Il pilota del team Althea si è gentilmente concesso ai nostri microfoni, raccontando la sua carriera dagli inizi fino al Mondiale.
Leonardo Taccini è stato ed è uno dei portabandiera italiani nel Mondiale Supersport ed il 2026 rappresenterà la sua quarta stagione nel paddock della classe intermedia delle derivate di serie. Il pilota di Roma, classe 2002, ha gentilmente accettato il nostro invito per partecipare ad un’intervista con P300.it, dove ha raccontato quella che è stata, ed è tutt’ora, la sua carriera nel mondo delle due ruote.
Ciao Leonardo, cominciamo da una domanda importante; come stai?
“Bene, fortunatamente. È stato un periodo molto intenso, dove sono successe tante cose in maniera molto ravvicinata. Finché corro con le moto sono felice. La dipartita del mio capo [Genesio Bevilacqua, n.d.a.] , a cui ero molto legato, non ha aiutato ma bisogna saper sorridere e andare avanti, godendoci quello che la vita ci dà”.
La casualità, in qualche modo, ha influito in più occasioni durante la sua carriera, soprattutto agli inizi. Infatti, riguardo al suo primo approccio alle moto, Leonardo ci dice:
“I miei non volevano neanche che facessi il pilota, anche se la risposta che davo sempre quando mi chiedevano che cosa volessi fare da grande era proprio quella del pilota di moto. I motori hanno sempre fatto parte della mia famiglia; mio padre e mia madre sono grandi appassionati e guardavano tante gare, sia di MotoGP che di Formula 1, e la moto era un mezzo molto usato per fare viaggi e vacanze”.
E perché hai scelto proprio le moto?
“In realtà non so dare una spiegazione. Mia mamma mi raccontò che, quando avevo tre anni, vidi una moto esposta in una vetrina e cominciai a balbettare. Così capirono che in me c’era qualcosa di profondo e viscerale verso quei mezzi”.
Ritornando poi sul suo inizio di carriera, afferma:
“Purtroppo da piccolo ho contratto una malattia che mi ha tenuto un anno fermo in ospedale e, una volta uscito, i miei genitori mi chiesero che cosa volessi fare, al che gli ho risposto di volere una moto. Così mi comprarono una NSF-100 ed andai a girare a Civitavecchia, una pista vicino casa. Fortuna volle che il giorno in cui l’ho fatto ci fosse una persona dentro a questo mondo, che andò da mia madre e le chiese da quanto corressi. Quando lei rispose che quello fosse il mio primo giorno in pista rimase stupito, anche perché mi ero presentato in pista con le ginocchiere che si usano per andare sullo skateboard ed un giubbotto di pelle, così le chiese se volessi correre. Mia madre gli disse che fosse una mia grande passione, ma che non sapessero che fare per farmi cominciare. Così lui la rassicurò dicendo che mi avrebbe dato una mano allenandomi, se i miei mi avessero portato ancora in pista. Dopo neanche 3 mesi iniziai il mio primo campionato e da lì cominciò tutta la mia storia”.
Molto importante è stato anche il legame con Vallelunga, pista che diverse volte ha frequentato da spettatore.
In altre interviste hai affermato che la tua prima gara dal vivo è stata la Superbike a Vallelunga. Quanto ha influito quella pista nella formazione del pilota che sei ora?
“Tanto, anche perché quando mi chiedono se desidero di più arrivare in MotoGP o in Superbike io rispondo con la seconda. Io di quella giornata [la gara di Vallelunga, n.d.a.] ricordo ancora ogni dettaglio; da chi ha vinto a dove eravamo posizionati. Io ed i miei genitori eravamo sugli spalti del rettilineo principale e vedevamo passare tutti i piloti. Per me è stato magico”.
Nel 2021 arrivò poi il primo grande salto; l’approdo in Supersport con il team Orelac, ai tempi con moto Kawasaki, ed anche lì è tornata la variabile della casualità.
