Nakajima, Re silenzioso di Le Mans

SEVEN
Nakajima, Re silenzioso di Le Mans

Dall'inferno al paradiso in due anni. Kazuki merita più di tutti la vittoria di 18 Giugno 2018, 13:39
Alessandro Secchi

Il re silenzioso di questa 24 ore di Le Mans ha gli occhi a mandorla. Nella giornata che celebra la seconda delle tre perle nella personalissima collana di Fernando Alonso chiamata Triple Crown, c’è qualcuno che questa vittoria lungo il circuito della Sarthe l’ha sognata, odiata, invidiata, scomposta e ricomposta in mille pezzi per due lunghissimi anni.

Se Alonso è il nome di peso (e che peso) calatosi a perfezione nella parte per aggiungere un tassello importante alla lotta per la conquista della Corona, Kazuki Nakajima è colui che più di tutti merita questa vittoria, con l'onore e soprattutto l'onere di tagliare un traguardo che nel 2016 si era trasformato da sogno ad incubo.

Le immagini della Toyota ammutolita di fronte alla tribuna principale, quel “no power” urlato tragicamente via radio, le lacrime trasformatesi da segno di gioia a simbolo di un dramma sono ancora lì, a portata di Youtube. Dentro quella monoposto, indifeso, impotente, inerme, avvolto da tutta quella tecnologia che improvvisamente si era ritorta contro di lui ed i suoi compagni dopo 23 ore e 57 minuti c’era lui, Nakajima.

È stato lui a portare la Toyota in pole per questa 24 ore. Ha silenziosamente portato a termine i suoi turni nell’ombra dei compagni più famosi, Buemi e soprattutto Alonso, che nella notte ha recuperato lo svantaggio sul prototipo gemello, l’unico vero avversario in pista in questa gara.

Ma, al di là dei competitors reali, c’era un altro avversario da sconfiggere prima di poter finalmente esultare: la paura. Toyota ha deciso di lasciare gli ultimi turni su entrambe le vetture ai suoi portacolori, Kobayashi sulla #7 e Nakajima sulla #8. Kazuki ha portato sulle spalle, nell’ultimo stint, il peso di una responsabilità psicologica, prima che fisica. La gara, dopo il rallentamento del mattino sulla gemella, era chiaramente indirizzata. Ma l’ombra di due anni fa deve essere stata sempre più presente negli ultimi giri. La paura di ogni singolo rumore fuori posto, di una minima sbavatura, di un doppiato da passare con la massima cautela.

Un ultimo giro lunghissimo con le mani che sudano, gli occhi che guardano ovunque tra specchi, schermi, volante. Me lo immagino così l’ultimo giro di Nakajima, in preda agli scongiuri, con la voglia di chiuderlo il prima possibile invece che andare in parata.

Poi, finalmente, il traguardo. La rottura dell’incantesimo, un calcio all’incubo, l’ingresso nella storia. Per Alonso, che ora si (ri)getterà all’assalto di Indy. Per Buemi, che rinnegato dalla F1 aggiunge un tassello ad una carriera che resta di tutto rispetto. Ma, soprattutto, per Nakajima: quello che in Williams era solo il “figlio di”, quello che due anni fa piangeva dentro un casco, quello che oggi si sarà svegliato con un orgoglio particolare, unico.

Da invidiare.

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