F1 | Alex Caffi e Monaco ’87, le stradine dove un talento si è rivelato: “Qui il pilota conta più della macchina”

Di: Andrea Ettori
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Pubblicato il 24 Giugno 2026 - 16:00
Tempo di lettura: 3 minuti
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F1 | Alex Caffi e Monaco ’87, le stradine dove un talento si è rivelato: “Qui il pilota conta più della macchina”

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Un ricordo di un altro pilota italiano che ha corso sulle stradine del Principato in Formula 1.

Montecarlo è un circuito che non perdona, ma per alcuni piloti diventa un luogo di rivelazione. Per Alex Caffi, il Principato è stato esattamente questo: un palcoscenico dove il talento ha trovato la sua forma più pura, dove una carriera ha preso slancio e dove, molti anni dopo, si è chiuso un cerchio personale e sportivo.

Il primo capitolo di questa storia si scrive nel 1987. Caffi arriva a Monaco da debuttante in Formula 1, al volante dell’Osella FA1I spinta dal V8 turbo Alfa Romeo, una vettura nata con un motore ormai fuori regolamento e penalizzata in termini di potenza rispetto alla concorrenza. Eppure, tra i muretti del Principato, quella fragilità tecnica si trasforma in opportunità. Caffi si qualifica sedicesimo, un risultato che per l’Osella vale quasi come una vittoria, e allo spegnersi dei semafori costruisce una delle partenze più sorprendenti dell’intero weekend: ritmo, coraggio, pulizia. In poche curve si ritrova in lotta per la Top 10, alle spalle della Benetton di Teo Fabi e davanti alla McLaren di Stefan Johansson.

A distanza di quasi quarant’anni, Caffi ricorda perfettamente cosa rappresentasse quella gara. «Sapevo benissimo che potesse essere una bella opportunità per me, perché a Monaco avevo sempre fatto bene anche in Formula 3 ed è una pista che mi è sempre piaciuta. E infatti questo si è confermato anche negli anni successivi.»

La qualifica fu già un segnale. «Avevamo fatto abbastanza bene, in un tracciato dove si è sempre detto che il pilota contasse più della macchina. Noi pagavamo in termini di cavalli: avevamo un motore vecchio, costruito per altre specifiche di regolamento, che su piste più tradizionali non ci permetteva nemmeno di finire le gare. A Monaco invece potevamo pensare di fare una bella gara, soprattutto in ottica consumo.»

Lo spunto iniziale lo confermò: Caffi si ritrovò a tenere dietro vetture ben più competitive. «Avevo un bel passo, e dietro di me c’erano macchine molto più blasonate della mia Osella. Speravo davvero di finirla e ottenere un bel risultato. E, a discapito di quello che in tanti hanno detto, non era vero che ero partito con poca benzina per fare l’exploit: sapevamo che Monaco era un’occasione ed eravamo partiti in condizioni gara ottimali.»

La corsa si interruppe sul più bello, per un problema elettrico che spense la FA1I mentre il pilota bresciano stava ancora impressionando. «Purtroppo abbiamo avuto un problema elettrico e la macchina si è fermata. Però quella gara mi aveva messo in luce: diversi team iniziarono a chiedere informazioni su di me, su chi fossi e cosa avessi in mente per il futuro. Anche se non l’ho finita, quella gara mi ha permesso di costruire la carriera degli anni successivi.»

Il rapporto con Monaco, però, non si esaurisce con il 1987. Due anni più tardi, nel 1989, Caffi torna nel Principato con la Dallara della Scuderia Italia e firma una delle sue migliori prestazioni in carriera: un quarto posto di enorme valore, ottenuto con una guida pulita, costante, priva di sbavature. È il suo primo arrivo a punti in Formula 1 e la conferma definitiva che tra i guard-rail del Principato il suo talento trovava un terreno naturale. Nel 1990, con l’Arrows, arriva un’altra prova di maturità: quinto al traguardo, ancora una volta in una gara selettiva, che premia chi sa interpretare ritmo, pazienza e precisione.

Ma Monaco è anche il luogo del suo momento più difficile. Nel 1991, con la Footwork-Porsche, Caffi vive uno degli incidenti più impressionanti dell’epoca: un impatto violentissimo alle Piscine durante le prove, dal quale esce miracolosamente illeso. È un episodio che segna la stagione e che rimane nella memoria collettiva come simbolo della pericolosità di quel periodo.

Eppure, come spesso accade nelle storie che contano, il cerchio si chiude dove tutto era iniziato. «Nel 2016 sono tornato a Monaco dopo ventiquattro anni alla guida di una Formula 1, vincendo il Grand Prix Historique con una Ensign N176. È stato come chiudere un cerchio.»

Monaco è stato per Alex Caffi un laboratorio di talento, un banco di prova, un rischio, una ferita e infine un ritorno. Un circuito che non perdona, ma che a volte riconosce chi l’ha affrontato con coraggio autentico.

Immagine: Maureen Magee

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