“È stato tutto un po’ casuale. Per quell’anno ebbi una proposta interessante per correre l’Europeo Moto2 con una Kalex, ed era praticamente fatta. La vita però non va quasi mai secondo i piani ed in mezzo ad un discorso e l’altro, Orelac mi propose di correre il Mondiale. Non so come mai accettai; all’epoca ero ancora minorenne. Venivo dai prototipi, dove avevo vinto anche abbastanza, ma il mio obiettivo era proprio arrivare in Superbike”.
Il 2021 è stato un anno mitigato ancora dal Covid e correvate con le tribune vuote: puoi parlarci di quel che succedeva e delle tue sensazioni?
“Il paddock era completamente chiuso, viaggiavamo dentro ad una specie di bolla. Avevamo controlli continui e serratissimi e ad un certo punto volevano rendere obbligatorio il vaccino. Era un po’ surreale partire in pochissimi all’aeroporto prima di ogni gara, ma riguardo alle tribune non ci facevo tanto caso. Te ne rendi conto solo a fine gara se c’è gente e quanta ce ne sia effettivamente ad assistere, perché prima e durante l’adrenalina è talmente tanta che ti ritrovi chiuso nel tuo mondo. Capita però anche di chiederti da dove arrivi tutto questo pubblico, cosa che a me durante molti weekend mi è successa e ancora mi succede, perché non mi rendo conto degli spettatori presenti in quei momenti”.

Dopo un buon primo anno, venne notato dal team Ten Kate: la squadra più importante di tutto il paddock SSP. Così è arrivata la firma con gli olandesi e Taccini si è ritrovato per la prima volta in una squadra ufficiale, nonché a dividere il box con il campione del mondo in carica, il quale poi avrebbe nuovamente vinto la serie: Dominique Aegerter.
Come è stato firmare con un team ufficiale?
“A fine 2021 stavo trattando con Orelac per il rinnovo, ma io avevo corso solo l’Europeo [il WorldSSP Challenge, n.d.a]. Tuttavia, Ten Kate ebbe un problema con un suo pilota che non sarebbe potuto andare in Argentina a correre, a causa di alcuni disguidi con i visti. Io venivo da un buon primo anno, potevamo fare ancora meglio ma avevamo comunque raccolto dei risultati positivi. Così mi hanno contattato e, anche se ho firmato in fretta e furia perché mi arrivò il contratto solo quattro giorni prima del volo, ho corso la gara di San Juan con loro. Sembrava un po’ una follia, perché sono partito completamente da solo e una volta arrivato non conoscevo nessuno, ma è andata bene. In FP1 caddi male, perché essendo abituato a staccare di traverso con la Kawasaki feci la stessa cosa con la Yamaha, e venni disarcionato malamente dalla moto. Nonostante un inizio burrascoso conclusi bene il weekend, arrivando 11° in Gara 2, in cui tagliai il traguardo anche davanti a Öttl, che quell’anno arrivò tra i primi 5 in classifica. Così, dopo poco, il proprietario venne a parlarmi e mi chiese se si potesse intavolare una trattativa per correre insieme nel 2022. Ovviamente risposi di sì”.

E com’è stato correre con loro, dividendo il box con un campione del mondo?
“Se ripenso a quell’anno in realtà giungo alla conclusione che forse fu un salto un po’ troppo prematuro. Mi ero ritrovato in una struttura più grande di me ma non perché non fossi bravo in pista, più perché non ero abituato a tutta quella mole di lavoro. Erano cambiate tante cose, soprattutto dal lato pubbliche relazioni che, da pilota del Mondiale, assumono tutto un altro aspetto. Un giorno infatti, mentre eravamo ad Assen per il weekend in Olanda, sono stato redarguito dal proprietario del team perché avevo lasciato in disordine il camion dove sarebbero poi entrati gli sponsor. In pista poi ero un funambolo; andavo fortissimo ma cadevo anche tanto. Ad esempio, sempre in Olanda, ho girato subito sugli stessi tempi di Dominique, che però non era mai caduto. Io invece ero scivolato quattro volte, quindi la storia cambiava. Ma avevo solo 19 anni ed ero molto carico, con tanta voglia di fare bene. Domi mi ha preso sotto la sua ala come se fossi un fratello minore e, sinceramente, mi sono sentito coccolato. Mi è servito tanto, perché l’ambiente Yamaha ufficiale non è così aperto; sono tutti molto freddi e giustamente te sei li per lavorare, non per hobby. Anche quando le cose vanno male e non ti va devi mandare le tue dichiarazioni e fare il tuo dovere, quindi è un mondo a parte, anche se divertente”.

