Vento, pioggia, rumore, potenza

PAROLA DI CORSARO
Vento, pioggia, rumore, potenza

Un weekend che mi lascerà molto, al di là di quanto successo di 17 Maggio 2019, 15:30
Alyoska Costantino

La mia seconda volta in Autodromo a guardare una gara di campionato agonistica, dopo la mia visita al Mugello il giugno scorso: ecco cosa rappresentava Imola per me la passata domenica, una giornata che si prospettava faticosa ma comunque soddisfacente per saziare il mio appetito da fan e appassionato del campionato Superbike. Un Rea insaziabile, un Davies competitivo e un Bautista pronto a difendersi erano gli ingredienti principali di una ricetta, una giornata, che poteva essere deliziosa.

Stavolta niente nottate in Autodromo: mi è bastato già una volta per tutta la vita, e quindi via di biglietto per la tribuna principale. Sveglia alle 5:00 e partenza alle 5:30 dal mio paesino vicino Padova, destinazione Emilia-Romagna. Il viaggio va liscio come l’olio, nonostante la dispettosa pioggia prevista da giorni e che sarebbe stata, purtroppo, la vera antagonista del weekend. In ogni caso, arrivo per le 7:30 all’ingresso alla Rivazza e con la pioggia che ha dato una tregua ai presenti, giusto in tempo per l’ingresso alle 8:00 in Autodromo.

“La prima impressione è quella che conta”, e l’impressione che “l’interno” di Imola mi ha fatto inizialmente è stata di un luogo... semplice. Quasi spartano, mi verrebbe da dire. Non sembra di essere all’interno di un paddock per un round del campionato mondiale, ma piuttosto in una fiera motoristica meno importante, pur considerando che fosse molto presto. Nemmeno il tempo di arrivare vicino al sottopassaggio dell’Autodromo che faccio il primo incontro “importante”. Vedo Bautista con un trolley dirigersi verso il suo motorhome in tutta fretta, con un cenno lo saluto e gli chiedo “Álvaro, la vinci oggi?”, nella maniera più naturale possibile. Lui, sorridendomi, mi risponde “Mmm... vediamo”, e contraccambia il mio saluto.

In quell’attimo capisco molto dell’ambiente Superbike: ben più informale e “normale” di quanto ci si potrebbe aspettare, in cui puoi incontrare personalità del paddock anche per pura fortuna, e che senza esitazione ti scambiano un saluto amichevole. Lo stesso succede una decina di minuti dopo quando vedo Luigi Dall’Igna, ma stavolta non sono l’unico a salutarlo poiché decine di persone lo avvicinano chiedendogli una foto, con lui che si rende disponibilissimo a ognuna di queste prima di scomparire nel box Ducati.

Ho la possibilità di vedere anche una mostra dedicata ad Ayrton Senna, diversi mezzi storici esposti e anche una collezione di veri e propri cimeli, con caschi e foto di leggende come Mick Doohan, Phil Read, Giacomo Agostini e lo stesso Ayrton; persino quello di Alex Zanardi (o una sua replica suppongo), usato nel giorno del suo terribile incidente al Lausitzring. I miei occhi hanno brillato alla vista della Yamaha R1 del 2009 col #19, guidata da Ben Spies in una delle sfide mondiali di questo campionato più belle di sempre, contro un altro mio mito, Noriyuki Haga.

E’ poi ora di vedere un po’ di movimento in pista. Per il warm-up della Superbike, e anche della Supersport 600, un po’ di gente si ammassa sulle tribune per vedere in pista i piloti, nonostante una pioggerellina che rende l’asfalto umido e insidioso per la categoria maggiore. Al contrario di quanto successo al Mugello, stavolta sono seduto su una seggiola in tribuna, proprio di fronte al traguardo e con una prospettiva sulla Variante Bassa. Il primo a entrare in pista è Haslam e arrivano dei piccoli boati della folla già solo per il passaggio in pitlane.

Si comincia coi giri lanciati, e se pensavo che il rumore al Mugello fosse alto, qui a Imola con le Superbike sembra di avere delle bombe sonore che brillano ogni pochi secondi vicino alle orecchie. Pensi anche che sia eccessivo in certi momenti, ma dopo pochi minuti ci si fa l’abitudine e diventa più un piacere che un fastidio. Il rumore però non scompare quando sul rettilineo non c’è nessuno, perché dalla Variante Alta senti il rombare dei protagonisti, forte come delle cannonate e in arrivo giù dalla discesa della Rivazza per poi approcciarsi alla Variante Bassa. Vedi fiammate dai tubi di scappamento, moto che si muovono sul rettilineo, e poi vedi Jonathan Rea: anche a occhio nudo noti la differenza che fa nell’ultima chicane, in cui è nettamente il migliore. In ogni passaggio la stessa traiettoria in entrata, nel cambio di direzione e poi in uscita, sempre perfette. Dopo un po’ cominci a riconoscere le moto anche senza guardare, capendo solo dal rumore che marchio sta per arrivare: Honda e Kawasaki acutissime nel rumore, Yamaha grave, Ducati dal volume più alto, BMW una via di mezzo tra le prime due.

