Rimedi contro la scontatezza

PAROLA DI CORSARO
Rimedi contro la scontatezza

Márquez combatte, vince, domina. Un titolo portato a casa con una facilità disarmante. Ma adesso? di 07 Ottobre 2019, 10:15
Alyoska Costantino

L’aveva detto già giovedì mattina e l’ha poi ribadito sabato, quando Sky l’ha intervistato dopo le qualifiche e dopo la caduta che gli ha tolto la pole position, o la possibilità quantomeno di lottare per levarla alla nuova spina del fianco che prende il nome di Quartararo. “Se sono secondo, matematicamente campione e posso vincere all’ultima curva, ci provo”. Chissene di mettere a rischio la possibilità di diventare campione col personale record di gare d’anticipo, chissene della botta tirata al venerdì mattina e dei dolori alla gamba. Anche lasciare le briciole agli avversari sarebbe un cruccio che Márquez non riuscirebbe a sopportare.

Detto fatto. Via di duello in solitaria contro Quartararo, con giri veloci su giri veloci a ripetizione da entrambi, nell’attesa di trovare quello spiraglio che, per oltre ventisei giri, è stato continuamente annusato. Fabio guida perfetto, ma nemmeno essere così preciso e infallibile serve a evitare di finire nella tela del ragno. All’ultimo giro Márquez scopre le carte, manco fosse una partita di poker d’alto livello, ed ecco spuntare il poker d’assi; “El Diablo” ci prova quasi in modo disperato pur di rovinare la giornata magica del #93, ma dopo i tanti duelli con Dovizioso le battaglie all’ultima curva fanno molta meno paura. Ed ecco l’incrocio verso il nono successo dell’anno, quello valido per l’ottavo titolo.

In questo capolavoro magistrale, alleggia una specie di aura di scontatezza. Lo studio su Quartararo, i tentativi per stuzzicarlo, il sorpasso in fondo al rettilineo decisivo (grazie anche al V4 Honda che spinge), persino quel bell’incrocio all’ultima curva. Tutti passaggi già visti a Misano e che, con un minimo di fantasia e occhio lungo in visione gara, erano facili da prevedere, come se il #93 avesse già tutto sotto controllo dai primi cento metri, quando si è piazzato alle spalle del rivale. E’ incredibile come un tale acume sul piano strategico sia accompagnato da una guida così folle e oltre il limite, insieme a un’aggressività sportiva difficilmente eguagliabile. E’ proprio il caso di parlare di genio e sregolatezza.

Perché Márquez è così: per quanto tenterà di nasconderlo, lui è un tipo stile “tutto o niente”. Il 2015, con quella sequela interminabile di cadute che l’ha allontanato dal titolo, è la prova più concreta di come Marc, in qualsiasi situazione, punti al successo, anche quando in classifica si potrebbe gestire con parsimonia. Nel 2016, l’anno del mondiale ottenuto con la costanza, ha nascosto momentaneamente questa sua natura, per riproporla in questi ultimi due anni. Questo è il Márquez che il resto della griglia MotoGP è costretto ad affrontare: un pilota capace di giocarsi la vittoria in quattordici appuntamenti su quindici e di non essere in lotta solo in un’occasione per una caduta mentre era in testa.

Certo, lo spagnolo non è infallibile: già solo guardando al 2019, ben quattro duelli li ha persi. Ciò costituisce forse l’unico punto debole su cui i suoi avversari possono fare affidamento. Ma in ogni gara, che lo si voglia ammettere o meno, la costante è una: che sia contro un avversario o in solitaria, che lo scontro sia con una Yamaha, una Ducati o una Suzuki coinvolta, davanti si troverà la moto arancione col #93. Sembra quasi un uno contro tutti, Márquez costretto ad affrontare, a giro, Dovizioso, o Quartararo, o Viñales, o Rins.

