Alyoska Costantino

PAROLA DI CORSARO Essere Senna nel 2018

Ventiquattro anni fa la sua tragica scomparsa. Ma come si vedrebbe oggi uno come Ayrton? di 01 maggio 2018, 09:30 Condividi
Essere Senna nel 2018

Ayrton Senna da Silva. Il Campeão, il Mago, semplicemente il miglior pilota che abbia corso in Formula 1 secondo il parere di molti. Capace di battere avversari su avversari come Prost, Mansell, Piquet, Berger e altri ancora. Nato a San Paolo del Brasile il 21 marzo del 1960, comincia a stupire sin dal suo primo approccio ai kart nel ’73; il percorso sarà poi faticoso attraverso Formula Ford e F3, fino a raggiungere il tanto agognato sogno della Formula 1... nella non tanto agognata Toleman. Ma è dalle difficoltà più grandi che i veri talenti emergono, ed ecco che il brasiliano strappa tre podi quasi miracolosi per la piccola realtà inglese, tra cui il leggendario secondo posto di Monaco che lo mise, in quel 1984, sulla bocca di tutti.

Il resto, come si suol dire, è storia: sei successi in Lotus nei tre anni successivi, 35 in McLaren e tre titoli mondiali. Incredibile sul giro secco, semplicemente alieno sul bagnato (su cui colse la prima vittoria all’Estoril). Per i media e il pubblico non sembrano esserci dubbi sul fatto che Ayrton sia nettamente il migliore in F1. Anche quando Ayrton si ritrova a fronteggiare mezzi ben più preparati come le Williams nel biennio ’92-’93, il brasiliano pare comunque una spanna sopra tutti gli altri.

Il destino l’ha portato via troppo presto. La curva del Tamburello a Imola il primo maggio del 1994, ben diversa dalla sinistra-destra-sinistra che conosciamo, fu teatro del suo incidente più violento, nonché fatale. La sospensione anteriore destra che si era spezzata all’urto con la barriera riuscì a penetrare nel casco, e i medici di Bologna non poterono fare nulla per evitare quel che, fino a poche ore prima, sembrava impossibile.

Questa è, in breve, la carriera di Ayrton in F1. Un breve riassunto delle sue gesta che gli dovevo, per il rispetto che provo per un uomo capace di sfondare le barriere sia del tempo che dello “spazio”, in grado di far conoscere il mondo della Formula 1 grazie alla sua figura. Un benefattore, quasi un dio per il Brasile, capace di far commuovere il suo stesso pubblico e di farlo gioire anche nelle condizioni più precarie. Vedere la gara a San Paolo nel ’91, nel caso non mi crediate.

La domanda che più volte mi faccio su Ayrton non è però relativa alle sue gesta, ma al contrario agli eventi che l’hanno reso più criticabile. Non avendo mai vissuto l’epoca d’oro della Formula 1 tra gli anni ’80 e l’inizio dei ’90, mi chiedo: possibile che Senna sia ricordato come un personaggio, un pilota, totalmente senza macchia e senza paura? Possibile che attorno a lui non aleggiasse nessuna critica e nessuna lamentela? Nulla?

Il ricordo più forte che ho io di Senna, vissuto a posteriori chiaramente, non è Monaco ’84 né tantomeno una delle sue strabilianti 41 vittorie. Al primo posto c’è Suzuka ’90 e il suo ultimo duello per il titolo contro l’ex-compagno-rivale Alain Prost: Senna in pole, pronti-via ed ecco che la Ferrari #1 passa al comando... per circa una decina di secondi, forse meno. Nemmeno il tempo di arrivare alla corda della prima curva che il muso della McLaren di Ayrton entra in contatto con l’alettone posteriore del francese. Entrambi volano fuori nella ghiaia a fare compagnia ai muri di gomme, lasciando Berger e Mansell davanti al GP del Giappone. Titolo matematicamente al brasiliano grazie ai nove punti di vantaggio, per la furia di Alain che ai microfoni parlerà di come Senna abbia mostrato “il suo vero volto”.

Ancor più iconica, se possibile, la scena successiva, con Senna che senza il casco mostra un volto e degli occhi a metà tra il sollievo e la tristezza. Inseguito dai giornalisti e dal nostro Ezio Zermiani, Senna parla di come le corse siano fatte, in altre parole “qualche corsa finisce alla prima curva, qualche corsa finisce a sei giri dalla fine”. Intervistato al rientro ai box da John Bisignano per la rete ESPN, Senna dice “non è affatto male essere campione del mondo”.

Una vendetta per l’anno prima. Studiata in un certo senso, quasi cinematografia nella sua (triste, c’è da dirlo) conclusione. Ed ecco spuntare delle lamentele sulla figura del campione brasiliano, dalle voci della Ferrari e del rivale francese. Ma il pubblico? Eccoci al punto su cui volevo arrivare: cosa avranno pensato i fan a Suzuka nel vedere il loro idolo, ma soprattutto un pilota professionista, buttare fuori platealmente un altro pilota, rischiando la vita sua e dello stesso Prost? Come si saranno sentiti gli spettatori a casa davanti al loro televisore nel vedere Senna disposto a tanto pur di essere sul tetto del mondo dell’automobile, o magari anche solo per dare una lezione al ferrarista e a Jean-Marie Balestre (capo della Federazione Internazionale allora) dopo l’89, ammettendolo anche a posteriori?