Dopo aver visto le meno rumorose ma sempre emozionanti 600 e 300, decido di mettermi in coda per la Pitwalk, nel quale osservare, in presa diretta, meccanici e tecnici a lavoro sulle proprie moto, e con un po’ di fortuna anche qualche pilota; questa volta la sorte è stata un po’ meno amichevole, ma sono comunque riuscito a vedere Ayrton Badovini all’esterno del box Pedercini. Ne approfitto anche per parlare della sicurezza e degli addetti presenti in circuito per i controlli e le varie info, che si sono dimostrati sì pronti sul loro lavoro ma anche disponibili ed educati a dare indicazioni a me e agli altri; proprio durante la Pitwalk però non si sono risparmiati a mettere fretta agli spettatori (un paio di loro anche in modo maleducato), magari impedendo anche di scattare foto alle varie moto pronte per scendere in pista. Posso capire la fretta di procedere col programma, e anche questo fattore dipende più dal singolo soggetto coinvolto che da tutta l’organizzazione in se, però c’è chi ha anche pagato per questo e un minimo di tatto in più sarebbe stato gradito.

Poco dopo aver visto Sam Lowes nel motorhome del fratello, mi avvio a vedere la Sprint Race. Ed è qui che capisco un altro bel pregio del mondo di appassionati, che comprendo durante la presentazione della griglia e dei piloti partecipanti: mentre il cronista live enunciava in ordine le varie file dello schieramento, a ogni nome pronunciato si sentiva un applauso, più o meno forte, ma sempre di rispetto verso il pilota menzionato. Devo dire che sono stato anche sorpreso dal fatto che di tutti i piloti SBK, il più acclamato è stato probabilmente Tom Sykes su BMW.

Questo fattore lo metto tra i pregi di Imola e del suo pubblico in relazione a quanto ho visto, e sentito purtroppo, al Mugello. Inizialmente avrei voluto fare un confronto fra più punti tra i due eventi, ma mi sono reso conto che la differenza tra l’uno e l’altro, in termini di compagnia con cui sono andato, organizzazione mia, spese, scelte, eccetera, non avrebbe reso possibile un bilancio giusto e paritario tra i due weekend. C’è però un elemento su cui invece si può parlare e confrontare, appunto il pubblico e il suo atteggiamento.

Una scena alla presentazione dei piloti al via non sarebbe stata possibile lo scorso anno al Mugello, specie nella classe MotoGP. In una gara, vi ricordo, che ha visto i tifosi incitare come una massa scalmanata e impazzita alla caduta di Márquez in gara, ma che soprattutto ha osato fischiare Jorge Lorenzo sul podio dopo la prestazione perfetta che ha messo in campo con la sua Ducati (e lo dico da suo forte critico). Potrebbe essere il numero di presenze, con il weekend del Motomondiale che accolse più di 150.000 e quello SBK che ne ha viste 72.000 e spicci in totale (meno della metà rispetto alla “concorrente”), potrebbero essere altri fattori legati anche al passato dei piloti citati, ma sta di fatto che la gente presente a Imola e la loro enfasi positiva hanno reso, nel complesso, la mia avventura più gradevole rispetto a quella in Toscana.

Senza contare anche il loro atteggiamento durante la gara, totalmente opposto a quanto visto al Mugello. Gente che applaude o incita al passaggio di ogni pilota senza distinzioni, ma soprattutto che osserva con attenzione anche ai comportamenti delle moto, contro persone che s’impegnano solo o a urlare più forte senza quasi badare a ciò che succede sulla pista o a utilizzare i maledetti fumogeni, nella speranza che li bandiscano al più presto vista la pericolosità per i piloti in pista o per gli stessi spettatori. Scusate se mi dilungo ancora sul tema pubblico e appassionati, ma ci tenevo a sottolineare come il vero punto negativo che aveva rovinato la mia esperienza del 2018, qui sia diventato positivo. Il motivo? Da una parte a vedere il Gran Premio sono andate, per la maggior parte, persone che di motociclismo non ne sanno nulla o quasi, dall’altra sono andati sia tifosi rispettosi sia appassionati.

