NASCAR Kimi Raikkonen: Nascar driver

Nel 39° compleanno del pilota finlandese torniamo al 2011, quando Kimi provò l'avventura americana
NASCAR | Kimi Raikkonen: Nascar driver
di 17 ottobre 2018, 10:00

Buon compleanno Kimi! Da oggi la carta d’identità dice che Raikkonen ha 39 anni e per lui si avvicina un nuovo momento di passaggio. La carriera in Formula Uno è prossima alla fine, ma siccome Kimi ama questo sport, anche se non lo vuole dire esplicitamente, proprio non vuole stare a casa davanti al caminetto e ha deciso di andare a correre in Sauber il prossimo anno, tornando nella scuderia lo fece debuttare in F1 nel 2001. Dicevo che questa è una nuova fase di cambiamento perché tutti ci ricordiamo quando dopo il 2009, scaricato dalla Ferrari per far spazio ad Alonso, non trovò nessuno che lo voleva far correre alle sue condizioni e così se ne andò dalla Formula Uno in cerca di esperienze diverse.

La figura chiave nei due anni lontani dal Circus è la Red Bull, il munifico sponsor che è impegnato in mille sport e categorie estreme, e allora si disse addirittura che il ritorno di Kimi in F1 sarebbe stato proprio con il team austro-inglese nel 2012 al posto di Webber, formando così la coppia con Vettel addirittura tre anni prima di quanto avvenuto poi in Ferrari, ma alla fine accettò l’offerta della Lotus. 

Cosa fece Kimi nel 2010-11? Per prima cosa si dedicò ad uno degli sport nazionali della Finlandia, ovvero il rally. Una passione messa in pratica già nel 2009 quando ancora correva in Ferrari e tutti noi i ricordiamo le polemiche in occasione del Rally di Finlandia disputato a campionato in corso, discussioni aumentate esponenzialmente quando uscì di strada.

Dopo un 2010 dedicato solo ai rally, sempre grazie all'aiuto della Red Bull (già molto attiva in Nascar, ma questa è una storia che verrà raccontata in futuro), nel 2011 Kimi decise di provare anche l’avventura nelle stock car. L’annuncio avvenne il 2 aprile e il team che decise di prendere Kimi era addirittura il Kyle Busch Motorsports. Secondo le fonti dell’epoca l’accordo era per una manciata di gare (cinque?), ma alla fine le corse disputate furono solo due.

Dopo un test in cui lo stesso Kyle Busch si disse stupito della velocità di Kimi, tutti si chiedevano come il finlandese avrebbe reso in gara. Il famosissimo “Leave me alone, I know what I'm doing” è dell’anno successivo ad Abu Dhabi, ma è solo l'esempio più lampante del carattere di Raikkonen e che, come si può capire subito, va poco d’accordo con le dinamiche delle corse sugli ovali in cui il dialogo con il crew chief è continuo e la fiducia riposta nello spotter deve essere massima. Per avere la risposta bastò aspettare poco meno di due mesi.

La pista prescelta per il debutto è quella di Charlotte nel tradizionale weekend di fine maggio che fa da contorno alla All-Star Race. Come da normale gavetta la prima gara è nella Truck Series. E l’impatto è – come lecito aspettarsi – difficile. Le libere sono molto complicate e Kimi bacia il muro in una occasione, senza tuttavia danneggiare troppo la vettura. Se possibile le qualifiche vanno ancora peggio: 31° su 37 iscritti (e 36 qualificati) staccato di 1.1" dalla pole, che su un'ovale da 1.5 miglia è un'eternità. 

In gara però Kimi, nonostante i riflettori puntati tutti su di lui, si dimostra un buon allievo e malgrado un paio di incontri ravvicinati con le barriere conclude la gara al 15° posto, che per essere la prima corsa su un'ovale in carriera e in una categoria non semplice come quella dei Truck è un risultato più che soddisfacente. Certo, durante la gara ci sono sprazzi del Kimi che conosciamo bene, ma nel complesso il suo approccio alla Nascar è visto di buon occhio dalla stampa perché non viene classificato come il classico pilota di F1 che si reputa al di sopra di tutti, uno stereotipo che sta perdendo sempre più validità negli ultimi anni. 

Una settimana più tardi sulla stessa pista il debutto in Xfinity (allora Nationwide) Series sulla #87 del Team NEMCO e il percorso di crescita è identico: qualche difficoltà iniziale, una qualifica sotto le aspettative (22° su 45 iscritti, ma il distacco dalla pole è ancora di 1") e una gara in crescendo. Purtroppo per lui ci sono un paio di problemi che condizionano il risultato finale, prima un detrito finisce sulla griglia del radiatore e poi si prende una penalità per eccesso di velocità in pit lane (ed è sempre utile ricordare che in Nascar, a differenza della F1, non c'è un comodo bottone per inserire il limitatore in corsia box). Alla radio, ovviamente, è il solito Kimi.

Dopo Truck e Xfinity Series l'ultimo gradino da scalare sarebbe quello del debutto in Cup Series. E il piano c'è: arriva l'accordo con il team di Robby Gordon - altro pilota poliedrico - il quale avrebbe schierato a Sonoma, quindi una gara su un circuito "tradizionale", due vetture, una per sé e una per Kimi. Purtroppo nel test effettuato sulla stessa pista a metà giugno Raikkonen va a sbattere e la vettura non è più utilizzabile. L'accordo con Gordon salta e la sua carriera in Nascar termina qui. E' l'estate del 2011 e Kimi probabilmente ha già iniziato la trattativa con la Lotus per tornare in F1 e dunque non sapremo mai quanto forte sarebbe potuto andare in Cup Series.

