Alyoska Costantino

PAROLA DI CORSARO A difesa dei tifosi

A fronte della loro esagerazione, si comincia a screditarli un po’ eccessivamente
A difesa dei tifosi
di 31 luglio 2018, 09:30

Due Gran Premi nelle ultime due settimane per la Formula 1. Un tour de force continuo che ha continuato il già complicatissimo triple header Francia-Austria-Ungheria. Fisicamente e psicologicamente stressante in primo luogo per i piloti, poi per i team e anche per gli organizzatori delle due tappe, i commissari, i meccanici, gli addetti ai lavori e chi più ne ha più ne metta. Una sequela di Gran Premi difficile da sostenere anche per il pubblico, vero protagonista della bloggata odierna. Il pubblico tanto criticato per ciò che oramai, cascasse il mondo, si scatena sul finire non di ogni gara, non di ogni sabato di qualifiche, ma alla fine di praticamente ogni turno previsto per un evento di Formula 1. La sfida tra Ferrari e Mercedes, tra Vettel e Hamilton ha riacceso gli animi di chi si aspettava un confronto tra loro anche in questa stagione, con la solita Red Bull lì in agguato a piazzare la zampata.

Gli animi citati poco fa, a quanto pare, sono stati messi a dura prova negli ultimi due weekend, a cominciare dal sabato di Hockenheim sfavorevole a Lewis, passando poi per l’erroraccio di Vettel alla Sachs mentre era al comando in gara e continuando poi all’Hungaroring, un weekend inizialmente favorevole alla Rossa che si è poi totalmente ribaltato grazie sia alle abilità di Hamilton sull’acqua e anche per i meriti della W09, che sembra digerire meglio le giornate piovose. Questi eventi chiave hanno tutti dato via alla tiritera che conosciamo: tweet, post, commenti, reazioni su quanto successo, specie dal tifo Ferrari (ma anche da quello dell’inglese volendo) che è passato dall’estrema felicità alla disperazione più nera nel giro di otto giorni.

Dall’altro lato, c’è chi ha poi criticato l’estrema incoerenza di queste persone, in un certo senso giustamente: non si può far passare un campionissimo come Vettel come un fallimento della Rossa quando sette giorni prima se n’è decantato le lodi, come non si può dare per perso un mondiale dopo che lo si credeva già in tasca a Silverstone. Questi alti e bassi continueranno per tutta la stagione, e alla fine sarà il pacchetto pilota-team-vettura migliore a vincere, chi farà meno errori, chi sarà più competitivo nella seconda metà dell’anno, e anche chi avrà il secondo pilota più incline ad aiutare il caposquadra.

A mio modo di vedere però negli ultimi anni le aspre critiche alla tifoseria stanno diventando sempre più eccessive e ridondanti, quasi in un atteggiamento di superiorità verso chi ha scritto un certo post, arrabbiato o esaltato da ciò che ha appena visto. Io, in questa bloggata, ho voluto ergermi un po’ a difesa dei tifosi, di qualunque pilota o squadra appartengano, anche per far vedere magari il rovescio della medaglia dell’essere tifoso.

Partiamo dal fatto che qualsiasi appassionato di motorsport, o di sport solamente, per prima cosa ha iniziato da tifoso. Anzi, è più corretto dire che lo è ancora. Sono le proprie radici dell’amore a una categoria e al mondo motoristico, ciò da cui tutto è iniziato. Facendo un esempio pratico e prendendo me come “cavia”, prima di potermi descrivere come appassionato da piccolo seguivo con attenzione più le gesta di Michael Schumacher e della sua Ferrari, che di tutto il resto; se un Gran Premio fosse un film, Michael ne era ai tempi il protagonista assoluto, la sua Ferrari il co-protagonista e gli altri le varie comparse più o meno importanti. I suoi avversari per il titolo negli anni, Hakkinen, Montoya, Raikkonen o Alonso, erano invece gli antagonisti da sconfiggere, cosa che al Kaiser riusciva molto spesso. Insomma, per me era l’eroe che vinceva sempre e comunque.