Sta per partire il giro di ricognizione, i piloti osservano davanti a loro stessi, immaginando le traiettorie da seguire di tutta Imola, mentre un manipolo di tecnici e meccanici si avvicina a ognuno dei piloti. Era una cosa che, non vedendo la partenza al Mugello, non avevo potuto apprezzare, e che dalla TV non è possibile notare appieno, con le telecamere concentrate sulle prime file. Il concetto di sport di squadra, cosa spesso sottovalutata nel motorsport dove il pilota sembra solo insieme alla sua auto/moto, viene a galla in maniera preponderante nell’osservare la griglia di partenza. Mentre il rider trova la concentrazione, tutti intorno a lui sono impegnati a rifinire alcuni dettagli, montare gomme, osservare dati, aiutati da altri in arrivo dalla pitlane. Il pilota diventa il punto d’incontro dell’intera squadra, sul quale focalizzarsi e concentrare tutte le proprie forze.

Dopo i boati e gli applausi, tutto si ferma, come i piloti sulle loro piazzole di partenza. Il pubblico in delirio ora è attento, come quando in classe entra il professore o come quando il maestro d’orchestra invita i musicisti all’attenzione. Luce rossa sul semaforo, si alza il rumore dalla griglia, la luce sparisce e i piloti sono già partiti a razzo verso il Tamburello. La gara Sprint di dieci giri è già abbastanza per scatenare il pubblico, grazie alla battaglia nel primo giro di Davies e Rea, che si risolve proprio alla Variante Bassa per un errore di Chaz. Poi maggior parte dell’attenzione si sposta sulla battaglia per le posizioni retrostanti al podio, e ho sinceramente invidiato la gente posta alla Rivazza che è riuscita a vedere il sorpasso dall’esterno fatto da Haslam su Razgatlioğlu. Un vero capolavoro.
Il coccolone più grande lo prendiamo quando Davies chiude la porta in faccia a Bautista per occupare il secondo posto dietro Rea. Il pubblico anche stavolta applaude sportivamente il Re di Imola e le due Ducati per la prestazione, quando giungono sul traguardo.

La Supersport 600 è stata, suo malgrado, l’atto finale della giornata di corse, anche questa conclusa dopo diverse battaglie. I momenti più salienti sono stati lo scontro Cluzel-Mahias-Gradinger, che abbiamo visto in presa diretta all’ultima curva, il giro finale di lotta tra Krummenacher e Caricasulo (con l’italiano inferocito sul traguardo) e la caduta di Roccoli che ha persino scatenato la bandiera rossa mentre quella a scacchi era già esposta, facendoci pure chiedere se il risultato avrebbe avuto modifiche. Confermata la vittoria di Randy, ho deciso di prendere una pausa e allontanarmi un po’ dalle tribune prima di gara-2.

In questo lasso di tempo, non poteva mancare una visita al parco delle Acque Minerali e, ovviamente, alla statua dedicata ad Ayrton Senna, proprio all’uscita del Tamburello nel quale, venticinque anni fa, ebbe il suo tragico incidente. Io del brasiliano ho sempre parlato poco, non per mancanza di rispetto verso il suo talento o la sua persona, ma per non aver vissuto le sue gesta al volante delle vetture di Formula 1. Ho sempre pensato che, nelle corse, anche dopo avvenimenti così brutti, bisognerebbe sempre guardare avanti e non sguazzare nel tempo che fu, ma è chiaro che dirlo in quanto persona non coinvolta emotivamente è molto più semplice e addirittura dissacrante nel caso di Ayrton.

Ma ciò che ho visto sulle reti del circuito, a pochi metri dalla statua in bronzo che lo raffigura, mi ha sia toccato il cuore che fatto riflettere. Decine, se non centinaia, di ricordi e doni in suo onore, tra bandiere, foto, magliette, persino lettere indirizzate alla sua figura, alcune in memoria anche di Roland Ratzenberger. Dicono che la morte ti faccia bello, ed è una cosa che ho sempre pensato su Ayrton, ma continua a sbalordirmi che la sua scomparsa, a distanza di un quarto di secolo, sia capace di toccare ancora oggi il mondo intero, non solo quello delle corse. Stiamo parlando di uno che è diventato davvero alla stregua di un dio già da vivo, grazie al suo modo di coinvolgere, alla sua fede, agli insegnamenti che ha dato per la vita come per le gare, ed è per questo che provo rispetto nei suoi confronti. Eppure, quando chiudo gli occhi e penso a lui, non posso nemmeno dimenticare scene come Suzuka ’90, ed è questo ciò che mi limita nell’amarlo, o addirittura venerarlo.