Cosa rimane di quell'esperienza di Kimi Raikkonen in Nascar? A parte il rispetto del pilota finlandese - che sia stato grazie all'input dello sponsor o no - per le stock car, ripetuto in altre occasioni future, rimane ben poco all'apparenza, ma lo è solo per la nostra (e anche mia fino a poco tempo fa) "ignoranza". Il nome di Kimi era di quelli importanti, era stato campione del mondo appena tre anni prima e nella storia della Nascar solo altri tre piloti titolati si erano cimentati con le ruote coperte, Jim Clark (una sola gara nel 1967 a Rockingham), Mario Andretti (che vinse la Daytona500 nello stesso anno) e Jacques Villeneuve, ma negli stessi anni avevano corso in Nascar altre due vecchie conoscenze della F1.

Tutti noi ci ricordiamo di Narain Karthikeyan, il primo pilota indiano a correre in F1 con la Jordan nel 2005. Conquistò un quarto posto, ovviamente nella sciagurata gara di Indy e venne battuto da Tiago Monteiro nella chance della vita per finire sul podio. Dopo aver fatto il test driver e girovagato per altre categorie, nel 2010 venne chiamato dal Wyler Racing per disputare 9 gare nella Truck Series, con miglior risultato un 11° posto in Texas. Il numero di corse disputate è sufficiente affinché il suo nome compaia sulle schede per eleggere il "Most Popular Driver" e avviene il cosiddetto "effetto Yao Ming": Karthikeyan trionfa a sorpresa conquistando un premio molto ambito nella cultura americana.

L'altro pilota è invece il protagonista della damnatio memoriae più grande della storia recente della F1. Nessuno probabilmente si è mai chiesto che fine avesse fatto Nelsinho Piquet dopo il crashgate e il licenziamento dalla Renault e prima di diventare il primo campione nella storia della Formula E. Bene, in quei cinque anni Nelsinho ha corso proprio in Nascar. E pure con successo. Dopo un 2010 di apprendistato venne scelto dal team di Kevin Harvick per correre nei Truck nel 2011. A fine anno arrivano ben 6 top5 e il 10° posto finale in campionato. Il 2012 è l'anno dell'esplosione con il Turner Motorsports. In appena tre mesi Piquet Jr. scrive la storia della Nascar: il 23 giugno vince a Road America la gara della Xfinity Series diventando il quinto pilota straniero a riuscirci, il 18 agosto vince la gara dei Truck in Michigan (e qui è il secondo non americano della storia a conquistare una gara) e infine il 29 settembre fa il bis a Las Vegas. A fine anno è 7° in classifica generale nei Truck e la stagione successiva è 12° in campionato in Xfinity Series, risultati di altissimo livello per un pilota che quasi sicuramente non aveva mai corso su un'ovale fino a tre anni prima. Prima di accettare l'offerta della Formula E c'è anche il tempo di debuttare in Cup Series al Watkins Glen, dove ottiene un 26° posto con una vettura decisamente di terza fascia.

Potrei parlare anche di Juan Pablo Montoya, Scott Speed e Jacques Villeneuve, ma essendo nati e/o cresciuti sul continente americano le loro storie non fanno testo qui, così come quella di Max Papis che si è trasferito negli USA da ormai 20 anni. Trascurabile anche l'unica gara in Cup Series di Jan Magnussen a Sonoma nel 2010. E dunque cosa rimane di tutto questo racconto sul recente rapporto fra F1 e Nascar?

Rimane il fatto che due mondi totalmente opposti per come concepiscono il motorsport si stanno scoprendo a vicenda e non si snobbano più. La prima iniziativa in comune risale al 2002, quando Jeff Gordon testò la Williams di Montoya a Indianapolis, poi nel 2011 - grazie allo sponsor comune Mobil 1 - Tony Stewart e Lewis Hamilton si scambiarono le vetture per un giorno al Watkins Glen. Lo stesso Hamilton era presente alla (prima) ultima gara in carriera di Jeff Gordon, poi l'arrivo del team Haas in F1 ha portato Kurt Busch ad essere spettatore a Baku due anni fa, ma ci sono stati molti altri punti di contatto. In un caso fin troppi, dato che la Cup Series in Kansas e la F1 a Austin domenica prossima corrono allo stesso orario...

Ora non rimane che pensare al futuro. Appurato che la Nascar non è una categoria per bifolchi, ora viene addirittura ammirata in quanto legata alle proprie radici, semplice e ad allo stesso tempo difficile da affrontare, il tutto in confronto alla ipertecnologica F1. Il desiderio di tutti è ora ovviamente quello di vedere Fernando Alonso prendere il via della Daytona500 in un prossimo futuro. E lo stesso pilota spagnolo fa sognare i tifosi amanti delle corse che si disputano su entrambe le sponde dell'Atlantico.

Immagine: reddit.com; MRD/CIA per bigonebrasil.com

Fonti: jalopnik.com; racing-reference.info; en.wikipedia.org; twitter.com/jeff_gluck; youtube.com

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