Il 2022 però fu anche l’anno dello sfortunatissimo incidente a Portimão, dove Taccini subì diverse fratture molto serie.
Come è stato riprendersi mentalmente da quell’infortunio?
“Molto tosto. A Barcellona avevamo chiuso noni in Gara 2 perché ebbi un problema al motore all’ultimo giro, quindi persi delle posizioni e da quinto arrivai nono al traguardo. Fu ugualmente una bellissima rimonta perché partivo molto indietro, ma poi mi ritrovai nel gruppetto dalla quarta alla nona posizione. Dopo quel fine settimana cominciai a convincermi di poter lottare per il podio a Portimão, dove il weekend era anche partito bene. In Gara 1, infatti, ero molto veloce ma mentre mi ritrovavo nelle prime posizioni ebbi un contatto con Montella, che mi fece scivolare indietro. Poi, a tre curve dalla fine, è arrivato l’incidente con Booth-Amos, che mi ha centrato in pieno, e una volta a terra mi cascò la moto sul braccio. Così hanno provato a ridurre i danni, che erano già seri, in pista e penso di aver provato una delle cose più dolorose della mia vita. Il tutto, infatti, si è svolto mentre un commissario mi teneva il braccio e l’altro me lo tirava per rimetterlo a posto. Dopo i vari controlli mi dissero che l’osso si era completamente sbriciolato e partì un vero e proprio calvario. I medici mi dissero che avrei potuto sopportare solo una gara e che se fossi nuovamente caduto male avrei dovuto ritirarmi dalle corse, ma sono comunque partito per l’Indonesia. In un team ufficiale nessuno aspetta nessuno, quindi decisi di partire e levarmi il gesso due ore prima dell’aereo che mi avrebbe portato a Mandalika. Per come ero messo fisicamente però non è andata neanche così male, tanto che nei primi minuti della FP1 con pista sporca ero quinto. Il momento è durato poco e nelle seconde libere facevo fatica anche solo a guidare, ma in Gara 1 ero comunque riuscito a cogliere dei punti. Poi, dopo aver tentato il tutto per tutto, ho deciso di andare anche in Australia, ma alla fine del weekend arrivai stravolto. Dopo i primi giri in FP1, rientrato ai box, avevo le lacrime agli occhi ed ero viola”.
Purtroppo per lui questo incidente segnò anche le trattative con Ten Kate, che sembravano procedere per il verso giusto specialmente dopo Barcellona.
“Già prima di quel weekend ero in trattativa con la squadra per restare, ma una volta capitato il misfatto di Portimão iniziarono a prendere tempo perché sapevano che mi fossi fatto molto male e la situazione era seria. In teoria in Portogallo avrei dovuto firmare, ma così non è stato perché forse loro non se la sentivano di rischiare tenendo un ragazzo giovane reduce da un infortunio di questo tipo, ed alla fine purtroppo le cose sono andate a scemare. Avevo comunque deciso di rischiare correndo le ultime gare, perché fa parte della mia persona; a volte va bene, altre male e in quel caso andò male”.
Nuovi capitoli
Così nel 2023 cambiarono le cose e, non trovando un contratto nel Mondiale, Taccini si è orientato verso nuovi orizzonti scegliendo la Superbike spagnola, ma anche la mansione del carrozziere. Tuttavia, durante l’estate, arrivò una figura importantissima per il continuo della sua carriera, ovvero Fabrizio Cecchini.
