Quasi due decenni senza, ma con, Ayrton

SEVEN
Quasi due decenni senza, ma con, Ayrton

di 01 Maggio 2013, 17:30
Alessandro Secchi

Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita.

Ogni 1° Maggio, da qualche anno a questa parte, mi ritrovo qui a voler scrivere qualcosa per ricordare chi mi ha avvicinato alla Formula 1. E se penso a quello che ho scritto negli anni passati, è difficile essere originale. Si rischia di dire sempre le stesse cose, e di diventare patetici e prevedibili.

Su Ayrton si è scritto tutto e di più. E lo si farà anche oggi, dopo 19 anni dalla sua uscita di scena in mondovisione, da primo assoluto della classe. Ma come si può non dire niente? Il fatto stesso che se ne parli e con questa portata, dopo così tanto tempo, rende l'idea di quanto Senna non sia stato solo un pilota, cosa che potrebbe pensare chi non segue la Formula 1. Chi sta leggendo queste righe sa benissimo chi è, cosa è stato, insomma di chi si sta alimentando il ricordo per una volta in più. Molto più che un Campione sulle piste, un simbolo per una nazione intera.

E quindi affronto il discorso in altri termini.

Il confronto tra le immagini della sua epoca e quelle attuali, la contrapposizione tra uno sport che regalava emozioni e uno che crea spettacolo (e qui lascio a voi il compito di trarne le dovute differenze) racchiude tutto quello che è successo in questi 19 anni. Il lavoro spasmodico sulla sicurezza di vetture, piste e piloti. L'adozione di crash test più duri da superare, di vie di fuga chilometriche, del collare Hans. E tutto il resto, che non c'è bisogno di elencare. Ma anche il tentativo di catturare il pubblico e avvicinarlo alla Formula 1 tramite una serie di soluzioni pro-spettacolo di dubbia riuscita, almeno per quanto mi riguarda. Il confronto tra le immagini dell'era Ayrton e quelle dell'era Vettel, per citare l'ultima, lascia poco spazio alle interpretazioni.

Le monoposto diverse una dall'altra, ognuna con le sue caratteristiche, le urla alla fine di un Gran Premio, le ruote che pelano millimetricamente l'erba. E ancora i caschi, le spalle e le braccia ben visibili e non coperte dall'abitacolo, che da sole ti fanno paura se pensate lanciate a 300 all'ora.

Tutto questo confrontato con monoposto che, se le vernici tutte di nero, fai fatica a distinguerle se non per dettagli. Gomme colorate come i lego, dai colori sempre più fotogenici. Un'aletta che si alza e si sostituisce al piede di chi ha il pelo per premere il freno 5 metri dopo.

C'è una magia, nel rivedere la Formula 1 di 30 anni fa, che te ne fa innamorare anche adesso, perchè ti rendi conto di quanto fosse viva ed emozionante. Ecco la parola d'ordine. Emozione. Da non confondere con spettacolo, perchè questo è l'errore più grande che commette chi gestisce questa Formula 1. L'equazione Spettacolo = Emozione non è valida, e questo è difficile da capire per chi ha, come unico obiettivo, il conto corrente. La rivalità da film tra Ayrton e Alain, i finali dei mondiali 89 e 90, la resistenza di Monaco 92 su Mansell, la superiorità inarrivabile di Donington, le urla di sofferenza ad Interlagos. Momenti altissimi, a volte drammatici, di uno sport emozionante il cui protagonista di quegli anni era una un uomo dal carisma unico, dalla determinazione che dovrebbe avere chiunque, un ragazzo che ancora oggi siamo qui a porre su un piedistallo ideale. E anche in questo, quella Formula 1 era diversa da quella attuale. I protagonisti. Gente come Ayrton, ma anche Alain, Nelson, Nigel. Tutti piloti diversi ma con un proprio carattere, un 'io' ben definito. Al contrario di adesso. Tutti perfettini, politically correct, più o meno.

E non è neanche colpa dei Vettel o Rosberg della situazione, sia chiaro. Ognuno è figlio del proprio tempo. I piloti, le vetture. Ma quando metti gli uni e gli altri sulla bilancia ecco che, inesorabili, sorgono le differenze. E' tutto diverso.

