grande traguardo. Ma soprattutto, sei stato il secondo a passare dal Motoamerica Superbike al Mondiale dopo Ben Spies. Come è avvenuto il tutto?

È una storia interessante, perché si è trattato di un salto molto grande e Spies è stato proprio tra le persone che mi ha aiutato di più in questo. Al tempo diventare il secondo pilota americano ad essere passato in Superbike direttamente dagli USA era un gran prestigio. In realtà non è stato semplice cominciare, perché nella prima gara mi sono qualificato penultimo ed ho terminato nelle ultime posizioni. Poi in preparazione alla seconda sono stato coinvolto in un incidente e non ho potuto prendere parte alla corsa domenicale. L’inizio non era dei migliori, ma successivamente è arrivato il Covid e siamo rimasti fermi per quattro mesi senza far niente. Fortunatamente ho imparato molto velocemente in quell’anno, ed ho avuto una grande squadra attorno a me a supportarmi. Tra l’altro qui con me ho lo stesso capo tecnico che ho avuto nel 2020, siamo insieme ormai da anni. A fine stagione sono arrivati anche dei podi, che mi hanno cambiato molto la carriera”.

A proposito del 2020: come ti sei ambientato sulla R1?

Penso che i risultati delle ultime gare di quell’annata siano la dimostrazione che avere le persone giuste intorno aiuti tanto. Il team durante ogni weekend di gara ha lavorato per mettermi a disposizione la miglior moto possibile, per essere affina alle mie sensazioni. Ci è voluto un po’, ma alla fine mi sono adattato e trovato molto bene in sella ed, appunto, ho ottenuto i primi podi che hanno reso tutto il resto più semplice”.

Yamaha ti ha poi chiamato anche per andare in MotoGP: prima con il team factory e poi con Petronas. Cosa puoi dirci a riguardo?

È stato pazzesco: quando ho firmato con GRT per andare in Superbike non avrei mai immaginato di trovarmi sulla moto di Valentino Rossi e con la sua crew. È stato come un miracolo. Sfortunatamente ho potuto correre a Valencia, visto che lui poi è tornato ed ho girato solo al venerdì, ma quando Petronas mi ha chiamato per sostituire Franco (Morbidelli, nda.) è stato molto bello. Tuttavia non era per niente facile, perché non ero mai stato ad Assen ed era la mia prima volta sia in quella pista, che sul modello 2019 della M1. L’esperienza è stata bella, anche se speravo in risultati migliori. Nel complesso non è andata male: ho battuto Luca Marini, anche se è stato l’unico a cui sono arrivato davanti”.

Le differenze più grandi che hai trovato tra la SBK e la MotoGP?

Sicuramente la rigidità del telaio, le gomme e anche i freni, che sono diversi su una MotoGP rispetto alla SBK. Onestamente non sentivo così tanta differenza (in più) di potenza: a volte sembrava che fosse addirittura meno potente, perché era molto scorrevole alla guida e l’elettronica era molto buona. Ho fatto un buon lavoro nel nascondere quanta potenza effettiva avesse, fino a che non sono arrivato alla staccata in fondo al rettilineo e ho pensato ‘Cavolo, sto andando velocissimo’. Sono moto bellissime da guidare, ma appunto molto diverse”.

E invece parlando di gomme: cosa hai trovato di diverso nelle Michelin MotoGP rispetto alle Pirelli?

Quel che ho notato di più è stato che con le gomme MotoGP non potevo fare trail-braking. Provandoci, in una delle curve veloci, ho perso il davanti e sono caduto. Ho potuto frenare in maniera liscia per quasi tutto il tempo, ma poi rilasciarli. Quando l’ho capito, la moto ha cominciato ad andare benissimo. È molto diverso dalla Superbike, perché con le Pirelli posso caricare tanto peso sulla gomma e giocare col freno in curva, per ottenere aderenza. Erano due filosofie completamente opposte fra loro ed è stato difficile imparare le Michelin in soli tre giorni”.

Nel 2023 sei passato a BMW: come ti sei trovato con loro?

Erano ottimisti quanto me, ed il mio capotecnico, sul potenziale che potesse avere la moto. Pensavo comunque che fosse un buon pacchetto, anche se dovevamo trovare la direzione giusta specialmente parlando di elettronica. Ma in generale fu un buon primo anno, perché abbiamo passato tanti buoni momenti insieme e quando si è saputo che nel 2024 sarebbe arrivato Toprak (nel team factory, nda.) ho guadagnato ulteriore fiducia, perché sapevo che avrebbero fatto altri passi avanti con lo sviluppo della moto”.

Quali cambiamenti hai notato, rispetto alla Yamaha, quando l’hai provata per la prima volta?

Si trattava di una moto molto più potente ed anche con un buon avantreno. Ad essere sinceri non me l’aspettavo, perché anche Yamaha era ottima in questo campo. Ho faticato, inizialmente, col posteriore ed anche un po’ con l’elettronica che era difficile da comprendere. Queste sono state le differenze più grosse a cui adattarsi”.

Pensi che ci sia stata una gara che reputi la migliore di tutte, assieme a loro?

Gara uno in Aragona nel 2024 è il miglior ricordo che ho, perché ebbi una bella battaglia con Toprak ed anche con Iannone e Bautista. Ho terminato sul podio quel giorno, quindi resta un’ottima gara”.

Parlando invece del panorama motoristico americano: come vedi il futuro da questo lato? Dovremo ancora aspettare per avere altri talenti nel panorama mondiale oppure no?

In realtà riguardo alle tempistiche non saprei rispondere. La buona notizia è che i piloti di riferimento come Cameron Beaubier, Bobby Fong e Matthew Scholtz sono velocissimi. Anche Josh Herrin, in Supersport, va forte. Sono degli ottimi uomini da battere per altri ragazzi, o almeno provarci. Penso che sicuramente avranno un’opportunità all’interno di un mondiale, divenendo competitivi anche se potrebbe richiedere tempo”.

Ringraziamo Garrett Gerloff ed il team Kawasaki per aver reso possibile questa intervista, augurandogli il meglio per il resto della stagione.

Media: Bonora Photo Agency (Andrea Bonora e Micaela Naldi)

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