Sarebbe bello se questo astio si limitasse solo alla pista e non fuori. Ma ormai lo sanno anche i muri che Márquez non sta simpatico a una grossa, enorme fetta di pubblico, quella vestita di giallo fluo. E non penso che si tratti di una cosa legata solo ai fatti nefasti di fine 2015, ma risale anche a prima, da quando Márquez ha cominciato a costruire i primi mattoni del futuro da fenomeno, da quando ha cominciato anche a imitarlo in atteggiamenti, festeggiamenti, persino in alcuni sorpassi. Il giovane rampante che vuole rubare il posto alla leggenda, nella storia e nei numeri. Più o meno ciò che successe a inizio anni '90, con l'arrivo di Schumacher e la tifoseria di Senna che si schierò platealmente contro il tedesco e che rimase tale per anni, anche dopo la scomparsa del "Mago".

Nulla mi toglierà dalla testa che l’attuale campione del mondo potrebbe anche cambiare totalmente atteggiamento, diventare il pilota più corretto dell’intero paddock o dell’intera storia motociclistica, ma alla fine chi lo vorrà denigrare troverà sempre una scusante per farlo. E questo vale anche per qualsiasi suo risultato: quando vince dominando non dà emozioni; quando compie il sorpasso cattivo, questo viene considerato automaticamente scorretto; quando batte un avversario all’ultimo giro, è solo per pura fortuna o gap del mezzo; quando dà differenze abissali in termini di distacco ai compagni è solo perché il mezzo è adatto a lui. E chiariamoci, in alcune di queste affermazioni (per esempio la moto adatta al suo stile) potrebbe pure esserci un fondo di verità, se non fosse che le si usano come pretesti per denigrare totalmente il talento dello spagnolo, e non per dare un significato costruttivo a ciò che si dice.

Ma per evitare questa parentesi costantemente negativa che Marc si porta appresso, lui cosa può effettivamente fare? Da sé, nulla. Marc corre per vincere, è pagato per vincere e ama vincere. E, poiché è il migliore in campo, ciò gli riesce alquanto spesso (per ora). Molti discutono su un suo possibile cambio di casacca a fine anno prossimo, ma siamo sicuri che i suoi detrattori si zittiranno se comincerà a vincere anche su quella moto? No, ma anzi troverebbero altre motivazioni per screditare i (possibili) nuovi successi del “Cabroncito”.

Se Marc vorrà fare questo passaggio, dovrà farlo più per la sua fame di sfide personale che per cercare di dimostrare qualcosa alla parte di pubblico che non crede in lui. Allo stato attuale delle cose, veri ostacoli sul suo cammino non ce ne sono: una Honda che ben si sposa col suo stile, una squadra affiatata e concentrata su di lui e un campionato che vede tanti protagonisti ma che si alternano nelle varie manche per sfidarlo, senza che nessuno si ponga costantemente come minaccia (costituisce uno strappo alla regola “Dovi”, ma pur sempre con ritardi in classifica enormi, così come potrebbe diventare un’altra eccezione Quartararo, ma è ancora presto per saperlo). Sono questi gli ingredienti del dominio di Marc, ma tutto cambierebbe se decidesse di trasferirsi alla concorrenza; riportare al successo una moto, o magari addirittura portarla ai primi successi, sarebbe qualcosa che porterebbe lo spagnolo ancor di più nell’Olimpo. Inoltre, e questo è innegabile, aggiungerebbe un bel po’ di pepe a un campionato che nei prossimi anni rischia ancora di essere ammazzato a due terzi dalla fine.

Ma volete sapere la cosa divertente? Se anche lo facesse, sarebbe denigrato pure per questo, colpevole di aver imitato Rossi e il suo storico passaggio alla Yamaha. Insomma, qualsiasi cosa faccia, Márquez non potrà deviare l’astio nei suoi confronti in qualcosa di positivo. Un cambiamento, se ci sarà, si avrà solo quando Rossi appenderà il casco al chiodo, o magari quando sarà la gente a crescere e a passare da tifoseria scalmanata ad appassionati con una concezione più matura delle corse. Nessuno vi obbliga a tifarlo, ma nessuno vi chiede minimamente di fischiarlo e parlarne a vanvera in merito.

Fonte immagine: hondaracingcorporation.com


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