Alessandro Secchi

SEVEN Impariamo da loro il rispetto, quello vero

Li giudichiamo, elogiamo o critichiamo. Ma solo un pilota capisce cosa prova uno della sua specie
Impariamo da loro il rispetto, quello vero
di 26 novembre 2018, 00:53

Questa è molto più di un'immagine, della fine di un campionato, molto più di tre semplici monoposto affiancate che procedono verso il traguardo per salutare il pubblico a suon di donuts. Questa è l'istantanea di un mezzo minuto storico: il più grande insegnamento che loro, quelli per cui tifiamo, sospiriamo, sogniamo, potessero lasciarci in questo ultimo appuntamento del mondiale 2018, l'ultimo (per ora) di uno dei tre.

Lewis Hamilton, Sebastian Vettel, Fernando Alonso, sono l'eredità degli ultimi tredici anni di Formula 1. Sono coloro per cui il tifo è andato alle stelle, quelli che hanno scaldato gli animi, animato le tribune, permesso di scrivere tonnellate di pagine di carta e terabyte di articoli in giro per il mondo. Li abbiamo criticati, elogiati, disprezzati, compresi o giustificati. A volte a turno, magari vigliaccamente solo in base al colore della tuta, senza coerenza e senza tenere conto del fatto che un uomo è tale indipendentemente dal suo ruolo ed un pilota è sempre lo stesso, che corra per un team piuttosto che per un altro. 

Ognuno di loro ha lottato per il titolo con gli altri due, almeno una volta. E questo rende ancora più speciale un momento in cui due di questi, Sebastian e Lewis, scortano Fernando verso l'ultimo saluto, l'ultimo spegnimento della monoposto, l'ultimo bagno di folla in un mondo che l'ha visto protagonista per 17 lunghi anni.

Hanno e abbiamo raccontato i loro scontri in pista, le loro dichiarazioni a volte forti, la lotta per la posizione, i punti, la vittoria, il titolo. Abbiamo scritto di rivalità accese che hanno portato, in alcuni casi, anche all'esagerazione in un mondo, quello dei social, che aspetta una miccia per far esplodere una bomba. C'è una cosa, però, di cui non ci siamo mai resi conto fino in fondo nella concitazione, con l'adrenalina in corpo durante un Gran Premio. Che alla base di tutto, in uno sport che corre a 300 all'ora, c'è sempre del rispetto. Rispetto per chi corre ruota a ruota con e contro di te, rispetto nel lottare a velocità assurde contro altri tuoi simili, altri che sono partiti come te da bambini con quell'obiettivo in testa: diventare campioni del mondo.

Solo un pilota può capire un altro pilota. Solo uno della loro specie può sapere cosa si prova nel tagliare il traguardo per primo, nel vincere un titolo, nell'agguantare una pole. Facciamo i buonisti per due spintoni, una sportellata ma non siamo noi con la visiera abbassata, non sappiamo cosa significa per loro. Quanto sia tremendo gettare al vento una vittoria, un mondiale, commettere un errore che ti esporrà alle critiche più feroci di chi ti guarda, beato, con il sedere che sprofonda nella morbida spugna di un sofà o sulla rigida sedia di una sala stampa. Perché possiamo essere appassionati, blogger, giornalisti di primo pelo o con decine d'anni di esperienza, direttori rinomati o mostri sacri dell'informazione. Possiamo vantarci di conoscerli, raccontare in lungo e in largo in preda al celodurismo più autoreferenziale che sono tutti nostri amici per darci un tono oppure, semplicemente, tenercelo per noi. Possiamo ergerci a paladini del sapere o fare finta di nulla, ma quello che provano loro, i piloti, ci pone tutti sullo stesso identico piano. Se non abbiamo corso, se non abbiamo dedicato la vita alle corse a suon di sacrifici fin da quando eravamo piccoli, possiamo solo immaginarlo, ognuno a modo suo.

E la mia, di immaginazione, mi porta a rispettarli dal primo all'ultimo, questi ragazzi. Che si chiamino Fernando Alonso, Gaston Mazzacane, Michael Schumacher o Alex Yoong passando per Maldonado, Vettel, Raikkonen e chi più ne ha più ne metta, i piloti meritano rispetto a prescindere e sempre più di quanto crediamo sia giusto portar loro. Perché se, come ci hanno dimostrato oggi, sono proprio loro i primi a rispettarsi nonostante incroci di carriere, titoli soffiati uno dalle mani dell'altro e scontri epici anno dopo anno, non vedo perché noi, da qui, non possiamo essere da meno.

Possiamo non essere d'accordo con una scelta, un gesto, una dichiarazione, un modo di fare. Possiamo non condividere alcuni aspetti della vita e della carriera di uno di loro ma alla base, sempre e comunque, ci deve essere stima ed ammirazione per ciò che fanno, che li rende unici nel loro genere, invidiati, invincibili agli occhi di tutti noi. Missili inarrivabili con il sedere a due centimetri da terra, attori protagonisti di una storia che ci ha catturati da piccoli e che raccontiamo giorno dopo giorno, gara dopo gara, stagione dopo stagione.

Questi trenta secondi, questa scorta al campione che lascia, non importa se temporaneamente o meno, sono non solo un tributo meraviglioso di due avversari ma, anche, la più grande lezione che noi possiamo e dobbiamo imparare. Il rispetto è la base di tutto: a 300 all'ora come nella vita di tutti i giorni.

Forse ce lo scordiamo troppo spesso. Quindi grazie a Lewis, Sebastian e Fernando per avercelo ricordato. Nel modo più bello ed emozionante.

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