E mentre scorrono in tv le immagini di Ayrton che svergogna Prost a Donington, mi rendo conto che per uno come lui non ci sarebbe spazio, adesso, in una Formula 1 stravolta come questa. Non potrebbe permettersi di criticare la Federazione senza incappare in una scomunica mondiale. Non potrebbe tenere dietro Mansell per più di due giri a Montecarlo senza essere penalizzato con un Drive Through. Non potrebbe volare sull'acqua come a Donington perchè la sua Mclaren non glielo permetterebbe, o forse Maylander non lo farebbe nemmeno partire. Non potrebbe criticare delle gomme che durano quanto quelle da qualifica che utilizzava lui, ma che devono essere invece impiegate in gara. Non potrebbe far parte di questo mondo, insomma. E sarei proprio curioso di sapere cosa penserebbe, Ayrton, di tutto questo, ora. Per Gilles, altro idolo, parla Jacques, e il concetto è più o meno in linea con quello che mi aspetterei da chi è stato lassù, in cima alla lista dei più osannati.

So di essere spesso critico con l'attuale format, e qualcuno più volte mi ha chiesto quale sia il motivo per il quale seguo uno sport che non mi emoziona più come una volta. La risposta è relativamente semplice. Se dopo più di 20 anni sono qui è perchè un signore con un casco giallo prima, e uno dal mento pronunciato poi, mi hanno dapprima avvicinato a questo mondo a suon di miracoli e successivamente regalato un'adolescenza piena di trionfi. E so anche di toccare un tasto pericoloso, quando metto a confronto Ayrton con Michael, perchè spesso leggo di tifoserie ancora accese l'una contro l'altra a distanza di tempo. Chissà perchè, poi. A me non interessano i confronti, sebbene una volta abbia tentato di farne uno giocando con i numeri. I confronti lasciano il tempo che trovano, l'importante è ciò che chi tifiamo ci lascia nel cuore.

Io ringrazio entrambi per avermi regalato emozioni, e se sono ancora qui a digerire un boccone amaro fatto di DRS e gomme fantasiose, è perchè il legame con il passato e la tradizione sono troppo forti per lasciare stare e chiudere la porta. E anche perchè, egoisticamente, sento la Formula 1 come qualcosa che fa parte della mia esistenza, e invece di voltare pagina mi incazzo se qualcuno si impegna per rovinarla. Anche se il grosso è già stato fatto.

Il 1° Maggio, dal 1994, è passato 19 volte con oggi. Ma è talmente vicino che sembra ieri, come ogni anno. Quel weekend, con il suo carico di tragedie, mi ha fatto capire quanto è disposto a pagare chi vive e dedica la propria esistenza ad una Passione. C'è un'altra frase che rispecchia la mente di chi vive per correre, ed è di Marco Simoncelli: "Si vive di più andando cinque minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera". Sembra una forzatura, certo, ma io non ho mai provato quei 5 minuti. E se fosse come diceva lui? E forse è anche per questo che la mia tradizione è rimasta tale al netto di tutti i cambiamenti. Il concetto che ne sta alla base. Correre e rischiare (ora meno di prima, certo), per vincere e salire su quel gradino.

Ayrton ne era simbolo cristallino, di quel concetto. E il suo sacrificio, unito a quello di Ratzenberger il giorno prima, non è stato vano se pensiamo ai progressi in termini di sicurezza che sono stati svolti in seguito in F1. Ne parliamo ancora adesso. Ricordo l'emozione di quando, tre anni fa, mi sono recato ad Imola per far visita alla statua in suo onore (la foto di copertina è stata scattata in quell'occasione). Ricordo i fiori e le foto nel punto dell'incidente, 16 anni dopo (nel 2010). Il silenzio dell'autodromo, in un giorno non di gara, faceva riflettere. E rendermi conto che quella statua era rivolta proprio verso il punto dello schianto, beh, mi lasciò immobile qualche secondo a pensare.

A quanto tempo era passato, a quanto ero cresciuto, a quanto ingiusto fosse sacrificare la propria esistenza per una passione, per realizzare un sogno.

Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita.

Ciao Ayrton. E grazie.


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