Finito il mio pellegrinaggio, mi reco di nuovo sulle gradinate, ma la pioggia ha riservato una brutta sorpresa a tutti quanti. Ed è qui che, purtroppo, sono iniziate le note dolenti della mia avventura. Dopo oltre mezz’ora ad aspettare che il tempo migliorasse e che la direzione gara decidesse cosa fare, lo speaker ha annunciato che la gara si sarebbe svolta, coi piloti che si sono regolarmente schierati a quaranta minuti dall’orario di partenza originale. Purtroppo, manco ci avessero raccontato una barzelletta, i piloti si sono messi a dialogare tra di loro sulla linea di partenza con i commissari di gara, e in pochi istanti la griglia si è nuovamente svuotata, con l’accompagnamento dei fischi del pubblico.

Non era granché facile capire dalla nostra posizione chi volesse correre o meno, ma l’annuncio della partenza seguito pochi attimi dopo dalla cancellazione totale delle due gare rimanenti (non dimentichiamo la 300) ha lasciato l’amaro in bocca, a me e agli altri sventurati presenti. E’ una reazione che in qualche modo capisco e approvo, perché tutte quelle persone hanno pagato decine, se non centinaia di euro per godersi un evento mai realmente concluso, nel quale si è aspettato per minuti interi al freddo e con la compagnia della pioggia prima che la direzione gara decidesse di comunicare la brutta notizia. In qualche modo, ho capito come si son sentiti gli spettatori presenti a Silverstone la scorsa estate.

A bocce ferme, e dopo due giorni passati a rimuginarci sopra, posso dire che quella scelta è stata comunque corretta, poiché presa dai piloti (o meglio, dalla loro maggioranza). Essendo presente, posso dire che fino alle 14:30 circa la pioggia era davvero molto forte; forse per cinque/dieci minuti è calata d’intensità, proprio mentre le Safety Car effettuavano i giri coi piloti a bordo per sincerarsi di quanto fosse bagnata la pista. Quella fase però è durata poco, perché dopo il secondo rinvio il cielo ha cominciato a rovesciare secchiate d’acqua, e a quel punto era impensabile disputare una gara. Non penso che in circuiti più “tradizionali”, tipo Mugello o Barcellona, una corsa di moto si sarebbe svolta con quella pioggia, e questo lo dico anche per difendere la pista del Santerno su cui sono nate polemiche.

Ho pensato anche alle dichiarazioni di Bautista. “L’ho detto dalla prima volta che sono venuto qui per i test, per me non è sicura”, e da uno che ha corso a Laguna Seca per diversi anni, mi son sembrate parole fin troppo forti. Poi è chiaro, Álvaro è il pilota ed io sono solo lo spettatore, e nello scorso weekend ci son stati ben due infortuni che hanno messo fuori gioco Laverty e Camier (sintomo di come Imola, quando cadi, non perdona), ma fino a oggi, nel mondiale Superbike, nessuno aveva attaccato la pista imolese fino a tali livelli. E’ difficile, tecnica, stretta, ma non pericolosa.

In sostanza, un finale triste che mi ha lasciato l’amaro in bocca mentre tornavo a casa. Ed è proprio per questo che andrò a rivedere un altro round del mondiale: è come se fossi andato in un ristorante extra-lusso ma senza poter ordinare il dessert. Al contrario della MotoGP, stavolta sono sicuro della mia scelta e sono sicuro che andrò a rivedere un Gran Premio delle derivate di serie, e sarà solo una questione di tempo prima che decida di organizzarmi e acquistare un nuovo biglietto. Questo perché ciò che è andato storto a Imola è stato frutto del caso, della sfortuna, di Madre Natura che ha voluto rendere la nostra giornata bagnata e difficile; le brutte sensazioni che ho avuto al Mugello invece non sono frutto del caso, ma sono scaturite dal pubblico presente, un gruppo molto nutrito ma poco amichevole e sinceramente anche poco controllato. I motivi di questa enorme differenza, di preciso, non so quali siano (anche se ho le mie idee), ma le possibilità che io vada a vedere un round italiano SBK sono superiori a quelle che ha un round italiano del Motomondiale di rivedere i miei soldi.

Poi chissà, magari alla fine riandrò anche al Mugello, ma intanto il bilancio finale della mia giornata dice questo. Forse si potrebbe dare una chance a Misano Adriatico...

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