“Non trovando subito un contratto in Supersport sono dovuto andare a lavorare, facendo il carrozziere. Non avrei dovuto neanche correre in Spagna con la BMW; infatti avevo pensato anche di smettere, ma poi era arrivata quell’offerta. Continuare a correre non mi dispiaceva, quindi ho accettato e ho deciso di spostarmi li. Le cose però sono andate bene, andavo molto forte e mi battevo sin da subito con i migliori per il podio; tanto che me lo giocavo anche con il mio compagno di squadra, che era campione in carica“.
Quanto sei stato vicino al ritiro in quell’anno, e come è arrivata la chiamata di Cecchini per correre nel CIV?
“Molto, infatti aver trovato Cecchini è stata una manna dal cielo. Ci parlai per la prima volta quando ero andato a Misano, nel weekend della Superbike, come spettatore. Nella mia testa avevo già smesso di correre, ma appunto è arrivata questa conversazione, dove mi disse che avevo tanto talento, dopodiché mi diede il suo numero per restare in contatto. Alla fine del campionato spagnolo per me era arrivata la parola fine nelle corse ed ho continuato il mio lavoro in officina, ma a febbraio 2024 squillò il telefono ed a chiamare era stato proprio lui. Dopo avermi salutato e chiesto come stavo mi ha domandato che cosa facessi in quel momento, ed io ovviamente gli dissi che facevo il carrozziere. Così, stupito, mi ha chiesto se volessi correre nella 600 dell’italiano, che sarebbe dovuto cominciare poco tempo dopo; eravamo a fine febbraio ed i test sarebbero stati i primi di aprile. Io ho accettato e lui si è informato per avere una moto; alla fine scelse la Ducati, che era la miglior moto disponibile. Abbiamo fatto pochissimi test prima di iniziare le gare: l’unico che avevamo disputato era a Misano, dove però un incidente con un altro pilota mi ha distrutto la moto dopo soli tre giri. Dopodiché abbiamo girato a Pomposa per fare uno shakedown e per controllare che andasse tutto bene per cominciare il campionato. Il primo weekend è andato anche bene e mi sono giocato il podio in entrambe le gare”.
Il CIV per Taccini è significato soprattutto la vittoria della Racing Night di Misano, dove ha battuto piloti del calibro di Lorenzo Dalla Porta, Davide Stirpe (che poi avrebbe vinto il campionato), Luca Ottaviani ed Andrea Mantovani. Non poteva mancare un discorso su quella giornata, magica sia per la vittoria che per tutto il contorno presente durante l’evento.
Reputi che il successo nella Racing Night sia il giorno più bello della tua carriera?
“Non so se proprio il più bello tra tutti, ma è stato comunque magico. A livello di sentimento è una gara sentitissima nel campionato italiano, infatti era pieno di gente quella notte. Come se fosse una vera e propria festa. Eravamo carichi perché alla mattina avevamo fatto la pole e poi mi sono fatto tutta la gara in bagarre con Dalla Porta. All’ultimo giro mi ha passato, ma alla Quercia è andato lungo e sono riuscito a riprenderlo. Da li in poi ho spinto a tutto gas fino alla fine. Nell’ultimo settore sapevo di essere molto forte e che nelle ultime curve potevo staccare più forte degli altri, portando più percorrenza, quindi quando sono uscito davanti a tutti dall’ultima del Carro mi sono convinto che fosse fatta. Con quella vittoria mi sono tolto un grandissimo peso; io in fondo facevo il carrozziere e c’era la paura di non essere più in grado di vincere. Venivo da un periodo in cui avevo preso tante batoste anche a livello personale e quindi mi ha dato tanto morale vincere lì”.

Vincere a Misano ha fatto fiorire l’opportunità di ritornare nel mondiale?
