Alessandro Secchi

SEVEN Il Motorsport è anche questo

Gli incidenti, gli infortuni e la morte fanno parte di un mondo che i piloti conoscono. Per questo vanno rispettati
Il Motorsport è anche questo
di 20 novembre 2018, 15:09

"Si vive di più andando 5 minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera". Diceva questo Marco Simoncelli della sua passione, quella per le moto, che l'ha portato via ormai sette anni fa.

È da questa frase, da questa parola, passione, che bisogna necessariamente partire quando si parla di Motorsport. Ho trovato un'intervista di Sophia Floersch risalente ad un paio di anni fa, quando correva nella F4 tedesca. Le sue prime parole sono queste: "Racing is my first priority, and after that comes everything else" ("Correre è la mia priorità e dopo viene tutto il resto"). E noi, che ragazzi come lei e come tutti gli altri, dalle categorie più piccole fino alla F1, li seguiamo ogni weekend, non siamo nessuno per giudicare se sia giusto o sbagliato tutto questo.

Il Motorsport non è solo vittorie, successi, sorpassi, storie commoventi e divertimento. Nel pacchetto è incluso il rovescio della medaglia, quello che nei pass è definito come: "Motorsport is dangerous". Il pericolo è sempre in agguato: negli ultimi vent'anni è stato meno presente grazie alle innovazioni in ambito di sicurezza, attiva e passiva, riguardanti auto, moto, circuiti, abbigliamento tecnico e protezioni varie. Ma non sarà mai debellato ed è un bene ricordalo ogni volta che si spengono quei cinque semafori rossi. Per questo, solo per questo, ogni pilota che incontriamo sulla strada della nostra passione deve essere rispettato. Perché per loro, quella passione, significa rischiare ogni volta in cui saltano in sella o si allacciano le cinture all'interno dell'abitacolo.

L'incidente di domenica a Macao ha dato il via ad un sacco di polemiche, alcune delle quali piuttosto prevedibili. Al di là dell'esposizione mediatica di quanto successo, con il mondo che ha scoperto l'esistenza di un GP a Macao ed il fatto che quella coinvolta fosse una ragazza diciassettenne, si è tornati a parlare della necessità di correre in circuiti cittadini, delle velocità che raggiungono le monoposto e via discorrendo.

Il Motorsport odierno è diretto erede di quello in cui si correva per strade cittadine senza guardrail, con monoposto che le percorrevano velocità inaudite senza alcun sistema di sicurezza a bordo. I piloti non indossavano tute, non avevano non solo i caschi integrali ma neanche i caschi, non erano allacciati da cinture. Era più probabile la loro morte che il loro ritorno a casa. Era proprio questo, però, che rendeva le corse elettrizzanti: la sfida con il cronometro e con gli avversari ma, soprattutto, quella con la morte. Rinnegare la pericolosità delle corse odierne significa dimenticare quanto fossero letali un tempo e prendere le distanze da tutto sin dagli inizi. 

Io stesso non comprendo come si possa correre in moto nella stessa Macao o al TT sull'isola di Man. Ci sono degli onboard che non possono essere definiti umani: guardandoli ti chiedi come sia possibile poter andare così forte in strade così strette, pericolose, potenzialmente devastanti. Eppure non sono nessuno per chiederne l'abolizione e quello che posso provare è semplicemente ammirazione, rispetto. Certo, per me bisogna essere totalmente pazzi, ma la passione fa anche questo e non sempre si riesce a comprendere. Nessuno obbliga i piloti a correre e rischiare la pelle: è una scelta consapevole, volontaria.

Poi ci sono i circuiti. Macao è pericolosa? Non da oggi, non da un anno. Ma lo stesso si può dire per Montecarlo, dove in più punti le F1 passano i 250 km orari e basta un nulla per volare dentro qualche balcone. Lo stesso dicasi per Singapore, Baku, dove le velocità sono anche più alte. Il punto è che fino a quando non succede nulla non ci si rende conto di quanto i rischi possano essere grandi.

L'incidente di domenica, a tal proposito, ci insegna proprio questo: il rischio è sempre presente e può colpire in qualsiasi momento, a volte portandoci via qualcosa e qualcuno, altre regalandoci un sospiro di sollievo enorme. La prevenzione ed il lavoro svolto sulla sicurezza in questi anni è stato eccezionale, basti pensare a come la Dallara ha protetto Sophia Floersch da possibili danni permanenti dopo una carambola pazzesca, come non ne vedevo da anni. 

Inutile però fare demagogia spiccia, invocare limiti o restrizioni di qualsiasi tipo. Il Motorsport è anche questo. Ed è bene accettarlo quanto prima.

 

Immagine: Twitter

Condividi

Nessun commento

Prendi parte alla discussione

I tuoi dati sono al sicuroIl tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Anche gli altri dati non verranno divulgati a terzi.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.