È una sfortuna (credo) che ai tempi Internet non fosse ancora presente nelle case. Sarebbe una traccia indelebile utilissima a raccontarci le sensazioni, a freddo e a caldo, di ciò che tutti hanno pensato anche solo nell’ora seguente. Per fortuna, quando i mezzi sono insufficienti, ci pensa la memoria di alcune persone a fare luce sull’argomento. Sul nostro forum, nella discussione relativa proprio a questa gara, mi è stato rivelato come l’eco del pubblico si sia fatta comunque sentire a gran voce; nonostante il tifo che c’era per i due schieramenti, era palese la manovra scorretta di Ayrton, ancor più “sporca” di quella di Prost dodici mesi prima alla chicane dello stesso circuito. Chiaramente la risonanza delle voci degli appassionati non fu così forte dato che la cosa più vicina ai social all’epoca era un bar sotto casa, ma è la dimostrazione di come chi segue la Formula 1, in fondo, non sia poi cambiato così tanto quanto atteggiamento.

Prendiamo ora quel momento e portiamolo ai giorni nostri, nel 2018. In un periodo in cui se vediamo anche solo un minimo contatto tra Verstappen e una Ferrari si parla già di mondiale perso e di gare di squalifica per l’olandese, provare a portare quei pochi istanti della partenza della gara nipponica significherebbe far scaldare oltremodo i server di Facebook o di Twitter grazie a un banale hashtag del tipo “#SuzukaClash” o robe del genere. Se il fatto che le persone abbiano dei pareri da condividere non è, infatti, cambiato in quasi trent’anni, ciò che è cambiato è il modo in cui essi possono essere espressi. Non serve più dire solo al proprio amico appassionato l’idea personale sul fatto: basta metterla sulla propria bacheca di Facebook o su un gruppo a tema per raggiungere un numero altissime di persone, e di scatenare parentesi di discussioni aspre (e a volte amare) quanto quelle che vedono i protagonisti coinvoliti.

Un pilota come vive, dal canto suo, tutto questo marasma di parole attorno a sé? Di base, essendo professionista, potrebbe benissimo fare spallucce e concentrarsi sul weekend successivo. È quello che hanno fatto, incredibilmente, Ayrton Senna e Alain Prost, sia nel ’90 sia nell’89. Probabilmente erano entrambi consapevoli di cosa la gente comune diceva sulle loro rispettive azioni, ma sono anche stati avvantaggiati dal fatto che queste non arrivavano alle loro orecchie; oggi credo sia più difficile ignorare tutto questo. Quella del 2018 è una F1 più vicina ai fan, ma è anche molto più “fredda” di un tempo.

È la dura vita del campione. Essere sempre sulla bocca di tutti, nel bene e soprattutto (brutto dirlo) nel male. Una maledizione quasi, ma allo stesso tempo una volontà. Per vincere non devi far tanti complimenti nelle gare, e quando la visiera è giù, conta solo chi taglia per primo il traguardo. Credo che Senna abbia pensato questo in quella prima curva di Suzuka. I fan e gli appassionati, dal canto loro, sono anch’essi consapevoli di come questi campioni non siano dei “personaggi da fumetto” cattivi e scorretti, ma non possono fare a meno di sentirsi parte di questo gruppo sempre più grande e sempre più vivo, dicendo la loro su questi fatti. Tutti vogliono essere ricordati, tutti vogliono far sentire la loro voce più degli altri.

Il campionissimo, il purosangue, non se ne cura. Tutti da lui si aspettano risultati e materiale di cui discutere, ed egli non può far altro che dargliene quanto più possibile. Essere il migliore non ti porta amicizie, né tante simpatie e ben pochi alleati, era un lavoraccio trent’anni fa e lo è tutt’oggi in qualsiasi classe e con qualsiasi numero di ruote al proprio mezzo. Senna lo sapeva, sin da quella serie di magie a Montecarlo con la Toleman, che nell’ambiente della Formula 1 o sei preda o sei predatore. Sia tra gli altri piloti, sia nella mente delle persone che stanno sugli spalti a guardarti.

Non credo che Ayrton se ne preoccupasse: prima del tragico incidente a Imola, sapeva già che al suo ritiro forse la gente lo avrebbe ricordato per quello che era, cioè una leggenda. Anche piloti come Schumacher o Mansell, che ne hanno combinate di cotte e di crude nelle loro straordinarie carriere, lo sapevano. Quando Rossi e anche Márquez lasceranno spazio a un altro dominatore nelle due ruote, succederà la stessa cosa. Tutti i migliori ottengono il rispetto che hanno meritato, anche se magari un po’ in ritardo...
E Senna sì che era uno dei migliori, forse davvero il migliore.

1 commento

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  1. metacorporeo
    #1 metacorporeo 1 maggio, 2018, 14:23

    Ed essere, che ne so, Rindt nel 2018? Perché no? O magari Clark.

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