“In realtà no, perché avevo iniziato a parlare con Genesio già da prima. Lui mi conosceva sin da quando ero un bambino e aveva sempre apprezzato il modo in cui correvo. La prima 250 pre-Moto3 che ho provato era sua, ma per un motivo o per un altro non siamo mai riusciti a fare una stagione insieme. Invece nel 2024 ci siamo ritrovati e dopo aver parlato un po’ mi ha detto di essere molto interessato a me, visto che stavo facendo dei buoni risultati nel CIV. Ha aiutato anche il fattore di essere entrambi di Roma, il che ha costruito anche quello che era il rapporto tra di noi. Così abbiamo firmato il contratto per tornare in Supersport. Pensa che l’ho convinto dopo un litigio, dove lui aveva toccato un mio tasto molto dolente che mi aveva fatto perdere la testa e reagire male, rispondendo a toni altissimi. Tutto questo però era solo una prova, da cui era rimasto soddisfatto e dopo aver finito il mio sfogo mi disse che per lui bastava così e che sarei diventato pilota del Mondiale nel 2025. Io rimasi un po’ in sgomento, perché avevo appena detto anche cose brutte, ma ero ritornato un pilota Supersport a tutti gli effetti. Il giorno della Racing Night, infatti, avevo già firmato il mio contratto con Genesio”.
I giorni nostri: il ritorno nel mondiale
Così Taccini è ritornato nel paddock nel 2025, anno dove ha passato degli alti e dei bassi e dove si è anche infortunato in allenamento dopo il round di Magny-Cours.
Come giudichi il tuo anno di ritorno nel mondiale?
“Ci sono stati tanti alti e bassi; in Supersport la moto era diversa rispetto a quella che avevo nel CIV, anche perché c’è differenza anche tra i team che hanno la stessa moto, visto che il regolamento permette di cambiare molti pezzi e regolarla a piacere. Il format che adotta il mondiale poi non mi ha aiutato più di tanto, perché dopo le FP1 andiamo diretti in qualifica, poi in gara e, non correndo da tre anni li, c’erano tante piste che non ricordavo. Poi non le avevo mai fatte con la V2; in alcune ho corso con la Kawasaki, in altre con la Yamaha, quindi ci ritrovavamo spesso a inseguire, oppure c’erano weekend dove andavamo bene. Ad esempio al Balaton eravamo molto carichi ma in Gara 1 ho avuto un problema, mentre nella seconda ho dimostrato di poter lottare per buoni piazzamenti. Purtroppo, però, mi sono toccato con Mahias ed è arrivata la caduta, dopodiché in un allenamento post-Magny-Cours mi sono fatto male. Così ho saltato Aragón per poi ritornare ad Estoril e Jerez. Nonostante tutto fosse diventato più in salita ero abbastanza tranquillo, perché avevo già un contratto per l’anno dopo (questo), ma mi è comunque dispiaciuto perché, nella seconda parte di campionato, avevamo cominciato ad ingranare. Ad esempio, in Olanda sono arrivato tra i primi sei in Gara 1 e in Gara 2 sono caduto perché volevo dimostrare il mio potenziale, ma il tempo è poco e si sta sempre al limite. Io poi ci vado sempre molto vicino e probabilmente cado soprattutto per quello, ma è stato comunque un anno positivo durante il quale sono cresciuto”.
Arriviamo ora al 2026. Come ti trovi con il tuo nuovo compagno di squadra Alessandro Zaccone?
“Bene, avere un italiano assieme fa sempre bene, soprattutto per un discorso di lingua. C’è un ottimo clima: siamo un team 100% italiano, con moto italiane, ed avere un compagno di squadra che è un campione del mondo mi stimola”.
E a Phillip Island? Come pensi di essere andato?
“Il weekend è stato molto intenso, ed abbiamo anche avuto un po’ di sfortuna. Ai test siamo andati forte, quindi eravamo convinti di poter fare bene. Però avevano portato una gomma diversa rispetto a quella che poi è stata assegnata per le FP1, e dopo averla montata non ho trovato il feeling, quindi ho fatto fatica. Avevo aggiustato la moto bene ma per l’altra mescola, perciò le cose sono andate come sono andate ma ci può stare. In Gara 1 abbiamo avuto anche un problemino tecnico che non ci ha fatto fare quel che volevamo. Poi, in Gara 2, c’è stato tanto rammarico perché con le condizioni miste alcuni hanno montato la slick e altri le wet. Io stavo pensando di mettere quella da asciutto, ma ho deciso di non fidarmi del mio istinto, visto che nella maggior parte dei casi mi ha portato nella strada sbagliata. Però destino ha voluto che quella volta l’istinto avesse ragione, quindi seguendo gli altri è finita male. È stato un gran peccato perché, vedendo come sono andati gli altri piloti partiti subito con le slick, avrei potuto fare risultato”.
