Samuele Prosino

MOTORCRONICO Nostalgia analogica

Il bestiario dei social
Nostalgia analogica
di 01 agosto 2018, 16:30

Sul filone della nostalgia, anche in campo automobilistico, c'è tantissima letteratura. Per restare alla Formula Uno e ai suoi dintorni, basta prendere un libro di Mario Donnini per capire. Mario è bravissimo a raccontare epoche nelle quali tutto sembrava più epico, più straordinario, più particolare dei giorni nostri. E, avendo il talento per raccontarlo con i giusti dettagli, Mario praticamente ci porta nel suo mondo, perché bene o male lui stesso pensa che un certo automobilismo non possa più tornare.

Io, invece, essendo un tizio qualsiasi come qualunque appassionato di corse, non provo nostalgia per i vecchi periodi. Sono affascinato da tutti i racconti di un tempo e amo ascoltare chi ha pigiato l'acceleratore prima della mia data di nascita e del mio battesimo televisivo, come appassionato di Formula Uno s'intende. E, essendo nato sul finire del secolo scorso, riesco ad amare anche le corse di oggi - che molti vecchi piloti e esperti non hanno particolarmente in grazia.

Provo anch'io nostalgia, comunque. Provo nostalgia del periodo nel quale internet non si era ancora diffuso capillarmente sul territorio, dando a tutti la possibilità di accedere a una vasta quantità di informazioni e di esprimere opinioni su qualsiasi argomento.

Sia chiaro, io su internet ci lavoro e la pagnotta, ogni mese, la guadagno collegandomi alla rete con il modem. Internet è un luogo bellissimo, se si ha la voglia e il tempo di cercare informazioni degne di questo nome, e se si ha la capacità di comprendere cosa vale la pena leggere e cosa invece no. Il problema maggiore del web è che è infinitamente troppo accessibile, anche a chi non ha le basi per sostenere una discussione - digitale o nella vita vera.

La Formula Uno, e i siti che parlano di Formula Uno e di corse automobilistiche, risentono di questo abbassamento generale della qualità dell'informazione che attualmente è il cuore malato del web. I social, ovviamente, sono il luogo peggiore per discutere di una corsa, perché tra partigiani, tifosi e troll c'è un calderone di parole insensate e insulti da far mettere il cappio al collo anche a Satana in persona.

Nel 1996, uno degli anni di Formula Uno che meglio mi ricordo per tantissime ragioni personali (sulle quali ovviamente non vi tedierò), il piccolo appassionato in me seguiva la gara in televisione, cercava di guardare Grand Prix ogni volta che poteva e si dispiaceva quando il collegamento in diretta dal circuito si chiudeva per far spazio ad altri programmi della tv commerciale. Ogni giorno aprivo la Gazzetta dello Sport al contrario per leggere come prima cosa le notizie brevi sulla Formula 1, scoprendo per altro i nomi dei giovani piloti grazie alle classifiche dei test privati. Quando il collegamento si chiudeva troppo in anticipo, per avere la classifica completa della gara dovevo aspettare il giorno dopo, per poter leggere i distacchi.

Nel 2018, la classifica completa della gara, con tanto di distacchi, numero di pitstop e altre mille informazioni, la posso trovare a pochi minuti, se non secondi, dalla fine della gara. Ho le dichiarazioni di tutti i piloti e di tutti i team manager, quando invece nel 1996 leggere le parole di Pedro Diniz sarebbe stato impossibile. Ho tutti i ragguagli tecnici sulle vetture, i flussi dei tempi, i replay, i gossip, i meme. Nel 1996 se la notizia non finiva sul giornale, non esisteva.

La mia passione era un sogno lontano, lontanissimo. I biglietti per la corsa a Monza o a Imola costavano già troppo; e allora fantasticavo sulla Formula 1 che volevo, sui risultati, sui piloti, su tutto. E già avevo una mia idea sugli scandali dell'epoca, sulle penalità non date, sulle scorrettezze, sulle squalifiche. Poi leggevo una voce autorevole sulla Gazzetta e non c'era bisogno alcuno di avere altri scambi d'idee. Adesso dopo una ruotata i social si aprono come il Mar Rosso, e dentro ci passano una miriade di opinioni, la maggioranza senza uno straccio di prova, fatte da tifosi con la mente sbarrata dal colore di appartenenza o da gente che magari non ha nemmeno visto la gara, o che non conosce - nonostante il web - mezza regola.

Tutti hanno accesso a tutte le informazioni: non siamo più nel 1996. Ma a differenza del 1996, chiunque pensa di avere la verità in mano. Chiunque può condividere bufale e accuse gratuite, nonostante i dati a disposizione dicano il contrario. Le dichiarazioni dei piloti vengono manipolate da chi ascolta con malizia per creare la polemica, che al 99,9% dei casi non esiste, e alla fine del discorso cosa rimane di tutto il sapere del web? La zuffa di un gruppo di persone che ha scambiato il cellulare per la vita vera.

Il clima diventa irrespirabile e si raggiunge la demenza totale. Con le dovute proporzioni, leggere una discussione su Facebook che parla di sudditanza psicologica della FIA o dell'intoccabile Hamilton o di Glock corrotto dalla McLaren è come assistere a un dibattito tra no-vax che mettono in correlazione il vaccino MPR con l'autismo.

Senza contare l'enorme quantità di utenti che commenta le bacheche social dei piloti, insultandoli o scrivendo che loro andrebbero più forte: questi fenomeni non solo non amano lo sport, ma credono pure che i piloti abbiano il tempo di leggere le loro patetiche insinuazioni. Immaginatevi Ayrton Senna, e lo scrivo ancora in maiuscolo per farlo capire bene - AYRTON SENNA - se fosse stato un pilota in pista di questi tempi. Con quale coraggio un utente qualsiasi, seduto sul water con le mosche che gli ronzano in testa, disperso in un appartamento senza né arte né parte in una periferia lontana dalle cartine, potrebbe scrivere a Senna un commento degno di nota? Eppure oggi ci sono tantissime persone che scrivono le peggiori accuse a Hamilton, Raikkonen, Bottas, Verstappen - senza ricordarsi che loro possono affrontare l'Eau Rouge in pieno, mentre noi comuni mortali possiamo al massimo bullarci di un parcheggio conquistato al supermercato.

Internet è un luogo potenzialmente bellissimo. Ma è anche, per certi versi, la discarica dell'umanità. Anche per il piccolo universo del motorsport, purtroppo. Chi sa di portare rispetto ai piloti e alla purezza delle corse abbia il coraggio di tirarsi fuori il più possibile, di documentarsi su fonti analogiche, di dare un piccolo esempio apprezzando anche colori diversi da quelli sul cappellino preferito. Perché ci vuole pochissimo, di questi tempi, per finire inglobati dall'odio digitale.

Oppure, più semplicemente, si potrebbe invitare le persone a fare quello che facevo io nel 1996 alla fine della gara: andare fuori all'aria aperta, fantasticare, aspettare con gioia la gara successiva riempiendo la vita con altre passioni. Dubito, però, che i leoni da tastiera saprebbero staccare le dita dal loro appiccicoso schermo.

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