Motorsport | 21 Marzo 1976: l’ultimo rombo di Modena

Di: Andrea Ettori
AndreaEttori
Pubblicato il 21 Marzo 2026 - 08:30
Tempo di lettura: 3 minuti
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Motorsport | 21 Marzo 1976: l’ultimo rombo di Modena

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L’ultimo ballo di un luogo che ha visto correre campionissimi a due e quattro ruote

Sembrava una domenica qualunque, e invece era l’ultima. Il 21 marzo 1976 l’Aerautodromo di Modena respirò per l’ultima volta il rumore delle competizioni, come un vecchio gigante che sa di essere arrivato al capolinea ma vuole comunque alzarsi in piedi un’ultima volta.

Da quindici anni le auto non correvano più su quel tracciato stretto tra la città e l’aeroporto: gli incidenti mortali che avevano segnato gli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta — su tutti la tragedia di Eugenio Castellotti nel 1957 e quella di Cabianca nel 1961 — avevano reso impossibile continuare. Troppo vicino alle case, troppo veloce per i tempi, troppo pericoloso per una città che stava crescendo attorno alla pista.

Le moto, però, continuavano a difendere un rito che si ripeteva attorno alla festa di San Giuseppe. Quell’anno la gara sarebbe dovuta essere la seconda del campionato italiano, ma la neve caduta a Misano trasformò Modena nella prova inaugurale. Il destino volle che proprio quella diventasse l’ultima corsa della sua storia.

L’atmosfera era strana, quasi elettrica, come se tutti avvertissero che qualcosa stava finendo senza riuscire a nominarlo. In pista c’era Giacomo Agostini, campione del mondo in carica ma improvvisamente senza una casa tecnica: la Yamaha si era ritirata a fine ’75 e lui era tornato alle MV Agusta, recuperando le vecchie 500 di Cascina Costa, moto gloriose ma ormai superate. Eppure, proprio lì, Ago trovò l’ultima vittoria italiana della sua carriera con una MV: un lampo di passato in un mondo che stava cambiando.

A rendere quella giornata ancora più unica fu l’esordio europeo delle Suzuki RG500 Gamma, le versioni clienti della XR14 di Barry Sheene: quattro cilindri feroci costruiti in appena sessanta esemplari. A Modena arrivarono le prime due, una al team Gallina e l’altra ai fratelli Sacchi, concessionari Suzuki tra i più forti d’Italia.

La moto dei Sacchi fu affidata a un giovane Nico Cereghini, che portò la RG500 direttamente sul podio, mentre Phil Read era presente per svilupparla, ma iscritto fuori classifica. Quelle Suzuki sembravano creature indomabili: all’uscita dei tornantini si impennavano come cavalli imbizzarriti, tanta era la violenza dell’erogazione. Chi era lì ricorda ancora lo stupore — come il padre di chi scrive, quattordicenne — colpito da quelle moto che parevano voler decollare più che correre.

La gara iniziò con un colpo di scena: alla prima esse Gianfranco Bonera e Phil Read finirono a terra quasi insieme, fuori dai giochi dopo pochi secondi. Davanti, Marco Lucchinelli volava verso la vittoria, ma un problema al freno posteriore lo tradì proprio quando sembrava imprendibile.

Agostini ne approfittò, prese la testa e la tenne fino alla fine, con Lucchinelli secondo e Cereghini terzo. Nessuno lo sapeva ancora, ma quella bandiera a scacchi era l’ultima che Modena avrebbe visto.

Il circuito, stretto come un quadrato percorso in senso antiorario, non avrebbe più ospitato gare. La città cresceva, cambiava, inglobava quello spazio che per decenni aveva fatto da laboratorio ai suoi costruttori e ai suoi piloti.

Al posto della pista sarebbe nato il Parco Enzo Ferrari, e dell’Aerautodromo sarebbero rimaste solo la torre di controllo e qualche muro, come ossa affiorate di un gigante addormentato.

Ma chi c’era quel 21 marzo 1976 sa che quel giorno non fu solo una gara: fu un addio. Un addio rumoroso, veloce, pieno di talento e di storie che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, continuano a correre.

Immagine: WikiCommons

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