Questa visione potrà sembrare limitante a oggi, ma ricordiamoci che è un punto di partenza questo, non il traguardo. Col passare degli anni, se tutto andrà bene, il tifoso s’interesserà anche ad altri piloti, finendo poi per osservarli al meglio tutti, magari poi cambiando categoria di riferimento e cercando nuovi beniamini da cui ricominciare il percorso. Anche qui, esempio pratico: personalmente la Indycar non è una categoria che seguo attentamente e la mia attenzione si concentra solamente per l’imperdibile 500 Miglia a Indianapolis, in particolar modo su alcuni piloti come Montoya fino a qualche anno fa (strano vero? Proprio uno degli “antagonisti” di Michael), Hunter-Reay, Rahal e pochi altri. Questo concetto è lo stesso che ha spinto centinaia, se non migliaia, di non appassionati Indy a guardare la 500 Miglia dello scorso anno, a cui ha partecipato Fernando Alonso. Sottolineerei il “se tutto andrà bene”, perché è anche possibile che il tifoso, magari non soddisfatto dal prodotto, non vada oltre al superficiale e al concentrarsi solo sul pilota tifato. Se la categoria non offre un granché d’interessante oltre ciò che si desidera, perché sforzarsi oltremodo a cercare qualcos’altro di stuzzicante?

Veniamo poi al nocciolo della questione, le critiche al tifoso. L’incoerenza è il principale, seguito dall’umoralità e alla visione dei fatti fin troppo soggettiva e ristretta a un determinato tempo, spazio e soggetto. Io però proverei ad andare oltre a ciò che è detto da un tifoso in un momento di rabbia e frustrazione, perché è facile osservare il comportamento di qualcuno alle prese con un attimo di fragilità senza analizzarlo, un po’ come per le corse: veder scritto un insulto o una critica senza né capo né coda a un pilota è esagerato e stupido, come detto prima, ma chi l’ha scritta ha appena vissuto un momento di delusione forte, di amarezza quasi indescrivibile e inconcepibile per chi non è amante di questo mondo; quelle parole sono a caldo, sparate a voce o per iscritto nel totale sconforto e che non posso essere mitigate in quattro e quattro otto. Se si volesse scrivere una cosa così su Facebook leggibile da amici e parenti, servirebbe una specie di limite di tempo per post simili, così da cancellare quel pensiero a caldo dopo dieci, venti, sessanta minuti. Come succede nella vita vera in fondo, perché sfido tutti i ferraristi che stanno leggendo l’articolo a dire che a Singapore l’anno scorso non si sono trattenuti a lanciare il loro televisore fuori dalla finestra dopo quei 50 metri al via.

Inoltre, leggendo frasi simili non è per forza detto che tutto ciò sia stato scritto da un tifoso e non da un appassionato: seguendo il ragionamento della parte tifante presente in ogni appassionato, è più che plausibile sentire una persona ragionare spesso in maniera oggettiva e composta, scaldarsi nel vedere un guasto al pilota tifato o una sventura al team preferito. Ed io, dal canto mio, riesco a comprendere tutto questo perché ci sono momenti in cui l’oggettività non solo può, ma deve fare le valigie e far spazio alle emozioni dure e pure. Sono ciò che danno vita a una passione, e non bisogna sempre e per forza incatenarle o limitarle. “Quanno ce vo, ce vo”.

E’ solo un’ulteriore conferma di quello che i tifosi sono per ogni sport che li prevede, sia il bene che il male. Da una parte sono quelli che fanno code interminabili agli eventi, pagano cifre da capogiro per vedere anche solo un attimo i loro idoli o vestire i loro colori, si alzano alle quattro del mattino oppure anche prima per le gare disputate dall’altra parte del mondo, quelli con più affiatamento e sono quelli che non si vergognano a mostrare la loro gioia o il loro dispiacere alle vittorie o alle sconfitte di chi tifano; dall’altro canto sono quelli che più esagerano, sia a parole che sui social, spesso a gridare “Al lupo! Al lupo!” al minimo accenno di favoritismo o complotto verso all’avversario nel primo caso o verso il proprio prediletto nel secondo. Alcuni, non tutti, si dimostrano anche i più problematici quando vanno in autodromo, con bordate di fischi sotto al podio oppure ovazioni da stadio e comportamenti sopra le righe che non fanno mai bene.

Il tifoso ha l’ingrato compito di doversi limitare più di ogni altro aderente allo sport, quasi fosse un appassionato ancora “immaturo”, che deve ancora crescere. Solo col tempo questo succederà, ed è d’obbligo il “se”, ma nell’attesa è lecito far in modo che questi possa esprimere al meglio ciò che prova per il motorsport o per la sua passione, in modo da prima o poi riuscirà a esprimerla senza superare i propri confini. Rendere quasi dispregiativa la parola “tifoso” è ingiusto, quasi quanto sparare a zero su un pilota dopo una prestazione negativa.

Fonte immagine: Internet (per segnalare il copyright info@passionea300allora.com)

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