Alyoska Costantino

PAROLA DI CORSARO La più cattiva e pericolosa rimane sempre la migliore

E anche nelle gare non si fanno eccezioni di 06 gennaio 2018, 21:07 Condividi
La più cattiva e pericolosa rimane sempre la migliore

Ci siamo, signore e signori. Dopo un inverno, ancora in corso a dire il vero, colmo di noia, domeniche coi parenti e pandori da mangiare (o panettoni, se preferite l’uvetta), ecco che la stagione motoristica ricomincia a scaldare i... motori, appunto. E lo fa, come di consueto, nella maniera migliore, ma allo stesso tempo la più brutale e accattivante: con la Dakar, la quale è arrivata quest’anno alla sua 40a, storica edizione.

La frase che è più comune sentire quando si parla dell’ex-Parigi-Dakar, in articoli, servizi televisivi e video, è la seguente: “Una corsa carica di fascino.” O affermazioni di questo genere.

Una frase forse abusata un po’ da tutti, ma assolutamente veritiera in tutto e per tutto: la Dakar non è una semplice corsa, ma fa parte di quella ristrettissima cerchia di eventi, con la 24 Ore di Le Mans o la 500 Miglia di Indianapolis, da classificare come LE gare. Non si tratta di un semplice rally desertico, ma di ben altro: una maratona interminabile di due settimane che sfianca mezzi, squadre, piloti, persino l’organizzazione sportiva, che negli anni ha regalato momenti di assoluto spessore storico, ricordati ancora oggi. Una lotta infinita contro il tempo, sia cronologico che meteorologico, contro i terreni e contro gli altri partecipanti a questa maratona. L’addio dato dalla competizione all’Africa nel 2009 non ha comunque tolto importanza all’evento, che da quel momento ha trovato casa in Sudamerica.

La domanda però mi, e forse ci, sorge spontanea: qual è l’elemento principale che carica la Dakar di tutto questo interesse? Qual è l’elemento principe che regala alla corsa il già citato “fascino”? Le condizioni proibitive? Forse. Il grande numero di partecipanti (337 equipaggi quest’anno), tra cui marchi altisonanti come Yamaha, KTM, Honda, Peugeot, Mini e Volvo? Probabile anche questo. O forse la costante e persistente sensazione di pericolo, l’aver messo in gioco persino la propria vita per vincere questa gara? Ecco, questo credo sia il motivo ricercato.

Premettendo che qualsiasi gara motoristica, a due e quattro ruote, preveda una percentuale di rischio non indifferente durante lo svolgersi dell’evento, per la Dakar il discorso si fa molto diverso.

Non è una certezza, ci mancherebbe, ma gli incidenti mortali durante la corsa ci sono stati. I corridori vittime di questa competizione ammontano a 28 dal 1979, tra cui anche un italiano, Fabrizio Meoni, la cui memoria ogni anno viene giustamente ricordata. Persino un campione immortale come Carlos Sainz (55 anni e ancora in corsa per rivincere la gara più dura al mondo) ha rischiato grosso, ripensando all’incidente impressionante del 2017 che poteva finire in tragedia. La persistenza di questo pericolo è sia il principale motivo che spinge i detrattori a definire la Dakar come una corsa diabolica, sia quello che spinge noi fan a seguirla.

Nessuno vorrebbe sentir associate le parole “morte” e “tragedia” a una gara, ma vedere questi piloti faccia a faccia col pericolo per vincere quel trofeo li rende degli eroi incredibili ai nostri occhi, da seguire nelle loro gesta. E forse è anche il motivo per cui un elemento come Halo è stato bistrattato ancor prima di essere utilizzato... ma questo è un altro discorso. Per usare una similitudine, la Dakar è come una ragazza stupenda ma testarda e pericolosa: per quanto non lo si voglia ammettere, il suo difetto maggiore è anche il suo elemento più interessante, e ciò la rende irresistibile.

Con ciò, vi auguro un buon weekend all’insegna della Dakar 2018.

Fonte immagine: dakar.com

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