19 febbraio, day 1 a Barcellona: quando F1 e il mondo non erano ancora cambiati

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Il primo giorno della F1 2020 uno degli ultimi del mondo che conoscevamo

Quando ho scattato questa immagine, alle 8.41 del 19 febbraio, la F1 ed il mondo appartenevano ad un’altra era.

Io e Fede avevamo fatto il nostro solito viaggio. Approfittando del fatto che, questa volta, i giorni di test erano tre per settimana, eravamo arrivati a Barcellona il giorno prima e saremmo ripartiti quello dopo la fine della prima sessione, sabato 22. Niente viaggio di notte verso Malpensa ma un più comodo volo pomeridiano. Soprattutto, nessuna corsa aeroporto-autonoleggio-hotel-pista per arrivare al Circuit de Catalunya perdendosi almeno un’ora della prima giornata di test.

Pronti, prontissimi, avevamo assistito alla presentazione dell’Alfa Romeo, seguita dalle foto di rito di tutti i piloti sul rettilineo principale per i video di presentazione che la F1 avrebbe poi pubblicato sui suoi social.

Sembrava, era, tutto come sempre. Spensierato. Non sapevamo che sarebbe cambiato tutto di lì a pochi giorni.

Non potevamo minimamente pensare che saremmo stati tra i pochi a vedere la Mercedes ancora grigia e, in generale, tra i pochi a vedere le Formula 1 muoversi in pista prima di luglio.

Nel Paddock il Coronavirus era una voce che circolava. Si diceva che c’era la possibilità che le prime gare saltassero. La Cina era già stata rinviata, un po’ di timore c’era, ma che il mondo sarebbe stato stravolto in questo modo non l’aveva previsto nessuno.

Dall’Italia, il venerdì, i primi messaggi allarmanti. Mentre io e Fede macinavamo chilometri su e giù dai saliscendi di Barcellona, da noi era ormai scoppiato il caso di Codogno. Il ritorno, il giorno dopo, fu quasi sconvolgente. Al rientro a Malpensa il deserto, la prova della febbre, un silenzio tombale. Gli uffici che erano già organizzati avevano già deciso di mettere in smart working il personale.

Dalla settimana dopo, mentre a Barcellona era in atto la seconda sessione di test, il mondo era già cambiato sotto i nostri occhi. Tutto si è poi evoluto rapidamente. Il primo lockdown, le code per fare la spesa, le cifre che ogni giorno ci raccontavano il dramma di un virus che nessuno conosceva. L’immagine dei camion militari di Bergamo, che trasportavano le bare delle vittime, sarà un ricordo indelebile di quest’anno.

Il motorsport, come tutti gli altri, ha vissuto mesi di rinunce. Abbiamo scritto per settimane di eventi rinviati, cancellati, mettendo idealmente una serie infinita di X sul calendario. La Formula 1 ed altre categorie hanno reagito, cercando di colmare il vuoto in pista con le gare virtuali. Sono servite, ma abbiamo capito che sono una cosa a parte, un plus. Non certo qualcosa che possa sostituire la realtà. Per carità.

Siamo arrivati così a luglio. Con il mondo avvolto dalla pandemia e sconvolto dai temi sociali, con il movimento del Black Lives Matter ormai esploso e capace di far prendere posizione alla Formula 1 intera. Ed ecco quindi la Mercedes diventare nera e tutte le altre monoposto adornate di messaggi di uguaglianza ed adesivi arcobaleno, con Hamilton portavoce del movimento nella stagione che l’avrebbe portato al vertice delle classifiche di tutti i tempi.

Quella di Formula 1 è stata una stagione a suo modo indimenticabile. Non certo per il risultato finale: che Mercedes ed Hamilton sarebbero diventati ancora campioni l’avevamo capito al momento della scoperta del DAS, giorno due dei test. Questa stagione resterà incredibile per tutto quello che è successo oltre alle loro vittorie.