Fuori dalla pista: Taccini e i social
Oltre all’attività in pista, Leonardo Taccini è molto presente sui social network, specialmente Instagram, come creatore di contenuti dove mostra lo svolgimento dei suoi allenamenti e, qualche volta, anche i dietro le quinte dei weekend di gara su YouTube.
Riguardo all’importanza dei social network tutt’ora all’interno delle corse, ha infatti affermato:
“Bisogna scindere l’essere pilota dal creatore di contenuti. Nel mondo dei motori sono visti un po’ male dagli addetti ai lavori, perché li reputano una perdita di tempo. Tuttavia, al giorno d’oggi gira tutto intorno agli sponsor e i social sono il miglior modo per creare contatti ed interazioni con loro. Tutto è un biglietto da visita ormai e conta sempre di più essere forti su quei canali rispetto ai giornali, perché le riviste vengono lette da una fetta specifica di gente, mentre i social network li usano tutti. A me piace farlo, mi diverte e mi ci sto impegnando, inoltre noto dei benefici perché agli occhi di uno sponsor mi rende più appetibile rispetto ad altri. Alla fine, se ti crei un vero e proprio brand tramite questi mezzi, le aziende vogliono sempre metterci qualcosa per avere un ritorno. Ad esempio Luca Salvadori è riuscito ad appassionare alle corse del pubblico che prima non le aveva mai viste, tanto che anche degli amici di mio nonno molto avanti con l’età me ne parlavano ai tempi. Poi purtroppo non è riuscito a fare la MotoGP o a correre nel mondiale, ma agli occhi della gente è sempre stato considerato un gran pilota e correva nel CIV. Poi c’è anche Tommaso Marcon, che è mio amico, nonché colui che mi ha convinto a cominciare a fare video. Ha tanto seguito ma allo stesso tempo è molto forte nel suo campo e proprio per questo è tester ufficiale Aprilia, sviluppa le super-sportive che vengono tutt’ora vendute a valori molto alti. Ad oggi il pilota del Mondiale che fa anche il content creator non esiste in maniera effettiva, ma a livello oggettivo si vede come possa funzionare”.
C’è poi anche il fattore Liberty Media, che dopo l’acquisizione di Dorna sta continuando a muovere i propri passi all’interno delle due ruote, così gli abbiamo chiesto quali fossero i suoi pensieri a riguardo, oltre che quello che potrebbe essere il futuro prossimo della Superbike.
Quindi, Leonardo ha risposto:
“Mi sono posto questa domanda quando ho saputo del loro arrivo, ma sinceramente non so dare una risposta. Pensavo che entrassero in maniera più prepotente: sono cambiate delle corse ma non così tanto come hanno fatto in Formula 1. Non so quali siano le loro intenzioni, sicuramente sono un’azienda veramente forte. Forse in MotoGP non sono entrati come vorrebbero ancora, anche perché non si può replicare quel che è stato fatto in F1 allo stesso modo. Quel che posso dire è che lo scopriremo solo vivendo”.
Ed infine..
Hai un sogno nel cassetto?
“Certo: diventare campione del mondo, che penso sia il sogno di tutti, ed anche di fare il pilota per sempre”.
Come ti descriveresti in tre aggettivi?
“Testardo, solare e tenace”.
Ringraziamo Leonardo Taccini, il manager Luigi Bernardini ed il team Althea per la disponibilità. Auguriamo loro tutto il meglio per il prosieguo della stagione.
Media: Leonardo Taccini on Instagram e Facebook, Yamaha Motor Racing
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