Partendo, ovviamente, dal presupposto che averla vissuta, una stagione, non era proprio scontato, anzi. Per molto si è temuto che tutto il mondiale potesse saltare. Invece, e di questo bisogna riconoscere il merito della F1, un campionato c’è stato e con sole cinque gare in meno del previsto. Un mondiale inatteso e stravolto. Dalle gare doppie sulle stesse piste al correre al Mugello, ad Imola, a Portimao ed in Turchia. Dalla vittoria di Gasly a quella di Perez, fino al miracolo di Grosjean solo due settimane fa, il mondiale 2020 ha regalato emozioni che mancavano da tempo.

In uno degli anni più difficili di sempre, la F1 è riuscita comunque a regalare un mondiale a tratti avvincente, nonostante i nomi devi vincitori finali fossero già noti. Per noi che l’abbiamo dovuto raccontare è stato come entrare in un frullatore. E questo non vale solo per la Formula 1, ma per tutti gli sport dei motori che sono ripartiti in estate comprimendo il calendario.

Sono stati cinque mesi di un’intensità allucinante, condizionati da double e triple header che non hanno lasciato spazio per rifiatare. Neanche il tempo di analizzare quanto successo in una gara che si doveva già pensare a quella dopo, perdendo occasioni per parlare, discutere, rivedere, riflettere. Siamo stati trascinati, passeggeri di un’auto impazzita, nel caso della F1, dal 5 di luglio ad oggi, ieri ormai, 13 dicembre.

Diciassette gare ad un ritmo a tratti insostenibile anche per noi che le raccontavamo da qui, figuriamoci per chi era sul posto e ha dovuto sottostare ad un protocollo rigidissimo. A volte critichiamo chi è sul posto ma esserci, quest’anno, deve essere stato davvero pesantissimo.

Rivedere quella foto di Barcellona mi fa tornare in mente la spensieratezza di quel momento, l’emozione da bambino di essere presente ancora una volta al primo giorno di scuola della F1, evidenziato proprio dai piloti tutti in riga pronti a posare, come degli scolaretti.

Pensavo che sarebbe stata un’altra stagione da vivere intensamente anche se, da anni a questa parte, i risultati sono un po’ scontati. Facevo i conti dei chilometri che avremmo percorso a piedi conoscendo ormai le strade per andare in questa o quella curva.

Non vedevo l’ora di sdraiarmi sull’erba esterna della curva 9, vedendo le macchine passare come schegge in salita verso destra e domandandomi quante foto buone sulle centinaia che avrei scattato mi sarebbero rimaste. Pronto poi, all’inizio della pausa, a scaricare al volo la SD e mettermi al PC su questa o quella panchina, panino e bibita a fianco, per scrivere l’articolo di metà giornata.

Era tutto perfetto, come da tre anni a questa parte. I miei tre, quattro giorni di “vacanza” a seguire la F1, la mia passione da quando ero piccolo. Sono stati gli ultimi prima che tutto cambiasse, forse per sempre.

Poi il vuoto, i weekend d’attesa, le gare saltate. Quattro mesi di buio. Gli ultimi cinque, invece, sono stati devastanti. Sono stanco, sfiancato per la loro intensità, per gli impegni consecutivi, per il lavoro che come al solito mi sono imposto di fare su questo sito, la mia seconda casa; e per la novità che, proprio da cinque mesi, ha stravolto la mia vita sotto forma di biberon ed altre centinaia di foto da scattare tenendole scrupolosamente lontane dai social.

Ora ci vuole un po’ di riposo. Poi si ricomincerà a lavorare per il 2021. Voglio che questo posto cresca ancora con la speranza di vivere una stagione quanto più normale possibile, dimenticare in fretta un anno triste per tanti che non lo meritavano, tornare alle sensazioni ed alle emozioni di quel 19 febbraio e a quella spensieratezza; a quel tornare bambino, una volta di più.

Immagini: Alessandro Secchi

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Alessandro Secchi
Classe 1983. Ragioniere sulla carta, informatico per necessità, blogger per anni ed ora giornalista pubblicista per passione. Una sedia, una tastiera e tre schermi sono il mio habitat naturale.
"Il mio Michael" è il mio libro su Schumi ma, soprattutto, il mio personale modo di dirgli "Grazie". #KeepFightingMichael, sempre!

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